Comma 22

La scrittura come riflesso del caos. Una conversazione con Alessandro Gori (Lo Sgargabonzi)



Già dal fulminante calembour del titolo, Confessioni di una coppia scambista al figlio morente (Rizzoli Lizard), si rivela lo spirito paradossalmente geniale di Alessandro Gori (noto anche come Lo Sgargabonzi): un gioco di parole folgorante e cinicamente immorale, che non ha nulla a che vedere col contenuto del libro. Il volume, infatti, è una serie di brevi racconti brillanti, sgradevoli, feroci, divertentissimi e colmi di desolazione.

Gori

È proprio questo il dono ardente che merita la vostra attenzione: Gori applica i meccanismi della suspence da film horror ai tempi comici, creando un effetto straniante, come fossimo davanti a un’epifania nichilistica. Ciò che impressiona nella scrittura di Gori è l’assoluto controllo del linguaggio, un magistero spontaneo nel dosare ritmi umoristici spiazzanti mescolati alla parodia vertiginosa del tritatutto informativo dominante – quella koinè ipocrita e untuosa che ormai, come un ottundente rumore di fondo, la società dei media di massa ci impone in maniera sempre più invasiva.

Ho voluto esplorare con l’autore due aspetti della sua ispirazione: uno, forse, meno noto, rappresentato dalla passione ossessiva, unita a una sterminata erudizione, per i giochi da tavolo; l’altro, su cui già in passato si era aperto, relativo alle sue influenze, ai suoi ispiratori. Ebbene, unendo i puntini delle sue ‘confessioni sulle Confessioni’, emerge più chiaramente il quadro del suo peculiare dono autoriale: la scrittura come testimonianza insieme delirante e lucida del caos insensato della vita e il gioco come tentativo nobile e impossibile di arginarne teoreticamente la violenta incontrollabilità.

Tutto ciò nel basso continuo del suo «disperato autismo», come egli lo definisce, che tritura e rielabora tutte le influenze dichiarate: l’improvvisazione libera, disinvolta, che non teme di scadere nello scollacciato, perché sorretta da una perfetta conoscenza del medium, come quella di Alfredo Cerruti (l’indimenticabile voce narrante degli Squallor); la poesia esistenziale, insieme virile, goliardica eppure sommamente malinconica, di Franco Califano; il perfetto controllo dei codici della canzone popolare di Claudio Baglioni; la simpatia immediata, il dono comico spontaneo già dal punto di vista fisico, la comicità basica e innocente di Renato Pozzetto.

Mescolate tutto follemente con l’ossessione geometrica di un gelido master mind, narratore di un complicato gioco da tavolo di cui conosce a perfezione tutte le regole, e avrete la lista dei pregi che rendono la prosa di Gori immediatamente riconoscibile, sempre in grado di scatenare una risata cattivissima e liberatoria: la raffinata decostruzione dei codici di comunicazione popolare attraverso una comicità quando greve, quando sadica, che al termine della lettura, comunque, comunica, per violenti contrari, una fortissima empatia umana.

Certo, l’utilizzo libero e disinvolto di questo approccio alla realtà può condurre a incresciosi incidenti, soprattutto sui social: Gori ha, infatti, l’abitudine di commentare nel suo stile, genialmente mimetico del qualunquismo feroce, su profili pubblici, di intellettuali e quotidiani, ingenerando per un verso l’ilarità devastante per chi lo conosce; al contrario la perplessità, il disgusto o la rabbia di chi crede che quel commento sia serio e sincero. Per quanto riguarda un noto processo che vide protagonista il Nostro, per un equivoco del genere, dirò solo che se da un lato sono assolutamente a favore della sua libertà d’espressione, dall’altro se fossi stato un parente della persona menzionata nel suo post non lo avrei denunciato, ma lo sarei andato direttamente a cercare di persona.

Credo che Alessandro, che come me ama Cerruti e Califano, avrebbe comunque compreso e apprezzato.

Ecco la nostra conversazione.

