27.10.2026

La colpa di tacere. Il valore della giustizia e il prezzo della verità taciuta

Nel suo nuovo libro la scrittrice e giudice Daniela Dawan indaga il confine tra il verdetto dei tribunali e quello del cuore

Un viaggio verso l’identità, collettiva e personale, da cui il giudice di Cassazione Jacopo Cardoso sfugge, pur essendone attratto. Daniela Dawan, scrittrice che fin dai tempi di Qual è la via del vento – pubblicato da e/o – si occupa, attraverso la narrazione, del ritorno a se stessi e delle fughe dalle case, fisiche e simboliche, che credevamo di conoscere, presta al protagonista del suo nuovo romanzo, La colpa di tacere (Morellini), la città in cui vive, Milano, e i viaggi a scadenza quotidiana che il mestiere impone – lo stesso mestiere che Cardoso interpreta con un rigore che ha a che fare con la devozione al proprio ruolo, ma anche con l’esigenza di offrire a se stesso la sicurezza di una regola.

Il romanzo mette innanzitutto in crisi questo equilibrio, a partire da un sottile e angoscioso senso di pericolo che ne innerva le prime pagine, fino a esplodere nel tragico racconto di una strage nazifascista che, sotto il toponimo immaginario di Prati del Vezza, nel 1944 nasconde ed elabora con libertà quella di Sant’Anna di Stazzema.

Si tratta di un romanzo molto denso, che sovrappone molti – forse troppi – piani di lettura, e che tuttavia riesce a maneggiare tutti i fili della trama e a farli coincidere, restituendo il senso di averli voluti dipanare tutti, in una scansione in cui i capitoli si muovono rapidi fra gli anni della Seconda guerra mondiale, il presente e gli anni dell’infanzia del protagonista, per il quale la guerra è una memoria familiare fatta di frammenti, intravisti come gli occhi del lupo nel volto di un padre, di lacune dolorose e di vuoti inenarrabili; mentre il percorso verso la scoperta di sé è impedito da un muro di vergogna, per rompere il quale, ancora una volta, la rigorosa cornice delle aspettative del mondo è quella di una madre amatissima, che a sua volta protegge, in un giardino rigoglioso nei colori della sua pittura, i propri ostinati segreti.

La domanda che Daniela Dawan pone in queste incalzanti pagine non riguarda però tanto un’occasione di recupero della memoria, per quanto doloroso, né, in fondo, i conti con un passato del Paese, quello più cupo e non ancora elaborato. È piuttosto, forse, un interrogativo che ha a che fare con il senso del proprio mestiere: qual è il confine della legge dei tribunali, tra il verdetto delle carte e quello del cuore di un figlio?

Dawan lo pone sul tavolo, ma non si occupa di risolvere un dilemma etico – non perché non intenda farlo, ma perché forse è proprio questo ciò che ancora mancava a questo genere di narrazione: non è nello scioglimento che si esaurisce il pensiero. Esso, semmai, si articola e trova un proprio senso forse ancora prima, nel riconoscere che, anche dove siamo certi di avere in mano una verità assoluta, per chi maneggia lo strumento della legge l’esercizio più difficile è accettarne il limite, riconoscere che il proprio compito non è ergersi a misura del mondo, ma semmai utilizzare la consapevolezza acquisita per raggiungere la verità piena là dove abbiamo la responsabilità di agirla – ovvero, che sono la stessa cosa..

La scrittura incalzante di Dawan non scansa le domande più difficili, ma è originale e stimolante proprio perché le osserva da un altro punto, con un altro sguardo, lasciando forse scomodo il lettore, che spera non già di veder riconosciuti il bene e il male – che in certi luoghi della storia non sono, per fortuna, ancora diventati ambigui – ma di veder risarcito e compensato il proprio senso di giustizia.

È, in fondo, la stessa domanda che il bambino pone ai supereroi, salvo scoprire, una volta adulto, che le ferite dell’idealizzazione hanno bisogno di tempo per guarire, e che le contraddizioni di ciascuno non si esauriscono una volta raggiunta una pretesa soglia di età adulta. Scrivere romanzi con l’asciutta sagacia con cui lo fa Dawan ha forse lo stesso senso di quello che fa il procuratore capo Rossetti con il giudice Cardoso: metterci, inconsapevolmente, di fronte a noi stessi, alla complessità di cui avevamo bisogno senza sapere di cercarla, che ci sorprende anche quando la credevamo un premio al nostro valore, consegnandoci invece il disorientamento di veder distrutto tutto quello che credevamo di conoscere, sia l’immaginario del nostro passato, sia le bugie del nostro presente.

Romanzo nel romanzo, le voci di Jacopo, di sua madre Elena e delle vittime della strage si sovrappongono, consentendo al lettore di sapere più di quanto i protagonisti sapranno mai l’uno dell’altro: tanti, tra amori, spietate complicità e un confine di cui a ciascuno resta da capire, se fosse stato nei panni dei protagonisti, dove lo avrebbe tracciato.

Un romanzo intelligente che forse si può leggere come un atto d’amore per il proprio mestiere, un atto di riscatto per tutti coloro che, chiamati a prendere una decisione che ricada sulle vite e sulla memoria altrui, conservano la continenza e la misura che il mestiere insegna, ma, senza cedere alla sindrome di Dio, sanno non rifuggire dalla responsabilità della verità che lo studio e l’impegno hanno loro consentito di acquisire, anche quando è apparentemente intollerabile.

Foto di copertina: Visituscany.it

categorie
menu