09.06.2026

Nella grotta misteriosa di “Greenleaf”

Un estratto dal volume "Il cielo e la polvere" dedicato all'universo di Flannery O'Connor

Uno dei racconti più belli di sempre l’ha scritto Flannery O’Connor nel 1956, e s’intitola Greenleaf. Come tutte le grandi opere d’arte, anche questa può essere condensata in poche righe. La vita della signora May è sconvolta dall’arrivo di un toro randagio. Il toro distrugge le siepi sotto la sua finestra e scorrazza indisturbato nei suoi campi, rovinando il programma di monta delle mucche presenti nel pascolo. Quando la signora May deciderà di abbattere l’animale, andando a caccia insieme al suo mezzadro, ciò le sarà fatale.
Ma se è possibile ricondurre la trama nello stretto recinto di una sinossi, è impresa più disperata dar conto delle infinite questioni che solleva, perché il racconto è tanto concreto quanto allusivo, e alle orecchie più attente suonerà come un’allucinata parabola, in cui la narrazione dei fatti porta alla luce e ammanta di oscurità il gheriglio d’oro di molteplici rivelazioni.

Il racconto è ambientato nel Sud degli Stati Uniti degli anni Cinquanta. Ci sono le piantagioni, i campi sono coltivati a segale, la parola “negro” designa barbaricamente gli afroamericani, persone di bassa o bassissima estrazione sociale, le polizze assicurative offrono l’illusione che ci si possa riparare dai rischi della vita, la religione sfocia sovente nella superstizione e nella magia.
Tuttavia, fin dalle prime righe, un altro tempo e un altro luogo si profilano dentro il racconto. E per notarli meglio bisogna pedinare la signora May, la protagonista. Alla morte del marito, la signora May non ha ereditato altro che “una fattoria mezza diroccata”. Così fa tagliare tutto il legname e con i soldi ricavati mette su una stalla e una latteria. I suoi conoscenti le riconoscono capacità notevoli. Sebbene sia partita priva di esperienza e di capitali, la determinazione della signora May, piantata come un seme ostinato nella terra più dura, dà i suoi frutti, facendo rifiorire la fattoria.
A questa altezza del racconto, qui dove la narrazione comincia, la signora May potrebbe stare in cima alla piccola collina dei risultati conseguiti, e da lì godere la vista di tutto ciò che il suo ingegno e la sua caparbietà hanno portato. Invece la signora May è “una donnetta con gli occhi pallidi e miopi e capelli grigi che le stavano ritti sulla testa come la cresta di un uccello infastidito”. È orgogliosa. È permalosa. È sola. Disprezza chiunque.
Ecco, nella vita della signora May non sembra esserci altro spazio se non per il risentimento verso il prossimo, e tutto appare monotono, grigiastro, amaro. Una vita come una terra desolata. Ed è qui che si presenta il toro randagio. Il toro che nel cuore della notte viene a brucare le siepi sotto la sua finestra. Il toro che con ferali rumori entra di soppiatto nei suoi sogni e poi infesta la sua coscienza. Un toro ossuto, di lunghe zampe, che a breve distanza da lei “masticava placido, come un goffo corteggiatore di campagna”.

Ora, visto il modo magistrale in cui Flannery O’Connor introduce il toro nella misera esistenza della signora May, non ci sarebbe da aggiungere altro. Con affilatissime pennellate, O’Connor mostra e non mostra, dice e non dice, lasciando alla viva partecipazione del lettore la possibilità di comprendere cosa sia un toro che si avvera nella notte con “una corona di fronde impigliata nelle corna”.
Però, a questo punto, la domanda appare ineludibile. Cosa rappresenta questo toro che irrompe sulla scena mandando in frantumi ciò che appare consolidato e verso cui la signora May prova istintivi moti di repulsione? Il cuore selvaggio della vita? La grazia divina? La forza cieca dell’inconscio? Il ritorno di un desiderio represso? La brama sessuale? Probabilmente tutto questo, e anche di più. Il toro è un simbolo universale che attraversa la storia umana fin dal Neolitico. Nel corso dei millenni si è caricato di molteplici valenze e di infinite allusioni. E per nostra fortuna, Flannery O’Connor non è interessata a rappresentare qualcosa, imponendo un senso unico a ciò che racconta, ma è interessata a far accadere qualcosa, lasciando al lettore la possibilità di fare esperienza di una realtà che si dispiega sotto i suoi occhi.
Così, se pure abbiamo scongiurato il pericolo dell’interpretazione – “L’interpretazione è la vendetta dell’intelletto sull’arte”, scrive Susan Sontag – restringendo e schiacciando la molteplicità dei significati possibili in un’unica prospettiva, resta il fatto, per dirla con Italo Calvino, che “dal momento in cui un oggetto compare in una narrazione, si carica d’una forza speciale, diventa il polo di un campo magnetico, un nodo di una rete di rapporti invisibili”.


