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Reportage letterari dall’inferno. Storie di Taranto e Genova



Guardiamo i personaggi di Squid Game andare incontro a una possibile morte per soldi e ne rimaniamo colpiti, stupefatti. Percepiamo il significato della storia, lo rapportiamo alla realtà e ne cogliamo le suggestioni, anche se forse non comprendiamo davvero quanto di reale ci sia.
Leggiamo di una tragedia sul quotidiano e dopo l’immediato dispiacere ce ne dimentichiamo, la rimuoviamo. L’orrore è troppo difficile da sopportare.
Allora la letteratura, quella espressionista, deformante, smuovendo il lettore potrebbe avere un’utilità, sebbene la letteratura non debba essere utile (o magari sì? Ma questo è un dibattito troppo grande anche solo per pensare di accennarne qui). E i due reportage letterari di Dall’inferno delineano narrazioni che non sono reali, e che proprio per questo lo diventano.

Dall’inferno (minimum fax, 2021) è un contenitore rosso di due racconti tra loro molto diversi nello spazio e nella fisionomia, ma non per questo sconnessi. Se stilisticamente e strutturalmente la messa in pagina dei due testi è differente, ciò che li accomuna è rappresentato dal drago su sfondo fiammeggiante che impera in copertina, recando in sé i segni di una fabbrica e di una strada, o meglio, di un ponte. I due autori Cosimo Argentina e Orso Tosco hanno infatti raccontato con sguardo proprio due realtà infernali uguali e contrarie che conoscono bene: le condizioni all’ex Ilva di Taranto e la vicenda del ponte Morandi di Genova.

Ammettiamo che non ci sia qualcosa che può essere più inferno o meno inferno: l’inferno è uno, semmai può assumere diverse forme. Queste diversità di forme meritano parole adeguate, quindi diverse: se da una parte l’inferno del Sud Italia è tratteggiato attraverso la trasfigurazione espressionista, senza personaggi con fisionomie definite e senza trama, dall’altra quello ligure è raccontato attraverso una storia con un suo svolgimento e un suo protagonista. Anche la lingua non potrebbe essere più diversa, conformata alle scelte dei due autori: piena di immagini e di dialetto la prima, in virtù di quell’espressionismo sopra citato, più lineare la seconda.
Il genere dichiarato è quello del reportage letterario, volto a sottolineare il legame esistente tra la struttura reale e la narrazione che vi viene edificata sopra. L’aggettivo letterario assume qui valore diverso in base al racconto che si prende in lettura: a Taranto vale come sinonimo di deformazione, alterazione in senso mostruoso di ciò che si vede e si sente, a Genova come narrazione immaginosa incuneata su uno sfondo reale, su una vicenda esistita.

Dall'inferno

In Umè di Cosimo Argentina c’è una pioggia torrenziale che «ha un che di biblico», con questo «liquido che sa di pioggia, di metallo, brodo di gallina e vetriolo». Il protagonista senza nome, «sponzato» sotto questo cielo – «una specie di merdaio a cielo aperto, ma aperto neanche tanto. Il cielo aperto è un’altra cosa. Questo cielo cola*» – si muove alla ricerca di chi deve fargli affiancamento durante il suo primo turno. La storia si esaurisce qui, mero espediente per permettere al personaggio di muoversi nella notte bagnata, descrivendo ciò che vede e che sente.

Lo scenario appare davvero come un sottosuolo infernale dal quale non si può uscire. Il cielo è rosso, l’aria è insalubre e cancerogena, la polvere filamentosa, il terreno nero e di lava che scorre a fiumi. Su tutto questo a governare ci sono i padroni, i grandi assenti, quelli che «fann’ fa na figure d’emmerde pur’ a Hitlèr!», ma al reale comando ci sono gli altoforni che troneggiano mostruosi e che inghiottono gli operai.
Chi rivolge la parola al protagonista non è interessato a lui, alla sua storia: «Manco sanno con chi hanno parlato. Non è importante. Siamo tutti ombre». I dannati non hanno corpo, sono solo ombre in un mucchio, tutti uguali, di cui non importa niente a nessuno: «ognuno ha uno o due parenti fottuti dal siderurgico. Familiari all’immolo. Il nostro sangue per l’acciaio.»

