07.04.2026

L’umano in guerra. Una conversazione con Mario Fortunato

A partire da “I giorni innocenti della guerra” fino a “Magnolia quartet”, una riflessione sulle possibilità di rimanere umani di fronte alla violenza più grande

Mario Fortunato è uno dei nostri autori contemporanei che ha saputo scrivere anche di guerra. Peraltro ne ha vissuta una, la Prima guerra del Golfo, come inviato dell’Espresso. Tuttavia i suoi romanzi cercano sempre di salvaguardare ciò che c’è di umano in noi, senza perdersi in effetti “cinematografici” o “bestiali”, a differenza dei libri di molti scrittori europei che pure hanno affrontato le guerre passate e presenti (Jonathan Littell, Nicolai Lilin, etc). Mario Fortunato non ama scrivere di violenza. Recentemente è morto un suo amico ucraino. Ho quindi pensato di scambiare qualche parola con lui riguardo ai tempi di tenebra che stiamo attraversando.

Fortunato
Fotografia di Dino Ignani

Partiamo da lontano. In I giorni innocenti della guerra, romanzo pubblicato vent’anni fa e ambientato nella Seconda guerra mondiale, scrivi che la guerra all’inizio sembrava un concetto astratto, qualcosa che riguardava solo un numero irrilevante di individui. Poi le cose cambiano: «Quando hanno cominciato a partire per il fronte anche i ragazzi del luogo, la guerra è divenuta una realtà.» So che sei stato inviato per L’Espresso nella Prima guerra del Golfo e che di recente un tuo caro amico è morto in Ucraina. Puoi dirci come la guerra viene accettata e vissuta dall’uomo che non vuole combattere? Credo che noi italiani non capiamo quanto ciò possa essere immediato e terribile. Chi era il tuo amico ucraino, se vuoi parlarne?
Comincio da I giorni innocenti. In quel caso, la mia esperienza diretta, nei primi anni Novanta del secolo scorso, non ebbe alcun riflesso sulla scrittura. Mentre agirono – nella stesura di quel romanzo – molte memorie non mie (memorie soprattutto famigliari), io non pensai neppure per un istante a quello che io stesso avevo vissuto durante la Prima guerra del Golfo. C’è un motivo, credo, ed è questo: nel corso di quel conflitto, trascorsi un mese muovendomi nei Paesi direttamente coinvolti e in quelli confinanti. Sono stato sotto le bombe, ho visto villaggi distrutti, gente terrorizzata. Tuttavia, per una ragione che non sono mai riuscito a spiegarmi completamente, non solo non provavo paura ma addirittura mi sentivo estraneo a quel che mi succedeva intorno, così estraneo da sentirmi, per così dire, invulnerabile. Ricordo che una sera arrivai all’aeroporto internazionale Ben Gurion, in Israele. Mentre cominciava la manovra di atterraggio, il comandante ci annunciò che era in corso un bombardamento su Tel Aviv. Ci distribuirono le maschere antigas. Non appena i portelloni dell’aereo si sarebbero aperti, dovevamo scappare il più velocemente possibile verso l’interno dell’aeroporto e raggiungere le cosiddette camere sigillate, che proteggevano dagli attacchi chimici. Rimasi perfettamente freddo, lucido. Una ragazza accanto a me cominciò invece a piangere e urlare, in piena crisi isterica. La strattonai spingendola verso l’uscita e, poiché in cima alla scaletta, si bloccò in preda al panico, la schiaffeggiai sonoramente intimandole di muoversi. È stata la prima e ultima volta, nella mia vita, in cui ho preso a schiaffi qualcuno. Non so dire da dove mi venne quell’istinto, ma la cosa funzionò e la ragazza si mise in salvo insieme a tutti gli altri. Ecco: era come se, essendo io un giornalista, non potesse capitarmi niente di grave. Io ero uno spettatore, non un attore. È il motivo per il quale, quando scrivevo I giorni innocenti, volendo sentirmi “dentro” alla guerra, non potevo usare i miei ricordi di spettatore impassibile. Volevo un racconto più emozionale, più caldo.
Passo ora al mio amico ucraino, di cui mi chiedi notizie: si chiamava Vitalyi, aveva trentacinque anni e studiava le lingue europee, italiano incluso. Era un giovane uomo pieno di progetti e di gentilezza. Non era certo un guerrafondaio: considerava l’invasione del suo Paese un sopruso mostruoso contro cui si aveva il dovere di resistere. Era gay. Riposi in pace.