Qual è il tuo processo di scrittura?
Non ho un metodo, del resto non ho mai amato scrivere: lo faccio con fatica e solo motivato dal risultato finale. Di solito quando ho un’idea per un racconto lo butto giù in velocità, pure scritto in maniera grossolana, giusto per rassicurarmi che si regga in piedi da solo. In caso positivo, inizio una lunga opera di cesello per renderlo un bel racconto. Di solito lo faccio immedesimandomi nell’io narrante, così da non dover cercare le parole giuste, ma vedere che sono loro a venirmi incontro. È la cosa che mi diverte di più.

Quindi, come descriveresti la tua ispirazione?
Non mi sono mai interrogato sull’ispirazione. Molti racconti nascono dalla collisione di due argomenti apparentemente inconciliabili, come le piante carnivore e il motociclismo. Li faccio cozzare e vedo che storia sbrodola fuori. Se vale la pena, se mi fa germogliare idee, allora l’approfondisco facendola diventare un racconto.

Spesso anche nei tuoi profili social mantieni il tuo stile paradossale, questo però può creare anche incresciosi fraintendimenti. È un esercizio di stile? È una sfida all’interlocutore?
In realtà della mia pagina mi è sempre interessato pochissimo e mi ha sempre sorpreso avere un seguito. Non che non mi facesse piacere eh. Ma sono solo appunti, frattaglie, è un esercizio rilassante, è come essere al telefono e scarabocchiare su un foglio. Ma da certe idee abbozzate lì nasce quello che finisce sui libri, che è la cosa che invece m’interessa.

Oltre al compianto Alfredo Cerruti, ci sono altre figure a cui ti ispiri per lo stile? Cosa ti ha influenzato di più di Cerruti: la libertà? l’improvvisazione? la mescolanza di alto e basso? il talento surreale di far interferire elementi grotteschi e sguaiati in una parodia perfettamente aderente del registro formale, giornalistico?
Alfredo Cerruti e gli Squallor in generale, insieme a Renato Pozzetto, sono sempre state le mie comete fin da che ero molto piccolo, non soltanto comiche. Non mi ci sono direttamente ispirato, ma di certo quello che mi affascina di entrambi è la loro psicologia, che mi è sempre arrivata prepotente e magnetica. Non hanno bisogno di costruire battute, non hanno l’ansia di essere divertenti, non si adattano al mondo ma creano un mondo caleidoscopico alla loro misura in cui nemmeno ti invitano a entrare, ma è troppo seducente per rimanerne fuori. In un certo senso, sono più dei mistici che dei comici.

Questo nuovo libro, Confessioni di una coppia scambista al figlio morente, che tappa rappresenta nella tua carriera, a livello di evoluzione stilistica?
Non me lo sono chiesto. Sicuramente descrive i due anni molto dolorosi in cui l’ho scritto. Paragonandolo alla mia antologia precedente, dove Jocelyn Uccide Ancora era una festa caraibica, Confessioni è la fine della festa, quando le luci si spengono e c’è da portar via le cartacce dei bignè e le bottigliette di Nano Ghiacciato. Jocelyn era un libro esplosivo, pop, in cui inanellavo pezzi di bravura. Confessioni è un libro più autunnale, raccolto, personale, di disperato autismo. Dove Jocelyn era crudele, Confessioni è sadico. Che poi detta così pare che non si stia parlando di due libri umoristici, cosa che in realtà sono.