In Greeleaf non c’è un oggetto, ma un corpo vivo e pulsante, cioè un toro selvaggio che irrompe sulla scena portando aria nuova, una nuova tensione elettrica, dentro un mondo grigiastro e asfissiante, dove tutto sembra destinato a ripetersi. E il toro appare subito il nodo di una rete di rapporti invisibili. E seguendo uno di questi rapporti invisibili si finisce dritti nella Grecia del quinto secolo avanti Cristo.
Qui il toro è tenuto in grande considerazione. È un animale sacro. È un animale regale. È un animale che incarna diverse divinità. Nel culto degli dei dell’Olimpo è associato tanto a Zeus quanto a Dioniso, di cui la forza del toro imbizzarrito è uno dei suoi possibili attributi. Dioniso, del resto, è il terribile protagonista de Le Baccanti di Euripide. E proprio ne Le Baccanti, una delle più sconvolgenti tragedie di sempre, Euripide chiude la narrazione con dei versi immortali che continuano a fare scintille perfino qui, “l’atteso non si compie, / e all’inatteso un dio apre la via”.
Così, non deve sorprendere che questi versi appaiano il seme segreto da cui è germogliato Greenleaf. Poiché anche qui il toro selvaggio è il dio che apre la via, è la possibilità che qualcosa di imprevisto, di non calcolabile, di traumatico, irrompa nelle asfittiche stanze di una vita grigiastra, e porti grande scompiglio, nuova energia, nuovi desideri. Proprio per questo, richiamando Euripide, il racconto si tinge di tragedia. Perché davanti a una novità assoluta, che interrompe lo scorrere ordinario del tempo, la signora May deve scegliere cosa fare. O accogliere la forza viva del toro nella sua vita o ergere una barriera e impedirgli il passo, sapendo che comunque le conseguenze sarebbero enormi e irreversibili, poiché da una parte ci sarebbe una vita potenziata ma esposta ai rischi che ogni novità comporta e dall’altra un ripiegamento sempre più violento delle proprie capacità vitali che condurrebbe alla morte.
Messa così, è come se Flannery O’Connor ci avesse consegnato uno stranissimo racconto morale, o ancora meglio un racconto in forma di monito, mettendoci in guardia dall’impedire che un toro, qualsiasi cosa significhi, irrompa nella nostra vita, portando una ventata sferzante di novità, rischi ed energia. E per farlo, per rendere il racconto ancora più affilato e convincente, per donargli una profondità inaudita, come se questa storia non finisse di ripetersi dalla notte dei tempi, lega il presente al passato, l’America moderna alla Grecia antica, il realismo della vita rurale degli Stati Uniti alle forme della tragedia greca del quinto secolo.

Ma come faceva Flannery O’Connor a mettere sullo stesso piano cose tanto diverse? Come faceva a travasare le diverse forme l’una nell’altra, la vita moderna nella vita antica, l’America nella Grecia, il racconto nella tragedia, la ricognizione sociologica nel mito, l’analisi dei sentimenti nella parabola religiosa, l’evidenza dei fatti nel mistero?
Per nostra fortuna non c’è da compiere chissà quali ricerche. La risposta si trova in una relazione che Flannery O’Connor scrisse nel 1960. Il titolo è dei più eloquenti possibili: Aspetti del grottesco nella narrativa del Sud. In questa relazione è come se si autodenunciasse. Guardate, scrive, “tutti i romanzieri sono descrittori del reale, ma il realismo di ciascun romanziere dipenderà dalla sua idea dei limiti estremi della realtà”. Per un’appartata genia di scrittori, infatti, la realtà, esondando dagli stretti limiti che la ragione le impone, si rivela infinitamente più fonda, larga, molteplice, in parte sfuggente ai sensi, colma di forze oscure e di fenomeni incomprensibili. La realtà come un pozzo nero da cui la vita trabocca in forme sorprendenti. La realtà come la compresenza di tutti i tempi. La realtà come intreccio di ogni cosa. La realtà come continua metamorfosi. La realtà come una provincia dell’immaginazione. Ecco, scrive Flannery O’Connor, “se lo scrittore crede che la nostra vita sia e debba rimanere essenzialmente misteriosa”, probabilmente praticherà una narrativa grottesca.
Su questo Flannery O’Connor è sempre stata chiara. Sapeva che la sua letteratura era grottesca, sapeva che la sua scrittura era un modo per accedere a una realtà infinitamente più ampia di quella recintata dal senso comune, sapeva che le sue pagine sarebbero risultate selvagge, e violente, e comiche, perché oltre ad aprire un ventaglio di possibilità, tenevano insieme cose che sarebbero dovute risultare molto distanti.

