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Planimetria del caos. Configurazione Tundra di Elena Giorgiana Mirabelli

Una distopia architettonica, un’architettura distopica. Potremmo continuare all’infinito nel tentativo di trovare un’espressione che possa sintetizzare Configurazione Tundra a partire dalle etichette dei generi letterari. La verità, però, è che l’esordio narrativo di Elena Giorgiana Mirabelli (Tunuè, febbraio 2020) rifugge semplificazioni di questo tipo e gioca a ibridare le forme letterarie. L’ossatura è sicuramente quella di un romanzo distopico – sono chiari i riferimenti alla produzione di DeLillo e al cinema di Lynch e di Petri – ma lo sguardo dell’autrice è fortemente viziato dall’osservazione del reale. Non sembra, infatti, così difficile provare a sovrapporre la sagoma della realtà in cui viviamo a quella di Tundra, la Città-Mondo creata dalle distorsioni di Mirabelli. È chiaro che la scrittrice abbia osservato in maniera corrosiva e poi abbia riflettuto a lungo su alcuni dei paradigmi della nostra contemporaneità, per trasporli su un altro piano spazio-temporale. 

Tundra

Diana, protagonista e voce narrante del romanzo, si trova a dover vivere nella casa che fu precedentemente abitata da Lea, figlia di Marta Fiani, idealizzatrice del progetto Bioma, di cui Tundra è la concretizzazione materiale. Le Città-Bioma di Fiani sono conglomerati urbani progettati lungo un’incessante linea retta e organizzati intorno a un sistema volto a trasformare le esistenze dei cittadini in semplici traiettorie. Le leggi geometriche, che regolano la disciplina architettonica, superano i confini dei corpi e intaccano la grammatica sentimentale, i disequilibri psichici, nel tentativo di dare ordine al caos dell’umano. Marta Fiani vuole che l’umanità sia felice e le sue teorizzazioni vagheggiano di una chiara correlazione tra felicità e linearità: si può essere felici soltanto in uno spazio lineare, che possa rendere liberi dalla schiavitù del tempo e del libero arbitrio. Il mondo è dunque una vasta planimetria, un dedalo di segmenti accoppiati, in cui non deve esserci spazio per l’introspezione e per il dubbio. Decoro, sicurezza ed efficienza sono gli imperativi sui quali si fonda la società consumistica di Configurazione Tundra: veri e propri diktat che influenzano scelte politiche e personali. Il valore del decoro è talmente sentito che, ad esempio, chiunque abbandoni una casa per trasferirsi altrove ha l’obbligo di portare con sé ogni oggetto e di lasciare la casa vuota e asettica per coloro che verranno. Lea, però, ha infranto le leggi del totalitarismo architettonico e si è lasciata alle spalle tutti i suoi effetti personali, consegnandoli di fatto nelle mani di Diana. Quest’ultima si ritrova, in un certo senso, a dover vestire i panni della biografa e a ricostruire gli eventi della vita di Lea a partire da lettere, diari, fotografie, video e oggetti vari. L’atto di insubordinazione di una sconosciuta riconsegna Diana a se stessa, offrendole una possibilità di riscatto e occhi nuovi. Il viaggio estetico, sensoriale ed esperienziale condotto tra i file multimediali di una vita che non è la sua, diviene per la donna un vero e proprio processo di formazione a tappe, necessario per tentare il salto verso la consapevolezza. Diana e Lea diventano, dunque, le eroine ribelli, e inconsapevoli, di un mondo tirannico e corrotto fino al midollo dall’ideologia dello sfruttamento e del consumo. Seppur lontane ed estranee l’una all’altra, le due donne finiscono per scambiarsi la pelle e sovrappongono sguardi e voci in un dialogo al femminile che rivendica ogni soggezione. Questo dialogo, che squarcia il silenzio monologico dell’universo parallelo, è funzionale anche a ricalcare la sagoma di Marta Fiani – un’assenza tra le pagine talmente tangibile da farsi presenza – e a ripercorrerne il pensiero. 

Tundra

Con uno stile ipnotico – a tratti psichedelico – esasperato e sensuale, Mirabelli costruisce un romanzo che deforma il reale e ogni genere letterario: la distopia viene ammorbidita in favore di quello che potrebbe essere definito quasi “realismo distopico” e l’aura fantascientifica viene controbilanciata dall’incedere a tappe del Bildungsroman. E poi ancora: le lettere, i diari e le pellicole maneggiate da Diana contribuiscono a sollevare una riflessione metaletteraria e a fare di Configurazione Tundra una storia sull’importanza delle storie. Queste, infatti, si rivelano essere l’unico antidoto a un mondo che, come il nostro, si ostina a proporre soluzioni semplici per problemi complessi. In questo romanzo, infatti, a minacciare la libertà dell’individuo non è un tiranno dispotico, ma un’ideologia consumistica e capitalistica che ha condotto a un totale appiattimento intellettuale e sensibile. Gli esseri umani sono paragonati agli insetti, creature estremamente semplici, capaci di relazionarsi all’altro solo in un’ottica opportunistica. Metafora puntuale, questa, per descrivere la realtà delle Città-Bioma, dove i corpi vengono logorati da uno sfruttamento reciproco, che li trasforma in involucri cavi.

Nonostante il romanzo consegni ai lettori una fotografia piuttosto amara del futuro ipotetico, la storia di Diana offre la testimonianza di un riscatto possibile; abbiamo tutti uno spazio libero in cui poterci rifugiare, da cui poter ricominciare, ma la libertà non è scontata, va osservata da vicino, custodita e conquistata quotidianamente. Configurazione Tundra illumina gli spazi della nostra libertà, li rende visibili e li mette in relazione alle aree fisiche e temporali, sollevando dunque riflessioni circa il rapporto tra benessere individuale ed ecosistemi architettonici. Pubblicato nei giorni claustrofobici della pandemia, in cui l’intera popolazione mondiale è costretta negli ambienti domestici, il romanzo dialoga con la realtà, obbligando indirettamente a riflettere sull’importanza di un corretto utilizzo degli spazi urbani per il benessere comune. 

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