24.03.2026

La fine dei vent’anni. La vita giovane di Mattia Insolia

Il romanzo sulla crisi di una generazione alla soglia dei trent’anni. “Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?”

C’è un momento preciso in cui si passa dal modo in cui le cose andranno a quello nel quale sarebbero dovute andare: ce lo insegna il Cheyenne di This Must Be The Place (P. Sorrentino, 2011), ce ne dà ulteriore conferma Mattia Insolia ne La vita giovane (Mondadori, 2026). È un momento doloroso, tremendo e irreversibile quello del voltarsi indietro, del rendersi conto che semplicemente non si può più, neppure si deve, è quasi inopportuno. Un momento che i più fortunati, i più pazzi o semplicemente quelli che hanno capito il trucco rinviano il più possibile, perché dall’esame di coscienza definitivo, dal conto sartriano «delle ore e dei giorni» (La nausea, 1938) le questioni diventano inesorabili e da lì si può solo sperare: sognare diventa impossibile.

A Teo questo gioco capita ai ventotto e la colpa è dei soliti amici che decidono per il matrimonio alla soglia dei trenta, che insistono nell’invitarti e ti costringono tuo malgrado a fare i conti con tutto quell’insieme di cose che non vorresti: «non giudicateci», dice Matteo Gallo prima ancora di iniziare a raccontare. I termini che usa nelle primissime pagine farebbero pensare alla resistenza armata, a un diario da brigatista: si parla di catastrofe, di cataclisma, di “lotta”. Non c’è però più nulla fuori di sé nel disincanto di questo tempo: «i nemici hanno tutti quanti il nostro volto» (G. Caproni, Rivelazione), le spine sono invisibili e le pratiche umane irrisolte. Insolia ci racconta della lotta sì, ma di quella dei nostri giorni: una lotta nel contenitore, non nel contenuto, giacché tornare al paese d’origine, sempre tremendo e sempre da cui scappare – per vestirsi classicamente dell’anonimato che Milano garantisce senza lesinare – significa rimettere mano a tutto quello che hai cercato di scordare: la rabbia per mamma che non doveva, il timore di fare la fine di tuo padre, il rendersi conto che i tempi sono passati ma che il presente non è all’altezza di questi benedetti tempi.

Ritorna la schiera dei distratti, di quelli che avevano cercato di scomparire: Sofia con le sue fughe mancate, Tommaso e la droga (binomio inscindibile), Marta e la paura di ritrovarsi tusaichi nello specchio. Torna Giorgio, ma con Matilde. Gallo diventa capobanda dei disgraziati, di quelli che devono riconoscere che ai trenta non è andata esattamente come sperato. E togliamo il fumo adesso, da questa recensione, per dire la cosa che riteniamo più importante di tutte.

Insolia in questo libro parla di un tradimento: il traditore non si conosce, ma si vede la ferita –  «che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?». C’è un futuro che ci era stato evidentemente promesso, che abbiamo sperato: all’orizzonte però non compare. Un futuro che ha dato motivo di credere, di avere fede, di mettere persino a repentaglio la vita – come solo i giovani, nella speranza, sanno fare – quando ancora si credeva che potesse essere qualcosa da non trascinare al mattino successivo: «qualcuno ha voglia di provare ad uccidersi?». L’autore registra la faccenda nel momento del disincanto, della presa di coscienza: evidentemente ci si era raccontati, tutti, la solita bugia che si propina costante di generazione in generazione. La bugia del “sarò” che si scontra con l’evidenza del “mi sarebbe piaciuto essere”, la promessa del “farò” con l’amarezza di “l’avrei dovuto fare” (ancora Cheyenne ci viene in soccorso, maestro di dolore).

Allora uno crede – mentendosi – che nel futuro non si possa andare perché si è restati in qualche misura incastrati nel passato: si reca al Foro, al posto in cui tutto è successo, per capire se ci si possa togliere di dosso il peccato originale e una buona volta (ri)cominciare. Il percorso è duro, mai dantesco – perché quello un paradiso alla fine dei giochi lo presumeva – e sprovvisto di meta: non è dove si arriva, ma cosa si trova. È la collezione dei fantasmi che ci si è infilata nelle tasche senza neppure accorgersene, è quel non detto che adesso neppure ha senso rimuginare perché si è tristemente (e insensatamente) fuori tempo. E quando il tempo non c’è più io non credo abbia senso militare, combattere, provarci. Credo si debba andare verso una piccola morte, una bandiera bianca: alcune speranze – ecco l’aggettivo che differenzia l’adolescente dagli adulti, «bambini andati a male», come diceva Aldo Nove (Pulsar, Il Saggiatore, 2024) – sono impossibili. Insolia fa una cosa utile a se stesso e a chi lo legge: racconta la fine dei vent’anni (Motta, 2016), lo fa con coscienza di scrittore e sangue di chi ci ha perso in mezzo più di qualcosa constatando suo malgrado la faccenda indicibile: costruire non si può più, si può al massimo riattaccare i cocci.

«Gli avevo detto che mi dispiaceva – pur non sapendo di cosa»: io non sono Teo Gallo e di anni ne ho trentacinque, ma se dovessi spiegare i miei ultimi anni – i miei e quelli di molti – dovrei dire esattamente così. In questa frase c’è il ritratto di un’intera generazione.

Immagine di copertina: © Claudio Sforza

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