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La stranezza del mondo è meraviglia



«Da che parte si comincia, se vogliamo prenderci cura di queste creature nel marasma di catastrofiche notizie sul cambiamento climatico o sull’estinzione dell’ennesima specie animale o vegetale, ormai consuetudine? (…)
Ciò che possiamo fare, se l’impresa ci sembra titanica, è partire da una cosa piccola
».



Aimee Nezhukumatathil, in Un mondo di meraviglie. Elogio di lucciole, squali balena e altri prodigi (appena pubblicato da nottetempo, nella traduzione di Federica Principi), parte da una cosa molto piccola, la luce di una lucciola, per raccontare la meraviglia che abbiamo intorno e che vive con noi.
Un viaggio nei ricordi, nei giardini dei sobborghi di Phoenix in Arizona, nelle profondità marine, in un orto botanico, in una gelateria sulla spiaggia, nel Kerala, in India. Viene voglia di leggere la raccolta di prodigi nel libro di Nezhukumatathil, illustrati mirabilmente da Fumi Nimi Nakamura, come un manuale che insegna ad allenare la meraviglia, da prendere come traccia per cominciare ad allenare anche i nostri sensi. Quale albero ci ha dato un senso di protezione quando gli adulti erano assenti o erano una minaccia? Di quale animale abbiamo ammirato e desiderato le abilità, come fossero superpoteri? Il corno di un narvalo – che poi è un dente che buca il labbro superiore per allungarsi nell’oceano, dandogli l’aspetto di un unicorno – che sa intercettare segnali anche lontanissimi per rimetterci in contatto con persone lontane. Il sorriso impassibile dell’axolotl, piccolo anfibio dall’imperturbabile espressione benevola, è lo stesso sorriso che l’autrice impara a riservare alle ragazzine bianche che le danno consigli non richiesti sul trucco adatto alla sua pelle scura, di figlia di una madre di origini filippine e di un padre indiano. O le capacità di scomparire di un calamaro vampiro che scappa e si inabissa, distraendo i predatori con una sostanza mucosa, luminescente, spettacolare nel buio delle profondità marine: per la Aimee Nezhukumatathil adolescente, dopo l’ennesimo trasferimento in una nuova scuola, il superpotere di scomparire diventa fondamentale.

Quei momenti di estrema solitudine, in cui ti inabissi con la mente per allontanarti, perché ti senti diversa: è capitato a tante e a tanti, immagino, non solo ad Aimee, non solo a me. Io mi rintanavo in un locale del negozio dei miei genitori dove tenevano i pesci tropicali. Era una stanza con tre pareti e mezza su quattro occupate da scaffali di vasche. Il rumore sordo delle pompe, quello dell’acqua in movimento, continui, interrotti di tanto in tanto dai guizzi di qualche pesciolino.
È arrivato anche per me il momento in cui il fatto che quegli animali fossero in cattività, trasportati e commercializzati, divenne un problema etico – il negozio è chiuso ormai da tanti anni, è una delle tante storie della mia famiglia senza lieto fine – come lo fu per l’autrice l’incontro con uno squalo balena rinchiuso nella vasca Ocean Voyager del Georgia Aquarium, o con un polpo pescato e morente nell’isola di Taso nel Nord della Grecia, ma quel posto era stato per me un rifugio sottomarino, dove nascondermi quando mi sentivo troppo diversa per stare là fuori, anche se la mia pelle aveva lo stesso colore delle compagne, e al tempo stesso era il posto in cui la diversità si faceva compagna.
La diversità del mondo animale e vegetale, l’infinita varietà di forme di vita, ancora in gran parte sconosciute, ti sa dare un conforto unico: siamo tutti diversi, siamo tutti sorprendenti. Sono sorprendenti anche caratteristiche che non appartengono al canone della gradevolezza, il muco iridescente del calamaro, il lunghissimo dente contorto pieno di terminazioni nervose del narvalo, l’olezzo memorabile del gigantesco fiore cadavere: non importa quanto tu ti senta strana, la stranezza del mondo ha forme così variegate da lenire anche la solitudine più profonda. La stranezza del mondo è meraviglia.

