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L’Aut-Aut di Kierkegaard oltre il bene e il male

Søren Kierkegaard è un pensatore straordinario, la cui influenza è stata innegabilmente cruciale per lo sviluppo della filosofia novecentesca, da Heidegger a Jaspers, passando per gli esistenzialisti e la teologia di Karl Barth. Nella prima metà dell’800, il suo raro coraggio nell’opporsi, capovolgendola, all’allora dominante visione hegeliana ha trovato degna espressione in un’opera immensa, variegata, fieramente asistematica, un giacimento di spunti geniali e riflessioni abissali.
Accanto a Schopenhauer e Nietzsche, con tutte le ovvie differenze, Kierkegaard si erge come uno dei giganti dell’800, sul fronte della ricerca filosofica opposto a Hegel e Marx. Eppure, importanti autori marxisti successivi si rifanno esplicitamente alle riflessioni di Kierkegaard: come ha notato Massimo Cacciari, questo si può riscontrare in Bloch e Benjamin, che riprendono il pensiero di Kierkegaard “ateizzandolo”, ad esempio nella critica dell’approccio socialdemocratico, a cui è contrapposta la figura del rivoluzionario, capace di cogliere l’attimo propizio alla trasformazione della società.

Se volessimo, brutalmente, sintetizzare a un neofita il cuore della filosofia kierkegaardiana, attorno al quale ruota in mille variazioni la sua vastissima produzione intellettuale, necessariamente dovremmo riferirci al suo celebre Aut-Aut, che dona il titolo alla sua opera, forse, più celebre: contrapponendosi all’et-et della dialettica hegeliana (il “superare conservando” implicito nel concetto di Aufheben), il pensatore danese pone un’alternativa senza possibilità di conciliazione, incarnata a livello letterario tra la scelta etica di essere un marito fedele e onesto del consigliere Guglielmo e quella estetica del seduttore che vive perennemente nell’istante, come Don Giovanni (o, per rimanere in ambito mozartiano, come vorrebbe Cherubino ne Le nozze di Figaro).
A questi due stadi dell’esistenza (che anticipano di gran lunga, e in maniera più centrata, le intuizioni freudiane su Super-io ed Es), Kierkegaard ne aggiungerà un terzo, ulteriore e definitivo: lo stato religioso, il superamento dello stadio etico nell’arresa al Divino, incarnato da Abramo che accetta la richiesta crudele del suo Signore di sacrificargli il proprio unico figlio Isacco. L’Aut-Aut si ripropone, come cruciale risposta al senso dell’esistenza, nel rapporto con il Cristianesimo: «Si deve o negarlo risolutamente, combatterlo e perseguitarlo, o viverlo radicalmente. Ogni posizione del medio è solo culto del genio e della vertigine».

Kierkegaard

Questa è chiaramente una sintesi brevissima e necessariamente grossolana di una riflessione filosofica complessa e piena di sfumature, capace di sondare profondità abissali dell’animo umano come forse, tra i contemporanei del filosofo, possiamo riscontrare solo in Dostoevskij, Leopardi e Nietzsche. Ora e/o ripropone, nella collana di pensiero radicale diretta da Goffredo Fofi, il Breviario, una selezione di testi curata da Max Bense, pubblicata originariamente in Italia da Il Saggiatore nel 1959.
Si tratta di riflessioni elaborate negli ultimi due anni di vita del filosofo, dal 1853 al 1855. Nella nota a questa prima edizione, Giacomo Debenedetti scrive: «Nei quattro capitoli di questo Breviario, Max Bense è riuscito a raccogliere i momenti essenziali dell’opera kierkegaardiana: i grandi scandali e le repliche, sempre variabili, dell’inesorabile Aut Aut. Ma isolato, in aforismi folgoranti, proposizioni definizioni ragionamenti, che lievitano e nutrono la cultura moderna». In questi testi emerge uno dei motivi principali della grandezza di Kierkegaard: in perfetta aderenza tra forma e contenuto, la distanza filosofica dall’”inganno” del sistema hegeliano è tradotta coerentemente in una evidente distanza stilistica.

Se la prosa di Hegel (a parte alcuni, memorabili, passaggi) è densa, ostica, a tratti illeggibile per intricatezza di rimandi alla complessa organicità del sistema eretta dal filosofo di Stoccarda, al contrario Kierkegaard si impone come un maestro di stile, capace di padroneggiare diversi generi e registri, a seconda delle differenti opere, ciascuna delle quali intende esprimere, nella sua peculiare unicità, un diverso stadio dell’esistenza. Pensiamo al Diario del seduttore, a metà tra diario e romanzo epistolare, al brillante saggio sul Don Giovanni di Mozart, all’incipit folgorante di Timore e Tremore, alla potente sintesi aforistica dei Diapsalmata (un ideale ponte stilistico e filosofico tra due pensatori apparentemente antitetici come Pascal e Nietzsche), a opere completamente differenti per stile e tono quali In vino veritas e Il concetto dell’angoscia.
Non è un caso che alcune di queste opere il filosofo danese le abbia scritte sotto pseudonimi, o per meglio dire eteronimi: Victor Eremita, Johannes de Silentio, Costantin Costantius, Anti-Climacus, solo per citarne alcuni. Quindi, il filosofo usa delle maschere come strumento consapevole di interpretazione dei diversi, cangianti, inafferrabili momenti dell’eterno divenire. Come spiega Cornelio Fabro, «La ragione degli pseudonimi è nel fatto che essi intendono esporre situazioni ideali, che il vero Autore Søren Kierkegaard non poteva assumere per suo conto e pensò quindi di appioppare a personaggi fittizi che la sua scaltra fantasia creava a getto continuo».

Kierkegaard
Ritratto di Søren Kierkegaard, 1840

In tutto ciò, bisogna sempre tenere a mente la vocazione profondamente religiosa dello “scrittore” Kierkegaard: «La categoria della mia attività di scrittore è di rendere attenti alla realtà cristiana e io sono soltanto una certa specie di poeta e pensatore». Proprio nel testo di cui stiamo parlando possiamo leggere:

«Il mio aut-aut non significa la scelta tra bene e male, ma la scelta per la quale ci si vuole porre o non porre di fronte all’antitesi bene e male».

Nelle pagine del Breviario, il lettore può avere l’occasione di incontrare il pensiero di Kierkegaard nella sua massima maturità, in una forma potente e sintetica, tra cui la pagina su Abramo, esempio de Il Religioso, giustamente definita da Debenedetti «un capolavoro di grande narrazione tragica». Il modo migliore per sottolineare l’importanza di questa ripubblicazione è probabilmente lasciare la parola a Kierkegaard, in uno dei suoi passaggi più profondi e definitivi, proprio al culmine della riflessione sul sacrificio (mancato) di Isacco:

«Il paradosso della fede sta dunque nel fatto che il singolo sta più in alto dell’universale, che egli, per rifarsi a una distinzione interna alla fede ora divenuta più rara, determina il suo rapporto con il generale tramite il suo rapporto con l’assoluto, non già il suo rapporto con l’assoluto mediante quello con l’universale (…) Quale fu dunque il modo di esistere di Abramo? Egli credette. Questo è il paradosso mediante il quale egli attinge il culmine, questo è ciò che non può spiegare ad altri: infatti il paradosso sta nel fatto che, in quanto singolo, si pone in un rapporto assoluto con l’Assoluto».

Con buona pace di chi vorrebbe ridurre l’esistenza a un mero viaggio verso la consunzione.

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