Fortunato

Magnolia Quartet (Aboca, 2025) invece è ambientato nei giorni nostri e a un certo punto, dinanzi ai primi morti in Medio Oriente e ai massacri che senza dubbio seguiranno, il narratore scoppia in lacrime. Un suo amico, un ragazzo, è sbalordito: per lui la guerra è lontana, i suoi morti non ci riguardano. Un personaggio di un fumetto di Gipi che amo molto, Appunti per una storia di guerra, a un certo punto dice: «Quanto ti devono scoppiare vicino le bombe per farti dire che una guerra è tua?» Ti farei la stessa domanda.
C’è sul tema una magnifica poesia di Wystan Auden, Musée des Beaux Arts. Dice: “Non sbagliavano mai i vecchi Maestri / Quando si trattava di sofferenza…” Continua: “…il martirio più tremendo doveva avvenire / In qualche modo in un angolo, in un brutto posto / Dove i cani continuano la loro vita da cani / E il cavallo del torturatore si gratta il culo contro un albero”. Dice Auden, in altri termini, che la nostra indifferenza al dolore degli altri è inversamente proporzionale a quella che proviamo in prima persona. Dice che, di fronte al martirio più spaventoso, prevale la nostra banale emicrania. È terribile ma è in larga misura la verità, e la poesia non ha mai paura di pronunciare la verità, per quanto essa possa suonare spiacevole o addirittura intollerabile. Ecco perché il ragazzo di Magnolia Quartet – quel personaggio si chiama Lele – è sbalordito dalla reazione vistosamente empatica del narratore. Non è che lui sia cattivo e il narratore buono: è che la natura umana è tutt’e due le cose inestricabilmente.

Fortunato

Sono tempi di tenebra, scusa la frase apocalittica. Rileggendo alcuni tuoi libri mi ha colpito il divario fra le piccole vite anche sentimentali dei protagonisti e il passo tempestoso della Storia. In Quelli che ami non muoiono (2021) racconti che a Tangeri ti stupiva il volto pieno di rimprovero degli arabi nei confronti di voi occidentali, mentre tu osservavi come «un dittatore ipocrita e sanguinario» quale Saddam Hussein fosse ancora ben visto e perfino esaltato dal popolo. In effetti, a pensarci, alcuni poster di Saddam Hussein con il mitra in mano non erano lontani dalle immagini propagandistiche di Putin o dalle frasi da bullo di Trump. Perché credi che ci facciamo abbindolare così facilmente? La legge del più forte è insita in noi? Perché i bulli sanguinari sono così popolari?
I bulli sanguinari – come tutti i dittatori – possono essere fenomeni vincenti ma soltanto nel breve periodo. Mi spiego. A mio modo di vedere, i dittatori sono come i computer, come i telefonini. Non sono altro che gadget: non appena compri l’ultimo modello, scopri che è già stato superato da uno più nuovo. Ed è questo il motivo per cui dittatori e bulli hanno di solito vita breve. In Italia, per esempio, siamo tarati sull’arco dei vent’anni. I bulli e i dittatori incantano i semplici – cioè la maggior parte di noi – perché semplificano tutto, e così ci sembra di poter capire e dominare il mondo esterno che altrimenti ci mette paura. Ma la realtà e il mondo sono entità complesse e la semplificazione lascia presto il posto alla disillusione. Guarda cosa sta accadendo a un autocrate come Orbán: dopo quasi vent’anni al potere, l’Ungheria è uno dei Paesi più poveri, più arretrati e più corrotti dell’Unione Europea. Non so come andranno le elezioni di metà aprile, ma tutti i sondaggi danno perdente il dittatore ungherese. È arrivato a scadenza, finalmente. Del resto, guarda Trump: chi crede già più alle sue panzane? Perfino gli iraniani che sono sotto le sue bombe non lo prendono sul serio.