«Nastri gialli e neri tempestati dalle gocce allo schiaffo e cartelli area sotto sequestro. Sequestro cautelativo. Area sigillata. Cartelli come minacce. Oscurantismo industriale fissato nei secoli dalle schiene di operai sempre uguali a se stessi. Le mani del potere giurisdizionale a cercare di dipanare lo scempio perpetrato ora e sempre*. La giurisprudenza a ricucire un brandello di onorabilità andata a puttane fin da quando Ford ha piazzato una capocchia di spillo in una travatura funzionale alla catena di produzione.»

Con Orso Tosco e il suo Bestïn si ritorna in superficie. Si procede verso nord-ovest, dalla parte opposta del Paese, si cambia il tono e lo sguardo. Il mare c’è sempre, l’intricata fisionomia del luogo anche: solo che dall’oscurità zuppa e cupa del territorio dell’acciaieria più grande d’Europa si passa ai vicoli labirintici di Genova e alle apparenti farneticazioni dell’eroe del secondo racconto, Orazio Lobo, «uno che non è mai stato in forma» e per cui «sentirsi a posto equivale ad avere la certezza di trovarsi nel posto sbagliato». Una boccata d’aria fresca per il lettore, pur conscio dell’orrore di ciò che andrà a leggere.

Con una tempistica scandita nei giorni, nelle ore e nei minuti, si seguono le peregrinazioni di Orazio attraverso la città e i suoi incontri con personaggi che sarebbero socialmente considerati degli emarginati, da cui riceve sempre affetto o quantomeno benevolenza. Il protagonista girovaga perché ha uno compito, quello di restauratore di mondi. Prende diverse parole dagli angoli di Genova e le colleziona, le valuta a seconda del loro peso specifico e in base a questi elementi mantiene l’equilibrio della città. Quelle che non possono rimanere al proprio posto le porta a casa sua per neutralizzarle.
Poi il 14 agosto, il boato, quel boato. Ed è subito chiaro che l’equilibrio della città non è stato mantenuto.

«l’urlo è l’unica reazione concessa dinnanzi a ciò che è impossibile da accettare. E il pianto è il solo strumento adatto per pronunciare i versi che sostituiscono le parole, ora che il tempo sembra interrompersi, ostaggio di un’allucinazione collettiva in cui tutto, ogni singolo dettaglio, assume le caratteristiche di un incubo lucidissimo.»

L’assenza del ponte, quel vuoto, diventa un peso ingombrante per tutta la città. A peggiorare il tutto, «qualcosa di troppo dolce ma andato male, fuori tempo massimo: il miele amaro delle dichiarazioni ufficiali, il cordoglio». A cosa potranno mai servire delle parole? C’è tristezza ma c’è anche rabbia, c’è la gente che non si dà pace per quanto accaduto. Ma dopo uno shock iniziale, Orazio non si ferma.

L’inferno rimane inferno, e da esso non si può uscire. Non c’è redenzione possibile per un dannato. Ma noi all’inferno non ci siamo davvero: Argentina e Tosco ci sono scesi per scriverne, tirando fuori il peggio e raccontandolo.
Nella seconda di copertina, la casa editrice suggerisce una lettura dei due testi attraverso la frase conclusiva del Calvino delle Città invisibili (parafrasando, accettare l’inferno oppure riconoscere chi e cosa non è inferno). E se invece il senso fosse più simile a questo: «“non sta forse tutta qui, la vita” si domandava Orazio “in questa specie di disintegrazione, a cui partecipiamo pensando di fare altro?”»?



*I corsivi sono redazionali



Photo credits: immagine di copertina di Tengyart tramite Unsplash

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