«Sei tu parola / la mia nuda guerra». Inizia così una delle più belle poesie di Chandra Livia Candiani, uno strenuo corpo a corpo con la materia incandescente che ci permette di nominare ciò che ci circonda. È la stessa lotta che ingaggiava Flannery O’Connor quando, dal suo ranch nel sud degli Stati Uniti, si accingeva a scrivere con gli scuri abbassati e i mozziconi di sigaretta ancora fumanti nel posacenere.
La bambina pugile è il titolo della raccolta poetica di Candiani ed è proprio con il ritratto di una «bambina pugile» che si apre La ragazza di Savannah di Romana Petri (Mondadori) dedicato alla storia di Flannery O’Connor, tra le più importanti scrittrici del Novecento, nata a Savannah nel 1925 e morta prematuramente a Milledgeville nel 1964. Nelle prime pagine dell’opera di Petri – vincitrice dell’Orbetello Book Prize 2025 – si immortala la piccola Mary Flan che, nella sua cameretta, sferra pugni nel vuoto contro il suo angelo custode: a scuola le avevano detto che ogni essere umano ne ha uno e lei voleva toglierselo dai piedi. Questa scena iniziale racchiude l’essenza della stessa O’Connor: essa ci dice del suo carattere anticonformista, del piglio ardimentoso, dell’indole visionaria della futura scrittrice.
Nella Ragazza di Savannah Petri ritrae Mary Flan nella sua complessità di donna e di scrittrice e, con una lingua nitida, densa, minerale, racconta la sua vicenda umana a partire dall’infanzia fino al compimento del suo destino nel mondo della letteratura, ricostruendo eventi, dialoghi, rievocando le atmosfere del tempo, le emozioni, le parole non dette. La ragazza di Savannah è un romanzo che ha una matrice biografica, fondato su un ampio apparato documentario e che si colloca nell’interstizio tra fiction e non-fiction, in un calibrato equilibrio. Già in altri libri l’autrice aveva sperimentato questa commistione di generi: Figlio del lupo (Mondadori 2020, premio Comisso e premio speciale Anna Maria Ortese-Rapallo), dedicato alla vita di Jack London; Rubare la notte (Mondadori, finalista al premio Strega) dedicato a quella di Antoine de Saint-Exupéry, celebre autore del Piccolo principe. Anche in alcuni dei folgoranti racconti di Mostruosa maternità (Perrone) Petri aveva dato voce a figure reali di donne protagoniste della cronaca nera, come Anna Maria Franzoni.

«La scrittura è allenamento, è una disciplina, ma anche qualcosa di più. Guardi la realtà, ma per trovarle un significato devi usare tutti i sensi. […] Beh, ti dico che scrivere significa impolverarsi sulla strada della vita. E che per farlo hai bisogno di un granello di stupidità» afferma la Flannery di Romana Petri. Allora, in prima battuta, scrivere ogni giorno, scrivere senza pianificare nulla; scoprire storie, voci, personaggi a partire dalla realtà che sta intorno; poi sottoporre le pagine a un intransigente giudizio critico, farci a cazzotti e levigarle, lavorarle fino a lasciare solo la polpa, il buono. Questo sembra il rituale magico di Mary Flan.
Nei suoi racconti e romanzi, ispirati a un senso profondissimo della vita, emerge, accanto alla realtà che si vede, l’invisibile che vi si annida dentro: «Non c’è dubbio che scriviamo ciò che abbiamo davanti. Ma se poi non lo deformiamo, allora è solo carta da buttare» leggiamo nella Ragazza di Savannah. Per l’autrice americana, cresciuta nella zona della Bible Belt, in quel Sud agricolo e conservatore – «infestato da Cristo» come dirà lei stessa –, quel reale nascosto, non percepibile con i sensi, corrispondeva a una metafisica di tipo cristiano, al mistero della rivelazione di Cristo.
Nell’opera di O’Connor la dimensione dell’infinito affiora dalla superficie del finito, dalla concretezza dell’agire umano, in una precisa corrispondenza tra cielo e terra. Così, all’interno delle storie, i livelli di significato si addensano e si moltiplicano senza sosta e al senso letterale si intreccia quello allegorico legato alla simbologia cristiana. Nei suoi miti americani l’autrice intendeva mostrare «l’azione della grazia in un territorio tenuto in gran parte dal male». Ed ecco il mondo del Sud con le sue mostruosità, l’impasto narrativo fatto di episodi intrisi di violenza, «storie “strane come la morte” e che “bruciavano di dolore e speranza”», le voci sgranate dei balordi – la loro eco ancestrale –, a cui lei dà cittadinanza; e poi la sua lingua affilata, frutto di continue riscritture, il lavoro ossessivo di cesello, di precisione, di fede – ogni testo una sorta di preghiera. Nelle vicende di questi moderni dannati, a un certo punto, irrompe la grazia, che segna sempre una svolta e rivela la presenza sconvolgente del sacro nel quotidiano. Di fronte a essa i personaggi sono indotti a una scelta che non possono eludere. Come scrive O’Connor stessa in una lettera del 1959, «questo indubbiamente deriva da un’educazione cattolica e da un senso cattolico della storia: tutto muove verso il suo vero fine o in direzione opposta; tutto, in ultima istanza, è salvo o è perso»[1].

