«E poi è Carnevale, è addirittura quasi un dovere indossare una maschera. Le rigide leggi della quotidianità sono sospese per un breve, gioioso momento, non è così?»
L’ospite regale (Iperborea, 2026, traduzione di Fulvio Ferrari), uscito lo scorso febbraio nelle librerie italiane per la prima volta, è un breve romanzo di Henrik Pontoppidan, scrittore danese vincitore del premio Nobel nel 1917. L’ambientazione è quella del piccolo paese di Sønderbøl, nella penisola danese dello Jutland, in cui da sei anni vivono il giovane medico Arnold Højer e la moglie Emmy. Felicemente sposati e con tre figli, immersi nella placida tranquillità della campagna, si erano trasferiti da Copenaghen poco dopo il matrimonio.
Anche se «all’inizio erano disperati» a causa del senso di isolamento, ben presto la loro vita aveva iniziato a scorrere disperdendosi nelle faccende quotidiane, fagocitata dal tempo immobile lontano dalla città in cui tutte le cose sembrano dissolversi. Ecco che la loro esistenza viene presentata proprio come «un piccolo paradiso terrestre» in cui il tempo non ha peso, e anche la percezione della solitudine finisce per essere da loro dimenticata, o piuttosto nascosta. Dietro questo apparente benessere, il romanzo muove i primi passi dento un’atmosfera ambigua in cui è subito chiaro che qualcosa non torna. Questa istantanea di un mondo equilibrato e inscalfibile nasconde infatti una voragine, una vulnerabilità che è la conseguenza diretta di un ambiente asfissiante, chiuso e senza vie d’uscita.

Il riferimento al paradiso terrestre non è casuale. L’intera vicenda può essere letta avendo come chiave interpretativa proprio i passi della Genesi, perché la biblica condizione di stabilità senza peccato e conflitti di Adamo ed Eva assomiglia molto a quella della famiglia Højer, che senza voler ammettere la propria insoddisfazione, vive in una condizione di purezza apparente, finalità precaria di ogni ideale borghese, destinata a crollare non appena un elemento esterno (si potrebbe dire un elemento vitale, per quanto diabolico come il serpente) arriva a turbare il loro sogno sospeso.
«Io non voglio che le sue disgustose acque di scolo entrino nel nostro fossato», dice il signor Højer alla moglie riguardo ad un contenzioso con un vicino, presentato inizialmente come l’unica sbavatura presente nella loro vita e senza la quale «la loro felicità sarebbe stata perfetta». Ben presto però l’ostinata intenzione di Arnold e Emmy di mantenere intatta la maschera di una vita ideale verrà incrinata da una vicenda (tutto sommato) consueta che per loro si rivelerà sconvolgente.
Nella silente campagna di Sønderbøl, durante i giorni di Carnevale, poco prima della cena, sulla soglia di casa Højer si presenta «un signore molto elegante». Manifesta da subito un’energia affabile a cui è impossibile resistere, al punto che, pur con qualche diffidenza, il signore viene accolto in casa. Dopo le prime insistenze gli viene anche concesso di non rivelare il proprio nome né la sua provenienza: «(…) mi chiami “principe Carnevale”» dice l’ospite, e più avanti:
«Cara signora, le chiedo umilmente di prestare fede alle mie parole! Io sono davvero chi affermo di essere. (…) Mio nonno era il venerabile signor Eulenspiegel[1]. Mio padre era Messer Buffone e Arlecchino mio cugino. Ho casa nel Paese di Cuccagna e sono un venditore ambulante dei rinomati piccioni arrosto che volano di propria volontà nella bocca di chiunque voglia spalancarla a sufficienza.»
Arnold e Emmy vengono travolti da questa forza sovversiva e dalla sua compiacenza, costretti a comportarsi diversamente da ciò che per loro sarebbe opportuno pur di mantenere intatta la loro impermeabilità alle anomalie impreviste sotto cui si sono sepolti. Nonostante si sentano un po’ infastiditi dai modi regali e contraffatti dell’ospite, dalle sue insistenze, dai «suoi occhi castani, da capro», acconsentono a cambiarsi d’abito come da lui suggerito, e anche Emmy che sulle prime sembra la più diffidente, si lascia poi convincere a vestirsi con quel «delizioso abito di seta azzurro mediterraneo o rosa Himalaya che di certo tiene appeso nella sepolcrale oscurità di un armadio».
Ma se in fondo pensano di aver aperto la porta ad un «pazzo», perché non lo mandano via? A poco a poco cedono invece al suo magnetismo, e anzi ordinano alla domestica di allestire a festa la sala da pranzo seguendo le sue indicazioni, ipnotizzati dai modi gentili con cui l’ospite inatteso è deciso a trasformare la serata. Inaspettatamente, sarà proprio il fatto di indossare una maschera che assecondi la bizzarra proposta del “principe Carnevale” a sprigionare le energie latenti della coppia sposata, al punto da far emergere tensioni caricate da anni di piattezza. La rottura definitiva, la “caduta dall’Eden”, avviene però quando l’ospite si siede al pianoforte.
