Le incomprensioni, o ancora peggio gli errori presunti, sono spesso terra fertile per le illuminazioni. Secondo Byung-Chul Han – lo scrive nel suo Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil edito in Italia da nottetempo per la traduzione di Simone Aglan-Buttazzi – nel saggio Bartleby o delle contingenza di Giorgio Agamben quest’ultimo svilupperebbe il concetto di ‘decreazione’ che, sempre secondo Byung-Chul Han, assomiglierebbe molto a quello di décréation elaborato da Simone Weil. La lettura di Agamben, per la quale lo scrivano di Melville sarebbe «lo scriba che ha cessato di scrivere», «figura estrema del nulla da cui procede ogni creazione», soggetto capace di completare decreando, sarebbe semplicemente un equivoco. Per la sua idea di decreazione, infatti, «Agamben non avrebbe dovuto rifarsi a Bartleby, ma a Simone Weil, alla quale deve il termine stesso che lui utilizza».
E questo per due ragioni: perché in verità il law copist di Melville avrebbe sviluppato i sintomi tipici della nevrastenia, tanto che il suo proverbiale «I would prefer not to» rimanderebbe all’assoluta mancanza di stimoli, malattia epocale di cui Bartleby sarebbe un martire estremo; e poi perché, citando ancora Simone Weil, il grano deve appunto morire «per liberare l’energia che porta in sé, perché se ne formino altre combinazioni», ovvero il fondamento di ogni mistica: spingersi al di là di sé, e dei limiti imposti dalla propria forma, per raggiungere «la vita vera», e Bartleby molto probabilmente non è un mistico. Perciò il modello utile a esemplificare la decreazione non è il personaggio di Melville, ma uno spunto particolare del pensiero di Simone Weil.

Personalmente, credo sia utile indulgere nell’errore, non fosse altro per un’affinità luciferina. Perseverare nello sbaglio è proficuo quasi quanto fare la storia con i “se”: come altrimenti indagare lo spettro di un evento, di un fenomeno, portandolo a diventare significato universale e non solo particolare?
Non sono in grado di discernere il giudizio di Byung-Chul Han intorno alla lettura di Agamben, così come non sono capace di empatizzare fino in fondo con la premessa che intona il suo Parlare di Dio: «Qualche tempo fa, Simone Weil è venuta a stare dentro di me. Si è sistemata nella mia anima». E tuttavia, proprio nell’ipotetico equivoco imputato ad Agamben, tra le infinite possibili ho intravisto la mia religione: la pagina bianca. Feticcio e strumento dell’identità di Bartleby e di tutti coloro che, attraverso la scrittura, preferirebbero di “non fare”. O forse, più che la pagina bianca, quella che è tornata a essere bianca. La pagina che è stata grattata, annullata, la pagina che fa storia a sé nel suo tutto, la possibilità non misurabile di una storia, di tutte le storie, infine la condizione logica e materiale – e quindi divina? – affinché qualcosa possa avvenire nel suo cosmo vacante. L’origine senza origine, il piano ultimo dell’esistenza: il vuoto.

Non tutti i musei della memoria sono luoghi piacevoli cui tornare, ma quello delle pagine vuote, di quelle masticate e poi sputate in forma di nuova poltiglia è l’essenza della condizione in cui si trova colui che è frustrato dall’istinto alla scrittura. Penso a Thomas Bernhard e alla sua pagina bianca come correlazione del silenzio. Ai suoi personaggi – una schiera nutrita a volerli rievocare uno per uno – e alle loro pagine albine, fatte di luoghi svuotati, di spiegazioni mancate su di sé e sul mondo. La pagina bianca è la Natura (Pagina Candida sive Natura), spazio del tutto e della fusione di opposizioni vitali (vita-morte, creazione-distruzione, eccetera).
Penso a René Magritte e al suo ultimo dipinto,La pagina bianca appunto, dove il cerchio lunare buca il senso, al suo bianco abbacinante, punto di osservazione sul vuoto universale, in cui lo sguardo resta intrappolato: la dimostrazione lampante che il significato del dipinto sia proprio in quel vuoto che nega – e insieme suscita – il paesaggio di una notte senza fine.
Penso alla luce stordente che conclude il Gordon Pym, o all’ineluttabilità dell’assenza di parole in La pagina bianca di Karen Blixen, dove il niente è come la neve che protegge il seme, la vertiginosa premessa della vita. E penso – nel momento esatto in cui ricado nel vizio estremo dell’enumerazione e del catalogo di tutte le pagine bianche della mia vita di osservatore di parole – che le singole lettere in fieri sulla mia tastiera stiano ora inseguendo l’utopia di assegnare un senso all’intuizione, di colmare un vuoto interpretativo, di avvicinarmi al mondo. Ma so bene che questo è alla pari del peccato mortale per la dottrina cattolica, una sorta di vanità contraria alla verità. Un amore verso la mondanità, che percepisce nel colmare il vuoto un atto necessario all’essere, annichilendolo.
La pagina bianca non dice niente agli occhi miopi della vanità, eppure a me pare il Dio Contrario cui sacrificare, ogni giorno, un pezzo della propria vocazione di scrittore. Non fare, non cercare, non scrivere. Stare nel bianco, tenersi lontano dalla tentazione di tracciare il disegno arcano delle frasi, perché solo così tutto può essere ricreato – nell’artificio della scrittura – di nuovo. Nel silenzio che imprigiona, e che atterrisce noi assuefatti al rumore di infiniti vuoti riempiti in modo coatto e inutile. Per dirla di nuovo con Byung-Chul Han, il silenzio è «quel “foglio bianco” di cui parla Agamben in merito alla decreazione, un foglio sul quale non ci sono ancora lettere, ma che è in grado di creare qualsiasi parola».
Decreare, ovvero scrivere. Ancora una volta.