E qui torniamo al punto. Se nello stesso racconto riusciva a legare l’America moderna e la Grecia antica, gli uomini e gli animali, la ragione e la fede, la carne e i fantasmi, il visibile e l’invisibile, ciò avveniva proprio per il modo avventuroso con cui viveva la letteratura. Scrive ancora nella relazione:

“Henry James diceva che Conrad nei suoi romanzi faceva le cose prendendo la strada più lunga. Secondo me lo scrittore di narrativa grottesca le fa prendendo la strada più breve, perché nel suo lavoro le distanze sono davvero grandi. È in cerca di un’immagine che unisca o combini o incarni due punti; un punto è nella realtà concreta e l’altro è un punto non visibile a occhio nudo, ma nel quale crede profondamente, per lui davvero altrettanto reale quanto quello che vedono tutti.”

Ecco allora cos’è quel toro che scorrazza lungo il racconto. Un’immagine, un’intuizione, un’illuminazione, un altrove che si realizza, una potenza che si incarna, un filo d’oro che ricuce cose distanti, l’inizio di una poesia. Per questo non sarebbe azzardato sostenere che Flannery O’Connor sia una strana poetessa, e che la sua narrativa sia continuamente accesa e scossa da immaginazione poetica. Cosa che la rende una delle più grandi eredi di Edgar Allan Poe, il quale praticava la narrativa e la poesia in egual misura, e scriveva non i racconti dell’orrore, come vorrebbero i poveri di spirito, ma i meravigliosi Racconti del grottesco e dell’arabesco.
Flannery O’Connor incontrò i racconti di Poe a sedici anni. Fu un battesimo di fuoco. Ciò che doveva sapere sul grottesco lo imparò lì. E del grottesco intuì pure che era un’arte nata nel buio delle grotte antiche, non solo quelle che custodirono le favolose pitture romane che affrescavano la Domus aurea di Nerone, ma perfino quelle che conservarono per millenni le pitture rupestri di Lascaux o di Chauvet.


Proprio nelle grotte francesi di Chauvet, uno dei più importanti siti preistorici europei, è ambientato il suggestivo e toccante documentario di Werner Herzog, Cave of Forgotten Dreams. Queste grotte ospitano pitture risalenti a più di 32.000 anni fa, e sulle loro pareti scorrazzano leoni, orsi, bisonti, uri, cavalli e altre forme di vita selvaggia. Herzog spiega che in queste grotte, sprofondate in un buio cosmico e irto di pericoli, gli uomini del tempo entravano armati di fiaccole per fare luce. Ogni volta che si muovevano, la vispa e tremula cresta delle fiaccole, agitata anche da opposte correnti d’aria, donava movimento e nuove scintille di colore alle figure dipinte. In quel modo gli esseri ritratti sulle rocce, emergendo dal buio come spiriti richiamati da un mondo lontano, tornavano a nuova vita in forma di agguato, pronti a balzare verso chi offriva loro uno sguardo colmo di terrore e meraviglia.

Probabilmente nell’abbaglio di quegli istanti di puro stupore sono nati la letteratura e il cinema – e la scrittura di Flannery O’Connor partecipa ancora di quell’energia aurorale. Non a caso la scena che apre Greenleaf è prima argentata dalla luna e poi avvolta in un’oscurità primordiale, dove ciò che è visibile appare attraverso guizzi dorati, “strisce di luce”, un improvviso “bagliore roseo”, come se, stringendo delle fiaccole, dalla notte aperta fossimo scivolati dentro un antro sconosciuto con pareti dipinte di figure animali che rivelano non solo i sogni perduti dei misteriosi antenati che hanno spalancato la strada che ci ha condotti fin qui, ma perfino i nostri.
Così, se pensiamo Greenleaf come una strana grotta, e la voce di Flannery O’Connor come la fiaccola che stringiamo in mano e che vivifica con la sua luce tutto ciò che tocca, avvicinando una parete di ruvida pietra avremo una sorpresa. Ecco due figure schizzate sulla parete con neri tratti essenziali. Sono un toro e una donna. Il toro e la donna si guardano. Il toro e la donna si sfidano. Sono lì da sempre immersi nel buio. Prima dell’America degli anni Cinquanta, prima della Grecia del quinto secolo avanti Cristo. Sono lì, e sono qui, contemporaneamente affondati nella preistoria e nel nostro presente, accendendosi di luce nuova davanti ai nostri occhi. Ancora non hanno finito di dire ciò che devono dire.





Tratto da Il cielo e la polvere. Visioni e universi di Flannery O’Connor, a cura di Benedetta Centovalli (Mimesis Edizioni, 2026)

categorie
menu