Tuttavia la scrittrice è ben lontana dal desiderio di trasmettere un insegnamento morale attraverso le sue opere: nei suoi racconti, al contrario, emergono tutte le contraddizioni che caratterizzano la condizione umana e, invece di risposte, si offrono domande sempre nuove e sempre più insistenti a mano a mano che si avanza nella lettura. «Laddove si ha ancora fiducia nell’artista, non si guarderà a lui per avere sicurezze. Chi crede che l’arte derivi da una facoltà sana della mente e non da una malata, accetterà quel che l’artista gli mostra come una rivelazione, non di quello che dovremmo essere, ma di quello che siamo in un dato momento e in date circostanze» appunta O’Connor nel testo di una conferenza[2].
La Mary Flan di Romana Petri era contraria a qualsiasi forma di moralismo bigotto e si opponeva alla superficialità borghese con cui la maggioranza delle persone professava la propria fede: «Vogliono il finalino edificante? Bene. Non leggano i miei libri» protestava. O ancora, come l’autrice racconta, la ragazza di Savannah non indugiava nelle consuete preghiere prima del pasto: «Chi l’ha detto che nostro Signore voglia che lasciamo raffreddare il buon cibo che ci offre? Non si potrebbe pregare dopo e mangiare le pietanze fino a che sono calde?». Amava molto mangiare e nel cibo riversava tutto l’amore che non riusciva ad appagare. Avrebbe voluto amare, sposarsi, avere dei figli, ma quell’occasione non arrivò mai e lei si ritrovava sempre a innamorarsi senza essere corrisposta. «Sei sicura che mangerai proprio tutta quella roba?», le chiedeva la madre Regina Cline. Lei rispondeva di sì e nel piatto non lasciava mai niente.
Anche quello della relazione con i genitori è un aspetto che Romana Petri approfondisce. Di grande intensità è il rapporto che lega Mary Flan al padre Edward, l’unico a essersi accorto fin da subito della sua straordinaria personalità e ad averla accolta nella sua unicità; mentre Regina, di fronte alla scena della zuffa con l’angelo reagisce con un misto di preoccupazione e riprovazione, Edward si unisce alla figlia in quella lotta favolosa. A lui Mary Flan è legata anche da un tragico destino di sangue: una malattia genetica, il lupus erythematosus, che porterà via prima Edward e poi lei alla soglia dei quarant’anni.
La madre viene rappresentata come il doppio speculare della ragazza di Savannah, una donna dallo spiccato senso pratico, poco incline alle manifestazioni di affetto, una cattolica vigorosa, non pienamente capace di comprendere sua figlia e di apprezzare la sua arte, ma sempre al suo fianco, soprattutto nel momento in cui la malattia la rende più fragile, costringendola alle stampelle. Il loro è un rapporto «complicato ma solido». Ad esempio, ogni volta che Mary Flan le consegna un racconto che ha appena finito, Regina legge poche pagine e poi smette, va a parlare con un bracciante, entra nel fienile, oppure si addormenta – tutti i fogli sparsi a terra, la testa riversa all’indietro. Regina si impensierisce per le critiche che le rivolgono i vicini e il resto della famiglia, si preoccupa per la salute di Mary Flan che peggiora di giorno in giorno e per lo sforzo che la scrittura le richiede, ma non smette mai di sostenerla: in fondo sa che per quella ragazza «non scrivere è molto peggio di scrivere».

Suggestivo, nell’opera di Petri, è il momento in cui Mary Flan riconosce la sua vocazione, il destino iscritto nella sua ghianda. Diventare scrittrice non è qualcosa che le accade casualmente, ma che corrisponde alla sua precisa volontà. «Sei sicura che scrivere sia un mestiere?» le chiede, ansiosa, Regina e, quando sua figlia le comunica che ha cominciato a scrivere un romanzo, le dice: «Un romanzo? […] Credi che ne sarai capace?». Più in là, leggendo le lettere che sua figlia le invia dalla residenza per scrittori di Yaddo, Regina si chiederà se non sarebbe stato meglio metter su una bella fattoria da gestire insieme.
In barba a quello che diceva la madre e a ciò che gli altri si aspettavano da una signorina perbene del Sud, Mary Flan decide di aderire senza riserve al suo desiderio, al suo daimon, di accogliere la passione per la scrittura che lei concepiva come un dono di Dio, di abbandonare il corso di giornalismo per iscriversi a quello di scrittura creativa e di rinunciare al doppio nome «Mary Flannery»: così scampava il pericolo di essere etichettata come «scrittrice meridionale», certo, ma tale variazione aveva tutto il sapore di un rito di passaggio. Questa scena nel libro di Petri sembra proprio rievocare uno di quei momenti in cui irrompe la grazia.
A differenza di Regina, il padre aveva sempre creduto nelle sue potenzialità creative e la aveva sempre spronata a scrivere storie e a disegnare. Ogni volta che la piccola concludeva un lavoro era a lui che lo mostrava e, quando a dieci anni compose un breve romanzo, il padre lo fece rilegare e glielo donò. Quando Edward morirà, Mary Flan inizierà a scrivere più intensamente, con una certa frenesia, forse per distrarsi o perché quell’attività, in un modo misterioso, le permetteva di non perdere il contatto con lui. Forse per lei scrivere significava proprio questo: ritrovare una lingua perduta.
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[1] F. O’Connor, Un ragionevole uso dell’irragionevole. Saggi sulla scrittura e lettere sulla creatività, a cura di O. Fatica, Minimum Fax, Roma 2019, p. 317
[2] Ivi, p. 148
In copertina: Flannery O’Connor, anni Cinquanta