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L’individuo è tutto, il mondo è niente. Don DeLillo e Il silenzio degli schermi svuotati



Lo scorso autunno, a ridosso dell’uscita del suo The silence, Don DeLillo è morto. Niente di serio, però: il decesso si è registrato solo in Italia, e per meno di quaranta minuti. Il maestro ci ha dato il tempo per scatenare qualche nuova macumba contro il 2020 e impostare i coccodrilli, dopodiché è resuscitato. Un lieto fine in pendant con questo mondo allergico alla caducità, e ascrivibile a un tipo di miracolo che sfiora solo i personaggi pubblici: le parole «Era una fake news». Chissà quanti tweet di cordoglio rimasti in bozza.
L’idea di una morte apparente, ubiqua e social, da realtà alternativa, si posa più che bene sul fogliame dell’immaginario di DeLillo. Tanto da sembrare la premessa a un suo ipotetico romanzo sull’eternità. Inventiamone la trama: il grande scrittore muore virtualmente (come personaggio) in Europa, mentre in America (come persona) dorme sonni tranquilli; intanto, una coppia di ex coniugi ne ricorda, per telefono o su Skype, lei da Roma e lui da New York, opere e gesta; lei è certa che non sia davvero morto, ma alla fine, lui, a furia di parlare, la convince – «Lisa, se è morto online è morto» –, e così, tramite la resa dell’affezionata lettrice, lo scrittore muore veramente. A parole. Perché uno scrittore, almeno sul piano virtuale, non può che morire di frasi.

Questo, senza titolo, è il libro falso. Ma quello vero, Il silenzio (tradotto per Einaudi da Federica Aceto), parte da una suggestione simile: secondo DeLillo, se la realtà contemporanea viene spogliata dei suoi abituali supporti, delle sue più familiari estensioni, è probabile che, anziché mostrarsi per com’era, restituisca una versione di sé più debole e sclerotizzata. Il niente sotto l’armatura di Agilulfo.
Ne Il silenzio, l’autore immagina che, a un certo punto del 2022, la tecnologia, tutta, si fermi, e la parola “spegnimento”, migrata nell’Ottocento dal piano naturale (fuoco, stelle) a quello artificiale (macchine, elettricità), torni, assoluta, a significare “fine”. Perché una realtà in cui «tutti gli schermi, ovunque, si sono svuotati» – sfrattando il nostro nuovo modo di lavorare, di ricordare, di godere, di informarci – costringe l’umanità a porsi una domanda: «Cosa ci resta da vedere, da sentire, da provare?».
Se in superficie Il silenzio ci mostra l’incubo della persona comune – «Niente e-mail. Provate a immaginarlo. A dirlo. Sentite l’effetto che fa. Niente e-mail» –, nel seminterrato cela la perfida delizia del geniale, distaccato pensatore ottantaquattrenne che si domanda, mani tese su una macchina da scrivere, l’unica cosa che forse abbia senso chiedersi, oggi, se si è scrittori: vuoi vedere che quel giocattolo, col tempo, è diventato tutto (sostegno, dàimon, droga, magia, medicina, religione, paradiso), e quindi, distruggendolo, si polverizza pure il proprietario?

silenzio

Ok, a raccontarlo così potrebbe sembrare che DeLillo abbia scritto Il silenzio per annunciarci di essere diventato moralista e reazionario. Invece no: la tecnologia gli piace. Lo eccita e lo incuriosisce, come dimostra quel passaggio di Rumore bianco (1985) in cui fa dire a un personaggio: «Da una parte produce fame di immortalità. Dall’altra minaccia l’estinzione universale. La tecnologia è la lussuria estrapolata dalla natura […]. È ciò che abbiamo inventato per celare il terribile segreto del decadimento del nostro corpo. Ma è anche vita, no?». Ecco, Il silenzio vuole, idealmente, seguire questo interrogativo. Ma anche, e non sembri assurdo, essere un omaggio, forse una finta capitolazione, al mondo dominato dalle macchine. Un po’ perché, per gran parte delle sue 103 pagine, pare scritto da un generatore automatico che attinge all’opera omnia di DeLillo per restituirne una raffinata parodia. E un po’ (soprattutto) perché è popolato da personaggi che sembrano essi stessi dei robot a un passo dal cortocircuito.
Dall’Eric Packer di Cosmopolis al Jeffrey Lockhart (per tacere di Artis Martineau) di Zero K, DeLillo ci ha ormai abituato a protagonisti che – a volte per lo shock, altre volte perché geniali, altre perché stupidi, altre ancora perché ogni scrittore ha un proprio universo linguistico e il suo è così, sbilanciato sulla bellezza della voce di chi parla fuori dal libro, cioè sulla sua prosa – protagonisti, dicevamo, che conversano come una coppia di Visione degli Avengers. Nel caso di Il silenzio, riassumendo anche un po’ di quello che all’autore sembra superfluo descrivere:

