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Il capocannoniere è sempre il miglior poeta dell’anno. Calcio e letteratura da Pasolini a Wittgenstein



A Casarsa della Delizia, in Friuli, dove Pier Paolo Pasolini passò alcuni degli anni più felici della sua vita, si resta stupiti dallo studio dello scrittore: le pareti hanno una carta di parati a strisce rosse e blu. Sono i colori del Bologna, la squadra del cuore del poeta. Alle pareti ci sono molte fotografie che lo ritraggono mentre gioca a calcio. È nota la passione per il football di Pasolini. Meno noto è che fondò ben due squadre: il Casarsa, appunto, e la Sangiovannese (San Giovanni è una frazione di Casarsa). Quando era ormai un artista affermato, Pasolini era capace di interrompere le riprese dei suoi film, se per caso qualcuno portava un pallone sul set. «Stop, partitella». A proposito, il termine “partitella” fu sdoganato, forse addirittura inventato, da Pasolini stesso, una sua poesia è nota come Partitella al Trullo, il Trullo era una borgata romana. L’idolo di Pasolini era Amedeo Biavati, ala del Bologna, famoso per il “doppiopasso”, un tipo di finta umiliante per il difensore (già, non l’ha inventato Cristiano Ronaldo).

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Pasolini, ala nervosa e scattante, non fu certo l’unico intellettuale attratto dal calcio giocato. Martin Heidegger fu un’ala sinistra mica male. Nel dopoguerra si innamorò di Franz Beckenbauer, libero del Bayern Monaco e della Nazionale tedesca. Heidegger vide in Beckenbauer l’incarnazione dell’eleganza, lo definì «insuperabile» nell’arte del dribbling e nel complesso un giocatore «geniale». E Jacques Derrida era un valido centravanti. Gli cedo volentieri la parola: «La mia passione per lo sport in generale e per il calcio in particolare risale a quegli anni in cui andare a scuola significava partire con le scarpe da calcio nella cartella. Avevo un vero culto per quelle scarpe che lucidavo e curavo più dei miei quaderni».
Wittgenstein, così vuole il mito, ebbe una illuminazione davanti a una partita di calcio a Cambridge. Anche il linguaggio era un gioco. Era nata la teoria cardine di Wittgenstein: il gioco linguistico. Se il gioco funziona male, se parliamo male, cadiamo nel caos e nel dolore. La filosofia consiste quindi nel rendere limpido il gioco ovvero illuminare l’oscurità del linguaggio.

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Albert Camus, in prima fila con cappello, portiere nella formazione dell’E.P.I. (École pratique d’industrie), 1930

Albert Camus era un buon portiere. Impazziva per il calcio e diceva di aver imparato tutto quello che sapeva della vita sul campo da gioco. Il calcio aveva insegnato a Camus: il senso del dovere; la necessità di una morale; la capacità di adattarsi alle traiettorie impreviste; a vincere senza diventare vanitosi; a perdere senza vergognarsene…
Sartre, un altro appassionato, disse: «Il calcio è la metafora della vita» in Critica della ragion dialettica (il Saggiatore, 1963). Non è d’accordo il filosofo Sergio Givone, allievo di Luigi Pareyson. Nel romanzo Favola delle cose ultime (Einaudi, 1998) dedicato a Leone Perotti, mediano della Pro Vercelli e vincitore di cinque scudetti, Givone arriva alla conclusione che il suo protagonista sa benissimo che è «la vita semmai a rappresentare una metafora del calcio, vera e propria cellula germinale dalle infinite variazioni possibili». Sartre capovolto. Cosa significa? Per Sartre, la vita spiega il calcio. Per Givone, il calcio spiega la vita. Il calcio è un modo per conoscere la realtà, un po’ come diceva Camus. Forse sono vere entrambe le cose: a volte il calcio spiega la vita; altre volte la vita spiega il calcio.

Senza dubbio, lo spettacolo del calcio, in particolare se osservato dal campo, come giocatori, ha un fortissimo legame con la vita: e per questo è sempre interessante, perfino quando è noioso. Antonio Pennacchi invece non ha dubbi sul giudizio di Sartre: «Puttanate». Nella sua (esilarante) noumenologia del calcio afferma perentorio: «Perché centomila persone vanno allo stadio a vedere la partita? Perché il calcio è la sublimazione della guerra, punto e basta». Segue convincente dimostrazione da cui discende una conseguenza decisiva: «L’importante quindi è vincere, non partecipare». Per fortuna esiste il calcio: i centomila allo stadio e i milioni davanti al televisore scaricano senza mediazioni la propria aggressività. Meglio agitarsi così che passare alle vie di fatto, armi in pugno.
José Mourinho per un decennio ha dominato il calcio europeo con tre squadre: Porto, Chelsea, Inter. Ecco un concentrato delle idee dello «Special One», come José veniva chiamato in Gran Bretagna: «Chi vede solo ventidue uomini che corrono dietro a un pallone non si rende conto delle sue geometrie, della sua coreografia, della sua profondità psicologica, della sua vera natura: è la rappresentazione più fedele della natura umana e delle sue varie componenti, una tribù in cui regnano la razionalità della tattica e l’emozione e il divertimento del gioco». Più semplicemente, prendiamo nota: oltre al rasoio di Occam, esiste il rasoio di (Vujadin) Boskov, simpatico ex allenatore della Sampdoria: «Rigore è quando arbitro fischia». Il reale è razionale. Gol, palla al centro.

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