Il libro ha vinto il premio Satira, ponendo delle questioni sul limite della satira stessa. Alcune tue dichiarazioni paradossali sono state dolorosamente fraintese e questo ha portato molti intellettuali a difenderti. È interessante notare come alcuni di loro sono allo stesso tempo fautori del cosiddetto ‘politicamente corretto’, eppure hanno difeso il tuo diritto pur essendo i tuoi brani spesso efferati, concettualmente violenti, sicuramente considerabili ‘offensivi’ per la nuova sensibilità progressista. Se da un lato alcuni intellettuali hanno spiegato il tuo ‘codice’ satirico, dall’altro persone comuni lo hanno frainteso (o lo possono fraintendere). So che già lo hai fatto, ma puoi spiegare al pubblico che non ti conosce il tuo approccio creativo sulla manipolazione del linguaggio corrente?
Non mi tengo informato. Non leggo giornali né libri, non guardo tv (tranne Sanremo), non seguo pagine, non ascolto podcast, non ho mai visto una partita di un qualsiasi sport in vita mia, non frequento nemmeno gli spettacoli dei miei colleghi. Gioco solo ai giochi da tavolo, ascolto musica e faccio passeggiate in Val di Chiana. Mi piace però quello che mi resta impigliato nei neuroni contro la mia volontà. Spesso il linguaggio delle mie storie è il sottoprodotto dell’informazione, dei tic linguistici, dei fatti di cronaca annunciati in maniera morbosa e compiaciuta, della satira più bonaria e becera, della presunzione di chi sa di essere nel giusto, delle mode, delle pose, del modello nazionalpopolare, della spocchia intellettualoide, dell’autocompiacimento, dei manicheismi, degli esercizi di stile, del buonismo e del cinismo a buon mercato. Tutto questo mi piace rimasticarlo, ruminarlo e rimodellarlo in uno stile che faccia sentire il retrogusto distillato e tannico di quanto ci può essere di spaventoso o a volte bellissimo nel mondo, nell’esistenza, e ricreare il suo caos vertiginoso come in un piccolo diorama. Una sfera di vetro con cui giocare un po’ violentemente per sentire il rumore che fa la vita quando si spezza.

Gabriel Garcìa Marquez citava una conversazione con Vargas Llosa in cui sosteneva come qualsiasi atto di creazione letteraria fosse una rivolta contro la creazione divina, quasi a ricreare il mondo. Tu sembri quasi invece volerne testimoniare e restituire l’aspetto di caos stordente e incomprensibile insensatezza che tanto ha inquietato la filosofia dell’ultimo secolo, una sorta di forma di Esistenzialismo umoristico. È corretto?
In realtà, scrivo le uniche cose che so scrivere, senza pormi troppo il problema. La versatilità non è fra le mie qualità. Cerco di oggettivare in racconti divertenti la mia solitudine irrisolvibile di essere umano di fronte al mio destino ultimo, al caos indeterministico che ci risucchia. La comicità non mi serve per sdrammatizzare ma anzi, per drammatizzare. Se posizioni un episodio drammatico in mezzo a due momenti comici, quell’episodio si farà ancora più spettrale, vertiginoso e terminale. A me interessa quello scricchiolio sinistro in mezzo alle risate. La cadaverina che cola dalla bara e finisce nei bicchieri di spritz.

Trovo molto interessante che un autore come te, dallo stile così estremo, surreale ed efferato, sia poi un grandissimo conoscitore di canzoni d’amore pop, ad esempio sei un filologo di Claudio Baglioni. In che rapporto è il tuo lavoro di decostruzione del linguaggio convenzionale con la poesia del quotidiano dei cantautori dei buoni sentimenti?
Claudio Baglioni e Franco Califano sono i miei due cantautori preferiti. Non trovo affatto che Baglioni sia un cantautore dei buoni sentimenti. Anzi, penso che al massimo quella sia solo la scorza. Anche nelle canzoni d’amore, Baglioni racconta l’esistenza umana, il tempo che passa, la forza di gravità che vince sui sentimenti e sulle buone intenzioni, lo scollinamento, la disillusione dopo l’illusione, la perdita. I suoi amori sono spesso dei sentimenti blu, degli stati di transitorietà, degli incanti effimeri che finiscono come sono nati, un mattino, senza un senso.

Di Califano cosa ti affascina?
Il fatto di non raccontarsela mai. Pur sapendo che non c’è niente di buono nella verità.