“Sei ferito”.
“Ferito. Alla testa. Me n’ero dimenticato”.
“Te n’eri dimenticato. Fammi dare un’occhiata,” disse Tessa. “Uno squarcio. Informe. Dopo l’atterraggio d’emergenza, quando ci siamo slacciati le cinture di sicurezza e ci siamo alzati in fretta e furia per scappare, ho visto che sanguinavi”.
“Ho sbattuto la testa contro il finestrino”.
“Portiamo pazienza, mettiamoci in fila e vediamo cos’ha da dirci l’impiegata seduta sullo sgabello”.
“Prima però”.
“Prima però,” ripeté lei.

A parlare sono Jim e Tessa, marito e moglie. Un blackout (che si rivelerà IL blackout) ha appena costretto il loro aereo, che volava da Parigi a Newark, a un atterraggio d’emergenza. Da programma, i due avrebbero dovuto raggiungere casa dei loro amici Max e Diane per guardare insieme il Super Bowl. Ma adesso? Be’, perché cambiare idea: lo faranno lo stesso, anche se non c’è modo di vedere la partita né di sapere se le squadre stiano effettivamente giocando. «Sono nostri amici» si dicono. «Ci diranno quello che sanno».
Ma Max e Diane non sanno niente. Anzi, i loro corpi sono posseduti dalla frustrazione del vuoto, dell’ignoto. Nella scena più potente del romanzo, fissando la TV su cui non scorrono le immagini della partita, Max si esibisce in una telecronaca sostitutiva, immaginaria, dettagliatissima, sbalordendo sua moglie. «Le squadre combattono più o meno alla pari. Calcio di allontanamento da metà campo. Che azione spettacolare, signori». Gli schermi si spengono (peggio: si spengono sul più bello!) e, prima ancora che alla preghiera, si ricorre alla fantasia come necessità, cioè al romanzo. L’ombra dell’autore reazionario torna a giocare col lettore: si nasconde forse un’utopia per vecchi romanzieri dentro questa distopia popolare?
DeLillo pone come epigrafe a Il silenzio un noto e abusato aforisma attribuito ad Albert Einstein: «Non so con quali armi si combatterà la Terza guerra mondiale, ma la Quarta guerra mondiale si combatterà con pietre e bastoni». In un bel pezzo su Tuttolibri, Claudia Durastanti ha scritto che questa frase è una banalità, ma anche che «banalità ed eccezionalità sono le due chiavi fondamentali per entrare ne Il silenzio». Vero. DeLillo ci costringe a questo contrasto fino alla fine, passando con la sua consueta, elettrica rapidità dal troppo al troppo poco, e caricando il peso di entrambi, da un certo punto in poi, sulle spalle di un quinto personaggio: Martin Dekker, ex allievo di Diane e unico single sulla scena; un mezzo genio che «non fa che citare Einstein dalla mattina alla sera. Più intelligente di così». La frase in esergo, per quanto scontata, è un assist al finale del romanzo, una palla lanciata nella sua area perché Martin, cogliendola, possa chiosare: «Il mondo è tutto, l’individuo niente. L’abbiamo capito tutti, questo?».

Se a scrivere non fosse Don DeLillo, e se quindi, ripensando a Rumore bianco, la cosa non facesse sorridere, si potrebbe dire che il titolo Il silenzio sia la cosa più affascinante e anche la più sbagliata di un romanzo che ripone tutta la sua forza nel chiasso, nelle parole, nell’intesa fra esseri umani. La prima conseguenza dell’apocalisse tecnologica di DeLillo è proprio che un certo silenzio viene finalmente riempito (da chiacchiere assurde, condizionate dal linguaggio televisivo e piene di imbarazzo, ma ehi, almeno si parla). Il silenzio degli apparecchi, quindi, lascia il campo a un’umanità di sola voce, però sfibrata e fuori allenamento. DeLillo ci chiede se sia una fine o una ripartenza, fornendoci, per ciascuna opzione, due chiavi di lettura: una lucida e una retorica.
Come a dire: io ho spento, il resto sta a voi. Mi competeva solo l’interrogativo, e mi interessa solo la reazione, sia dentro le pagine che fuori. Che penserete, voialtri? Come vi comportereste? A conferma che per gli scrittori, spesso, la realtà è il contrario di ciò che asserisce Martin: l’individuo è tutto, il mondo è niente. Lo abbiamo capito tutti, questo?

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