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Le divoratrici di Lara Williams e altre storie di fame



Ogni storia di fame è, a suo modo, la narrazione di un desiderio, di un eccesso di vita – e la fame femminile non fa eccezione. Nulla di più semplice della metafora dell’appetito o della sua assenza per raccontare un corpo nei suoi confini socialmente prestabiliti, soprattutto se è l’appetito, l’istinto della volontà per eccellenza, a valicarli.

«C’è una cosa che ho capito del desiderio, ed è che non passa mai, non proprio. Però puoi ridimensionarlo; puoi piegarlo e metterlo accuratamente da parte. Avevo come la sensazione di stare portando in qualche angolo del mio petto, dritto dietro alla mia cassa toracica, un forziere d’oro massiccio pieno dei miei bisogni e desideri. Continuavo a sollevarne il coperchio per buttarcene dentro degli altri. Si riempiva sempre di più, ma c’era ancora spazio. Un po’ di spazio resta sempre».

Fino a pochi anni fa, la narrazione della fame femminile in letteratura tendeva a oscillare in direzione opposta, soffermandosi su una sovversione per difetto, su una ribellione del sé che invece di ribadire la propria presenza tendeva all’annullamento, a una lenta erosione. È il caso di La vegetariana di Han Kang, dove il rifiuto della violenza delle norme sociali, rappresentate nel romanzo dall’alimentazione carnea prima e dall’esistenza corporea poi, si fa espediente per narrare il peso delle aspettative della famiglia e della società; o di La donna da mangiare, primo romanzo di Margaret Atwood, in cui la fobia e l’avversione per il cibo e il suo consumo diventano un’efficace metafora dell’abuso emotivo e dell’incapacità di adeguarsi a un ruolo sociale troppo stretto.

le divoratrici

Più recentemente, tuttavia, questa logica narrativa sembra essersi invertita. Se fino a qualche tempo fa l’appetito incontrollabile era una prerogativa del genere horror ed era spesso metafora della pubertà o dell’iniziazione sessuale (si pensi invece a film Ginger Snaps, Jennifer’s Body o Raw), mettendo quindi a confronto dei modelli di femminilità orrorifica già indagati e approfonditi da studiose come Julia Kristeva o Barbara Creed, la riappropriazione del racconto della fame in chiave realistica si sta finalmente facendo strada nel discorso pubblico. Oltre alla critica della cultura della dieta e delle aspettative sugli spazi letterali e metaforici che ai corpi femminili è concesso occupare, si parla delle difficoltà, delle contraddizioni e delle insicurezze insite nel reclamare il proprio spazio. Ed è questo che si pone di fare Le divoratrici, romanzo d’esordio della scrittrice britannica Lara Williams.

“Cioè, in un certo senso è un club culinario”, risposi. “Ma il punto non è soltanto il cibo. È il modo in cui affermiamo noi stesse in uno spazio. In diversi spazi. Il punto è rivendicarne di più.”
“E come fate?”
Indicai il mio piatto. “Be’” dissi. “Mangiamo. Mangiamo quanto vogliamo. Diventiamo più grandi. Occupiamo spazio con i nostri corpi, in un certo senso”.

Le divoratrici narra la storia di Roberta, una trentenne come tante che, intrappolata in un lavoro insoddisfacente, crea un club di cucina («Considero la cucina una specie di atto radicale», dice) per sole donne insieme alla sua amica e coinquilina Stevie. Non si tratta però di un’attività pacifica e ricreativa, bensì di una sorta di performance art conviviale improntata all’edonismo antisociale, corredata da una trafila di azioni incuranti di quella norma borghese che le donne si prefiggono di combattere. Frugare nella spazzatura, entrare in spazi di proprietà altrui, assumere droghe, ballare, indulgere nel proprio appetito, nella propria tristezza e nella propria rabbia senza preoccuparsi di ripulire le tracce del proprio passaggio – tutti modi di reclamare il proprio desiderio e la propria fame di esistere.

Il libro è stato definito dal Guardian “un Fight Club femminista”, eppure di Fight Club c’è poco, molto meno di quanto ci si aspetterebbe, e la scrittura di Williams solleva più domande scomode che soluzioni pratiche e semplicistiche in salsa girl power tipiche di quel femminismo liberale a cui il Guardian fa spesso riferimento. Ma se la critica esistenzialista alla società dei consumi e al modello di mascolinità egemone di Palahniuk partiva da una lotta esasperata, le donne di Williams si ribellano attraverso il contraltare perfetto, la funzione femminile dello stesso modello da decostruire: la cucina, ribaltando i concetti stessi di piacere e disgusto, di sacro e profano, di assertività e passività.

le divoratrici
Immagine di copertina dell’edizione tedesca del libro

Il club culinario di Roberta e Stevie, a cui si uniranno altre donne con esperienze diametralmente diverse, riecheggia più la vacuità barocca di capisaldi della satira come La grande abbuffata o il suo precursore, il Satyricon. In entrambe le opere, ai limiti della buffoneria, il cibo è veicolo grottesco di una critica sociale tagliente quanto malinconica. In Le divoratrici, invece, le implicazioni del club culinario diventano comprensibili soltanto se messe a confronto con la realtà quotidiana delle protagoniste: l’appetito è sempre l’altra faccia del vuoto. Nel corso del racconto viene svelato, tramite una serie di flashback, il passato di Roberta.

Attraverso le esperienze passate e presenti di Roberta fuori dal club, unico luogo in cui le regole della società non sembrano valere, il lettore viene posto di fronte alle numerose istanze in cui viene richiesto – quando non imposto – un preciso codice di comportamento che a Roberta sembra stare sempre più stretto. I rapporti con la famiglia e i coinquilini, il lavoro, i trascorsi di abusi sessuali e relazioni infelici a cui sembra esserci rimedio solo nel suo completo rovesciamento. Ma è davvero così?

«Provai la sensazione di esistere in carne e ossa nel tempo e nello spazio che mi erano stati dati: la sensazione di non stare tra i piedi a nessuno. Di esistere perché mi toccava. Di esistere perché non avevo altra scelta. Se non riesci a figurarti una strada, è perché una strada non c’è. Dicono che quando muori, è la fame che se ne va per prima».

Le premesse di Le divoratrici gettano le basi per una buona riflessione sui legami umani e sulle aspettative sociali dei ruoli di genere, ma il paradosso del romanzo sta nell’eviscerare i lati più torbidi dell’esperienza femminile non tanto nell’eccesso dei banchetti, pantagruelici ma effimeri, se visti alla luce dell’intera vicenda, quanto nel difetto di una vita quotidiana che nessuna delle protagoniste sembra in grado di affrontare in prima linea.

L’intenzione di Williams, scrive la stessa autrice nella prefazione al romanzo, era di raccontare «il tacito accordo secondo cui le donne sono incoraggiate a farsi piccole, e come questo sia una parte fondamentale del recitare la femminilità in modo corretto – sia nel mostrarsi sempre compiacenti, sia nel reprimere la propria voce». Le modalità e gli esiti di questo reclamo di spazio, tuttavia, non sembrano essere semplici né lineari, e la soluzione di Williams al problema è tutt’altro che soddisfacente: sta però al lettore, messo di fronte all’inefficacia di una liberazione incompleta e palliativa, interrogarsi sulle proprie possibilità fuori da riempitivi e rassegnazione. La contraddizione rimane irrisolta. La divoratrice e la divorata. Eppure, si chiede Roberta, come poteva una persona essere entrambe le cose?




Foto di copertina realizzata da Costanza Ciattini, @costanzaciattini



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