Arriviamo a una tua grande passione: sei, a mia modesta conoscenza, uno dei più grandi conoscitori di giochi da tavolo. Forse, la cosa che più mi ha colpito, di tua creazione, è stato un intervento a Zalib in cui introducevi una serata di gioco collettivo. Hai detto parole pressoché definitive sul gioco come tentativo disperato da parte dell’uomo di donare ordine al caos, in un certo senso un’operazione uguale e contraria alla creazione letteraria. Puoi approfondire il tema?
Mi ha sempre affascinato come i giocatori cercano di spremere al meglio quel turno di gioco, quella infausta mano di carte che gli è capitata, impegnandosi molto di più che in qualcosa che gli farebbe ottenere dei vantaggi tangibili, come nel proprio lavoro. Nella testa di noi giocatori, durante una partita a Caylus, Tzolk’in o Modern Art, c’è un silenzio ieratico. Il mondo è lasciato fuori. Per questo ho sempre inteso l’arte del gioco come un tentativo dell’essere umano di sfuggire all’ansia della morte. E il gioco, nella sua pura astrazione, nelle sue regole e nel rumore rassicurante delle sue cremagliere, è l’illusione di poter dare un ordine al caos.

Studiando i giochi nelle loro varie forme (dai più antichi come il Senet egizio ai moderni videogiochi, passando per i Tarocchi) ho sempre pensato che il gioco sia nato come metafora dell’esistenza, o meglio del percorso a tappe che poi è stato codificato come Viaggio dell’Eroe. C’è un poema mistico hindu, il Devi Mahatmyam, in cui la Devi uccide i demoni uno per uno nei vari capitoli, in ordine ascendente di valore e difficoltà, fino al demone finale, la stessa dinamica del mostro di fine livello dei videogiochi. Pur avendo tu una visione materialistica dell’esistenza, hai mai osservato questo aspetto allegorico del gioco?
Proprio perché ho una visione materialistica, non noto mai le allegorie.
Uno dei miei giochi preferiti è Intrigue (di Stefan Dorra). È un gioco di trattative, diplomazia, lettura del pensiero e bluff a dir poco brutale e di pura paranoia. Vince chi ne esce con più soldi. Io non lo gioco mai, lo intavolo e lo lascio sempre giocare agli altri. È un gioco di manipolazione mentale in cui puoi tradire i patti un attimo dopo aver guardato negli occhi il tuo amico e averlo convinto a fidarsi di te, magari mettendo in ballo fatti privati e delicati, solo perché abbassi le difese. Se sei disposto a farlo puoi prendere vantaggio sugli altri, oppure venire ostracizzato. Non c’è un antagonista, non ci sono risorse da spartirsi che non siano soldi degli altri. C’è un meta gioco tensivo costante. I giocatori non stanno con gli occhi sulla plancia, ma sui loro avversari, decriptando i loro sogni per poterli usare come predellino per i propri. Anche lì potrei vederci una qualche riduzione in scala dell’esistenza umana.

Quindi, in conclusione potremmo dire che per te la creazione letteraria è una via per testimoniare ed esorcizzare il caos stordente dell’esistenza e il gioco, in particolare da tavolo, la via per provare, invano, ad arginarne il dominio?
Sì, è esattamente questo. Non c’è nient’altro.

A cosa stai lavorando in questo momento?
Sto cesellando Canzoniere dei parchi acquatici, una storia divisa in 137 poesie come fossero macchie di Rorschach dell’io narrante, un personaggio che colloco a metà tra me e l’Alfredo Riva di Renato Pozzetto, protagonista del film Luna di Miele in Tre. Un libro divertente, ma pieno di cigolii sinistri. E ho l’onore di collaborare con Paolo Bacilieri che ne curerà le illustrazioni, uno dei miei fumettisti preferiti di sempre.
Oltre a questo, sto scrivendo il mio prossimo spettacolo: 10 Monologhi sulla Morte.

Non mi rimane che chiederti: a chi ti rivolgi nelle cose che scrivi e nei tuoi spettacoli live? Qual è il tuo scopo, provocare, educare o altro?
Non m’interessa scuotere le coscienze, non ne sarei nemmeno capace, e in ogni caso non sogno un mondo migliore. Vivo benissimo con l’emergenza climatica. Anzi se posso avere l’estate tutto l’anno ci metto volentieri la firma. Io cerco solo di oggettivare i miei meandri. Mi rivolgo soltanto a chi già la pensa come me.



Immagine di copertina: Maestro di Guillebert de Mets (1430-1450), Giovanni Boccaccio, Decameron, V 9