In Sonata a Kreutzer di Tolstoj, un romanzo breve dal tono piuttosto simile a quello di Pontoppidan e che ha, tra le altre cose, l’analogo obiettivo di esaminare da vicino le dinamiche della rottura di una coppia sposata, la musica viene accusata direttamente di scatenare passioni eccessive, erotiche e nocive (tanto da portare, in quel caso, ad un tragico finale). Anche qui però la musica svolge per i sentimenti la stessa funzione della dinamite sulla roccia, quando il principe Carnevale, l’ospite regale, inizia a cantare:
«Prosegue la vita la corsa bizzarra/ il bianco fa nero/ il falso fa vero./ Il giusto e l’ingiusto li butta in gazzarra,/ ma ecco che arriva messer Buffone/ e tutto al suo posto per bene dispone.»

Non c’è modo di sfuggire alla viscerale e tremenda forza delle nostre paure. Ce la si può raccontare per un po’, anche a lungo, trovare il modo di nascondere a noi stessi ciò che non vogliamo vedere, ma l’imprevedibilità dell’esistenza arriva sempre a sovvertire tutte le maschere che con grande fatica avevamo eretto, fino a farle saltare. La fisicità istintiva della musica fa crollare definitivamente le difese dentro le quali i due coniugi si erano riparati, poiché mentre l’ospite suona, Arnold, che per tutto il tempo della cena era stato di buon umore (o aveva finto di esserlo), intravede nella moglie Emmy un’espressione languida di eccitamento, e «attorno alla bocca aleggiava un sorriso immobile, carico di promesse».
Al termine della serata, l’ospite se ne va. Che fosse proprio il «dio delle fiabe che si aggirava mascherato per il mondo (…) risvegliando cupidi insonnoliti e satiri malinconici», o soltanto un impostore in vena di divertirsi, i coniugi Højer non riusciranno più a tornare alla normalità precedente. Dopo la serata seguono infatti giorni confusi in cui Arnold non capisce cosa sia successo ad Emmy, e «il serpente che si era ormai insinuato nel loro piccolo paradiso» non gli consentirà più di tornare alla spensieratezza di prima, alla loro apparente affinità.
Il sospetto, una dimensione di dubbio che l’altro non sia propriamente come l’avevamo idealizzato, che possa essere diverso da come noi ci aspettavamo che fosse, si è insinuato tra loro. Anche i loro corpi diventano distanti, e Arnold e Emmy faticano a comunicare. Ma è forse vero che prima comunicavano? Non abitavano forse sotto una specie di incantesimo, dispersi nella campagna dello Jutland, immersi in una condizione di artificiale vicinanza che aveva escluso qualsiasi pericolo e che non gli consentiva di affrontare proprio quel «furtivo aggirarsi dei suoi pensieri intorno all’ignoto e al proibito» che Emmy ormai sente e non può più nascondere, e quel «compiacersi di una solitudine» senza speranza in cui Arnold è immerso?
«C’erano momenti in cui il naufragio della sua felicità gli appariva quasi come una liberazione, o per lo meno trovava una specie di compensazione nella malinconica rinuncia che apriva il suo animo all’infinito.»
Non l’immagine di un Eden artefatto (come le vite instagrammabili che cerchiamo di inseguire, verrebbe da dire, senza accorgerci di depurarle proprio da ciò che è più vivo), ma la dura realtà dell’esistenza quotidiana, caotica, piena di traumi e priva di maschere, che così spesso sembra prendersi gioco di noi: questa, pare dire Pontoppidan, è la condizione autentica di ogni essere umano, e così la dinamica di tutte le faticose attività che intraprende, comprese quelle amorose. Esistere significa lasciarsi dolorosamente travolgere, e in questo trovare una forma di equilibrio che supera ogni falso benessere; significa capire che la felicità non consiste nella ricerca di un paradiso in terra dove tutto si manifesta perfetto e privo di sbavature, ma che la vita si realizza anche grazie a tutti quei traumi caotici e oscuri che irrompono nell’esperienza umana, costringendoci dolorosamente a fare i conti con ciò che ci strappa e divide.
L’eterna inquietudine abita ormai la casa della famiglia Højer. L’ospite regale è venuto per portare il male oppure il bene? La consapevolezza dell’uomo, la sua libertà, è uno svantaggio per la sua felicità? Meglio sarebbe vivere nell’incosciente opacità di una verità falsa, o scontrarsi con la dura scorza della Verità? Pontoppidan non vedeva forse possibile una riconciliazione tra Arnold e Emmy:
«Sembra che tutti gli spiriti buoni siano fuggiti di colpo dalla casa del dottore, un tempo così gradevole e accogliente. Ed è anche chiaro che né l’uno né l’altra si sentono davvero felici, ormai.»
Il velo è caduto; per i coniugi quella felicità idilliaca sembra perduta per sempre. Eppure, la felicità, come l’amore, è forse ciò che resta quando tutto quello che credevamo perfetto per natura crolla, e non ci resta che rimboccarci le maniche per ricostruirlo: autenticamente imperfetto e nostro, esponendoci al rischio del fallimento, ma anche alla ruvida possibilità di una sua realizzazione.
[1] Sorta di Arlecchino del folklore nordico.
Immagine di copertina: © Kevin Kia, Nocturne – Winter Birch Forest Under Crimson Moon