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In questo elogio dei prodigi, l’autrice non si muove solo fra manifestazioni differenti della meraviglia – dagli esseri viventi, animali e vegetali, alla voce e all’odore di un monsone – e in luoghi diversi del mondo, ma anche attraverso il tempo: dalle passeggiate della sua infanzia coi genitori nelle Great Smoky Mountains, alle giornate dedicate al birdwatching in Massachusetts con i suoi figli. Come tutti gli insegnamenti, anche l’educazione alla meraviglia è un lascito, un modo per salvare, di generazione in generazione, un’abilità nello sguardo che stiamo perdendo e insieme un modo per non rovinare l’accesso allo stupore che ogni bambino possiede, un insegnamento quindi che non è unidirezionale ma scambio reciproco. Una delle meraviglie del suo elenco, infatti, sono le domande dei figli durante il birdwathcing, non il birdwatching in sé, quindi, ma la curiosità che l’incontro con diversi tipi di uccelli sa innescare in due bambini di sei e nove anni.
Vengono in mente le esplorazioni lungo le coste del Maine di Rachel Carson con suo nipote Roger, raccontate in Brevi lezioni di meraviglia (Aboca Edizioni, traduzione di Miriam Falconetti):

«Il mondo di un bambino è fresco, nuovo, e bellissimo, pieno di meraviglia ed eccitazione. È davvero una sfortuna che la maggior parte di noi questa visione limpida, questo istinto autentico per ciò che è bello e ispira incanto, si oscuri fino a perdersi ancora prima di raggiungere l’età adulta.
Se avessi un qualche influsso sulla fata buona che veglia sul battesimo di tutti i piccoli, chiederei che il suo dono per ogni bimbo del mondo fosse un senso di meraviglia così indistruttibile da durare tutta la vita, come antidoto infallibile contro la noia e il disincanto degli anni futuri, la sterile preoccupazione per cose che sono artificiali, l’alienazione dalle sorgenti della nostra forza».

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Aimee Nezhukumatathil

Questo diario è l’ultimo testo scritto dalla biologa, autrice del più famoso Primavera silenziosa, ed è con questo libricino, non terminato, che ci lascia l’invito a contemplare la bellezza della terra, perché chi riesce a farlo «trova riserve di forza che dureranno quanto la sua stessa vita».
Non si parla, quindi, solo della ‘bellezza nelle piccole cose’, di cui si trovano infinite declinazioni nei manuali di self-help e nei reel sui social, o in forme più raffinate (l’ultima in ordine di tempo è forse Perfect days di Wim Wenders), ma di stare al mondo, con pienezza, senza alienarsi, rimanendo connessi a qualcosa di più profondo che ci unisce al resto del vivente.
Qualche anno fa Rebecca Solnit sul Guardian aveva stilato un decalogo sui modi per non perdere la speranza di fronte alla crisi climatica. Perdere la speranza è qualcosa che non possiamo permetterci: l’unico modo per mantenere aperta una possibilità di cambiamento è credere che questo sia ancora possibile.  Il decimo punto recita «non trascurare la bellezza».
Cercare e saper trovare la bellezza, in questo mondo al collasso, non è un esercizio di ingenuità, o un modo per isolarsi dalla realtà, è anzi uno degli atti più concreti e utili in cui possiamo impegnarci. Per curare il cuore, la testa e quegli altri posti dei nostri corpi in cui si nasconde l’ansia per un futuro fosco. Per ristabilire cosa è reale, e trovare una connessione con un mondo che ignoriamo il più del tempo mentre, come dice Rachel Carson, ci preoccupiamo per cose che sono artificiali. Fare attenzione all’esistenza di forme di vita che vivono lì, con noi, mentre siamo distratti. Riconoscerle, nominarle: non solo un albero, ma un tiglio, un pioppo, un tasso; non solo un uccellino, ma una cinciallegra, un pettirosso, un codazzurro. È ritrovarsi e dirsi che siamo insieme nel mondo, non siamo soli, non sono sola.

«So che cercherò le lucciole per il resto dei miei giorni, anche se a ogni anno che passa loro vanno scemando. Non posso farci niente. Si accendono e si spengono, bagliori giallognoli in una notte d’estate, come a dire: Io sono ancora qui, tu sei ancora qui, io sono ancora qui, tu sei ancora qui, io sono, tu sei… e così via all’infinito».

La magia che compie un libro come questo è condividere con gli altri i momenti di meraviglia della propria vita: come delle lucciole, possiamo mandarci un segnale luminoso nel mezzo di una notte che può essere paurosa da affrontare, da soli.
Guarda, ecco un prodigio.
Ascolta: eccone un altro.
Chiudi gli occhi e presta attenzione: qui ce n’è ancora uno.
Io ci sono.
Tu ci sei.
Ancora.



In copertina: Fumi Nakamura, Axolotl, 2022

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