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La realtà è irraccontabile. Conversazione sulla Dorsale di Maria Gaia Belli



Quando un romanzo si apre con una mappa provo diversi, sottili piaceri. Quello immediato della visualizzazione; quello puntiglioso di poter seguire lo spazio con il dito, verificando che le cose si trovino proprio dove sono raccontate; e quello proibito di essere legittimata a dimenticarmi tutto quello che so. Chi scrive conosce già tutto quello che mi serve, e mi posso affidare alla sua voce. 
Esplorare l’universo della Dorsale, creato da Maria Gaia Belli, è un invito a entrare in qualcosa che è più prezioso di un’invenzione. Nel suo romanzo d’esordio, L’anno del ferro, il primo di una trilogia, pubblicato da effequ, conosciamo Kam, Luk e Key, che abitano un mondo che è molto semplice, come statuisce l’incipit. Chi conosce Belli per i suoi precedenti racconti non teme di perdercisi dentro: ancora prima che la trilogia prendesse forma qualcosa della Dorsale già esisteva; chi è nuovo si ritroverà a partire per un viaggio emozionante, guidato dalle tre voci dei giovani protagonisti.

Non ci sono nemici da sconfiggere, o incantesimi da spezzare; seguire la crescita dei tre personaggi e il loro ingresso nell’Accademia, al centro di questo mondo, non ci condurrà allo scioglimento dell’eterna lotta tra bene e male, ma ci rivelerà la realtà della Dorsale per quello che è: la nostra. Più i draghi.

Maria Gaia Belli ha raccontato a Limina la genesi del romanzo.

Tra i tuoi racconti (pubblicati in diverse riviste) e il mondo della Dorsale c’è una comunicazione.
Utilizzo gli stessi personaggi; in ogni posto diventano personaggi diversi, però l’anima è quella. 

Come nasce la Dorsale?
L’ho visitata mille volte. Quando ero bambina era il mio giocattolo di fantasia, passavo ore a disegnare e inventare personaggi. Crescendo non me lo sono dimenticato, ma aggiungevo ulteriori dettagli. Dopo un po’ ho capito che potevo tirarci fuori qualcosa, e la forma più adatta era quella scritta. Io disegno anche, ma non sono un’illustratrice o fumettista professionista, quindi ho scelto la scrittura.

Quando hai tra le mani un mondo che, come dici, è quello dei giochi, come si passa dall’avere questo materiale immenso a incanalarlo in una narrazione, con una forma organizzata?
È stato un lavoro lungo e difficile, ci ho messo anni e anni. Ho provato modi e schemi diversi. Ho cominciato buttando giù quello che mi veniva in mente: pensavo una scena e la scrivevo. Ho sviluppato un metodo per riportare bene le voci dei personaggi, che io sento proprio come le ho scritte, cercando di dare una forma narrativa decente. Dopodiché, una volta che avevo le voci dei personaggi ben chiare, ho scritto le cose più importanti in forma di racconto, le ho messe in ordine cronologico ed è venuta fuori una cosa che poteva assomigliare a un romanzo, ma ancora non lo era. Ho riempito i buchi che c’erano in mezzo, poi ho riscritto tutto in modo che fosse più coerente. Alla fine, è stato una sorta di processo di traduzione, che ha richiesto un punto di vista redazionale più che autoriale: non devi apparire tu scrittore, ma deve apparire il mondo. Ho cercato il più possibile di evitare ghiribizzi di stile per dare la precedenza alla visualizzazione del mondo e dei personaggi.

I contesti in cui si muovono i tre personaggi sono completamente differenti, e permettono di esplorare tutte le situazioni in cui si declina questo mondo. Qual è stato il lavoro sulla scrittura, che per l’appunto è a servizio della narrazione, rimanendo tuttavia elegante, e come si è declinata nelle tre voci?
I personaggi sono nati prima dell’ambiente e della storia. Sono nati come gioco quando ero bambina, e sono rimasti, sono diventati da personaggi a persone con cui vivo e mi scontro ogni giorno. A forza di starci insieme la loro voce è naturale come la voce di un coinquilino.
Ognuno di loro parla in una certa maniera, che ho cercato di rispettare il più possibile, ma quando una persona parla non espone mai i fatti nel modo preciso e coerente dei romanzi, quindi riportarli sulla carta ha richiesto diversi compromessi. Kam, ad esempio, non parla mai: bisogna tirarle fuori le cose con le tenaglie, tornarci sopra. Luk invece racconta come se fosse al bar, e lì bisognava quindi ripulire le sue imprecazioni, le esclamazioni sopra le righe. Key fa caso ai dettagli, e nei suoi capitoli potrebbe esserci una scrittura più classica, ma è uno che finisce per fissarsi su cose che magari non c’entrano: potrebbe farmi stare dieci righe su un cane che passa, quindi anche lì ho dovuto limare. L’ambiente si è creato intorno ai personaggi: è come quando hai dei pesci diversi, e per comporre l’acquario devi informarti sulla temperatura dell’acqua, su quali siano le piante giuste e via dicendo.

Vediamo i loro tre percorsi individuali, e a differenza di tante narrazioni non identifichi immediatamente un nemico.
Non so se ci sarà mai un nemico: ci saranno punti di vista, e dal momento che ognuno parla in prima persona darà la colpa delle proprie disgrazie a chi ritiene, sul fatto che sia giusto o meno non mi esprimo. È più vicino al romanzo di formazione che al romanzo di avventura. Ci saranno scontri, e impedimenti, ma non vedo nella realtà un nemico numero uno, non mi andava di fare quel lavoro spesso fatto nel fantastico di esprimere il male in maniera assoluta e manicheista.