Passiamo a Sud, che considero uno dei tuoi libri più belli e che è anch’esso ambientato in parte nella Seconda guerra mondiale. A un certo punto, dopo l’armistizio, viene chiesto al Notaio, un dissidente antifascista, di stilare una lista dei fascisti più prepotenti durante il Ventennio, che dovranno essere incarcerati o uccisi. Il Notaio non ci dorme la notte. Gli si chiede di fare il delatore, cosa di cui non è capace: non può, non vuole. Non rivelerò al lettore quale sarà la sua scelta. Vorrei invece parlarti di una cosa che qualche anno fa mi colpì molto: su Twitter giravano delle immagini dei soldati ucraini che spogliavano e legavano con estrema violenza i supposti collaboratori dei russi a dei lampioni, nel gelo, il tutto ovviamente senza alcun processo. E mi è tornata in mente una frase di Hannah Arendt, da La responsabilità personale sotto la dittatura: «Chi sceglie il male minore dimentica rapidamente di aver scelto a favore di un male.» Secondo te si può salvaguardare in tempi di guerra ciò che abbiamo di umano? O la necessità di difenderci e quindi anche di uccidere ci rende delle bestie? È possibile insomma restare uomini in tempi da lupi?
C’è un’ampia letteratura in materia. Cito solo Primo Levi. Il male – anche il più inimmaginabile – può sempre tornare. Non esiste un vaccino contro il male, perché noi stessi siamo parte del male. Ma, poiché sappiamo che esso ci ripugna ma insieme ci attrae, dobbiamo sforzarci di ricordare che noi siamo qualcosa di più di questa corda tesa fra attrazione e ripugnanza. È quel che pensa e si dice il personaggio del Notaio, nel mio romanzo. D’accordo: non sveliamo come si risolve il suo tormento tra delazione a fin di bene e silenzio per ragioni morali. Posso però riassumere così: l’amore è sempre più grande di chi ama. Bisogna ricordarsi questo anche nelle ore più buie. E bisogna ricordare che in alcuni frangenti della storia ribellarsi non è solo giusto – è necessario. Ma questo vuol dire anche ribellarsi ai luoghi comuni.

Gli sgozzatori di Hamas sono uomini, i soldati dell’Idf sono uomini, ma anche i bambini israeliani o palestinesi che loro stessi hanno trucidato sarebbero diventati uomini… Secondo te dove nasce il male, cioè le guerre? È la nostra “natura”?
La guerra, mi è capitato di ripetere tempo addietro, è una delle risposte più rudimentali, escogitate dall’umanità, per risolvere gli inevitabili contrasti tra individui e gruppi di individui. A rigore, non è neppure espressione del male insito in noi: è piuttosto il sintomo di una povertà spirituale spaventosa, di una rozzezza intellettuale acuta, di un deficit di civiltà. Viviamo in un tempo che, a fronte di uno sviluppo tecnologico impetuoso, sta facendo i conti con questa povertà. Noi tutti siamo chiamati a confrontarci con essa. Da qui, credo, l’alto tasso di conflittualità interno ai sistemi democratici.

Concluderei il nostro scambio con un racconto contenuto in Atlante delle città incognite, libro pubblicato poco dopo l’invasione russa in Ucraina. In qualche modo il personaggio di Yulyi risponde alle mie domande precedenti. Per lui, che vive a Odessa, il tempo è «diventato di colpo una negazione»: non va al lavoro, non vede gli amici, non si nutre a sufficienza, non fa le cose che ama o che detesta fare. Può soltanto aspettare e pensare, ricordando giorni migliori. E avere paura, certo: può soffrire. Ma può pure amare, sebbene a distanza, e masturbarsi nel terrore. Sono poche pagine che credo facciano capire cosa significhi essere uomini inermi durante una guerra. Credi che in tempi come questi i sentimenti – e quindi un certo modo di essere fragili – possano prevalere sull’orrore e sui soprusi dei potenti? C’è ancora speranza?
Non ho alcun dubbio in proposito. E non lo dico solo a scopo consolatorio (ma d’altronde bisogna sapersi concedere un po’ di consolazione, specie in tempi difficili come i nostri). Lo dico perché sono profondamente convinto che le guerre e i soprusi dei potenti sono l’effetto e non la causa di un deficit culturale. È da quella parte che bisogna guardare: dalla parte delle cause. Perciò dobbiamo pretendere una scuola migliore, un’università più accessibile economicamente e più selettiva nei contenuti. Perciò credo che la letteratura e l’arte in generale non dovrebbero essere banalizzate come spesso accade, bensì fruite, diffuse e amate perché sono uno dei pochi strumenti efficaci, nelle nostre mani, per il miglioramento della specie. Un mondo senza istruzione e senza arte non sarebbe solo un mondo più brutto: sarebbe soprattutto un mondo in preda all’anomia, un mondo incapace di esprimere sé stesso, un mondo afono. In una parola, un lager.




Immagine copertina: Conseguenze della guerra di Peter Paul Rubens

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