LeGuin dice «La verità è una questione di immaginazione». Pure nelle situazioni più paradossali di questo mondo si trova una plausibilità che ci racconta molto di più del nostro di quello che pensiamo.
Perché la realtà è irraccontabile. Capitano delle cose nel mondo reale che se le metti per iscritto sembrano finte. Mi è capitato per un racconto, scritto per Hortus Mirabilis. C’è una parte dell’ambientazione che ho preso da un posto reale, e l’editor mi ha detto che non era realistico, ma si tratta di un posto che esiste, vicino a casa mia. A volte quando prendi dei dettagli dalla realtà e cerchi di metterli sulla pagina scritta non ci stanno, diventano posticci. Inventare da capo è in un certo senso più onesto. Quando leggi in fondo vedi quello che vede lo scrittore, quindi che lo scrittore sia in grado di vederlo dovrebbe permetterti di crederci. È una considerazione banale, magari, un po’ empirica, ma penso sia abbastanza valida come regola.

Cosa significa per te raccontare la realtà con questa lente? 
Mi rendo conto che percepisco la realtà in modo un po’ strano. Non dico che ho un modo diverso perché ognuno la vede a suo modo, però ci sono maggioranze di persone che vedono il mondo in una maniera determinata, e applicano regole che servono a quelle maggioranze, e poi ci sono minoranze, di cui io per vari motivi faccio parte, per cui il mondo assume degli aspetti fantastici, o orrorifici. Nelle cose più piccole spesso per me il mondo assume delle dimensioni estreme, e forse è il motivo per cui ho creato un mondo fantasy abbastanza piccolo. La realtà è già abbastanza complessa e troppo grossa da riportare e digerire. Quello che faccio io è togliere il più possibile gli aspetti esteriori e superficiali, e lasciare il nucleo che mi ha colpito di più, e quegli aspetti esteriori coprirli con qualcosa che narrativamente diventa altro.

Quali sono i tuoi riferimenti nella scrittura, e nel genere?
Parlare di genere è utile quando si parla di riportare la realtà con altri modi e altri linguaggi, e questo mi interessa molto, ma dal punto di vista commerciale non ho questo approccio, quindi non bado al genere quando leggo. 
Il mio pilastro è Ágota Kristóf, la Trilogia della Città di K è uno dei libri più belli in assoluto mai scritti, soprattutto dal punto di vista stilistico; Jack London, che non finisce mai di meravigliarmi, continuo a trovarci dentro cose inaspettate, è una letteratura piena di fantasia e di storie incredibili, ma con un contatto con la realtà allucinante. Un altro fondamento per me è Calvino, in particolare per la lingua. Quando scrivo una cosa troppo complicata mi sento male perché penso a Calvino che mi sgrida: «Non ti servono tutte quelle parole!». E assolutamente Philip Pullman, Queste oscure materie.

Kristóf mi fa suonare un campanello soprattutto per il tuo lavoro sulla lingua.
Ho cambiato modo di scrivere dopo aver letto Kristóf, mi ha aperto un mondo. Ho capito come volevo scrivere: non copiarla, ma quale fosse il lavoro che dovevo fare sulla mia scrittura per migliorarla.
Bisogna leggere e studiare per trovare la voce. La scrittura viene d’istinto, le idee ti arrivano, ma il resto va fatto con lo studio, o ti richiudi dentro di te e scrivi le stesse cose.

In chiusura: parliamo di draghi. Un paio di anni fa era uscito un tuo racconto sulla cura e la manutenzione dei draghi, e qualcosa è passato nel romanzo. È l’elemento più fantasy, ma allo stesso tempo il più pragmatico.
Non mi ricordo se i draghi già c’erano all’inizio nel mondo della Dorsale, perché era un minestrone di elementi fantastici. C’erano elfi, poteri magici e tutti gli oggetti più classici del fantasy, e probabilmente c’erano anche i draghi. Poi ho iniziato a togliere quello che mi distraeva, i personaggi crescevano e la storia era composta dalle loro vite. I draghi sono rimasti per differenziazione, perché sono importanti nell’economia narrativa del mondo, sono una risorsa. Dal momento che è un mondo più piccolo e povero, dove le materie prime sono controllate principalmente dal Nord, a Sud hanno bisogno di altri strumenti, e si appoggiano ai draghi come mezzo di trasporto e come forza lavoro. Da una parte erano quindi una necessità; dall’altra non amo come viene normalmente dipinto il drago nell’immaginario classico. L’animale intelligente, senziente, parlante, spesso millenario, con grandi poteri, che però viene cavalcato. I draghi che c’erano li ho resi cavalcabili, ossia una specie che fosse domestica e addomesticabile, con le determinate caratteristiche etologiche che consentono la domesticazione di un animale. È diventato il drago da soma, da lavoro. Può essere da lavoro, da trasporto, ma sono draghi che servono per il reddito, una risorsa economica e non una creatura mitologica.

Com’è condividere con il pubblico un mondo che è stato tuo per tanto tempo?
È un trauma devastante. È il mio mezzo per comunicare con il mondo, un mio cuscinetto tra me e la realtà, e ora l’ho condiviso ed è come se tutti saltassero sul mio cuscinetto. Questo all’inizio mi aveva portato istintivamente a ritirarmi, però la casa editrice (effequ) è stata così in gamba nel gestire questa cosa che ho deciso di espormi, e ripagare la loro fiducia.

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