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Greenlights, un altro giro per Matthew McConaughey



Non è un cammino ordinario quello dell’attore Matthew McConaughey, carismatico cinquantenne texano, premio Oscar e sex symbol, il quale, con la scrittura schietta del suo primo libro Greenlights. L’arte di correre in discesa (Baldini+Castoldi) esorta energicamente (e con punte di sballata simpatia) a cogliere al volo le occasioni che la vita propone dietro l’angolo, ad accettare «con metodo» la possibilità di commettere errori e di superarsi, ovvero «di pestare ripetutamente merde» e di esserne consapevoli. Semafori rossi o gialli che l’esistenza pone ogni giorno dinanzi al giovanotto Matthew, classe 1969, il quale sembra ereditare, dal miscuglio conflittuale dei suoi genitori fatalmente cinematografici, il puntiglio di non arrendersi, di accettare che bisogna lavorare sodo per togliersi da sopra la testa quel “tetto” (leggi: schemi mentali, condizionamenti) fatto apposta per impedirci di afferrare i sogni.

Figlio di genitori due volte divorziati e tre volte rispostati e padre di tre bambini, McConaughey in Greenlights infonde tutta la sua dedizione di «etimologista prescrittivo e viaggiatore», invitandoci a tirare fuori il meglio o (secondo il punto di vista di altri) il peggio di noi, che non potrà mai fare troppo male. Le esperienze sembrano essere quel sale di cui la vita non può fare a meno e persino un libro può essere quel modo per guardarsi indietro e rivedere un disegno di cui si può cercare di avere sempre più consapevolezza.

Ci sono pagine gustose in questo libro che, porgendosi come un portafortuna, cerca echi country e agganci mistici, dove il lettore può divertirsi scoprendo la vitalità di un adolescente bello e senza il broncio il cui padre amava confrontarsi a suon di sberle con i figli ma non per questo egli era anche uno stupido. Al mitico papà Jim, che morì d’infarto a sessant’anni facendo l’amore, non difettava di certo il senso critico quando scrollava dallo sguardo imbambolato del piccolo Matthew l’ammirazione per il verdastro e muscolosissimo Hulk nella versione televisiva di Lou Ferrigno. Un uomo abituato a far funzionare i muscoli come il padre di Matthew sapeva ben riconoscere gli inganni della finzione e le pagine di Greenlights in cui il futuro attore racconta i suoi genitori restituisce toni di contagiosa fiducia che ritroviamo sovente nelle pagine dell’appassionato racconto. È poi fulminante nel libro la presentazione di Kay, madre oggi ottantottenne sopravvissuta con la sua cocciutaggine e senza medicine a due tumori: paladina della negazione e di quel gesto folle che s’impossessa del futuro e lo tiene stretto, pronta ad appoggiare il giovane e attraente Matthew in qualunque sua precoce aspirazione (e a convincerlo che sia importante affermarsi prima di qualunque seconda valutazione).

In mezzo a due genitori che prediligono l’uno la verità e l’altra la presa sul mondo, si fa strada Matthew, indole mai doma, non un ritratto di inquietudine emaciata ma, vivecersa, un ragazzo aitante che capisce presto di dover confrontarsi, nonché scontrarsi, con gli imperativi dell’esistenza. La sua scrittura diverrà un diario di metodo, di prescrizioni e investigazioni.

Con lui, anche i tre fratelli Pat e Mike, a sancire la densità avvolgente di una famiglia che nella vita dell’errabondo Matthew diviene un porto franco ineludibile, sempre vicina anche quando l’arrivo della celebrità lo porterà lontano o altrove. Lì, in quel covo di texani temprati e sempre pronti ad appoggiarti, dove si coltiva la mentalità del fuorilegge ma si preparano anche concorsi di bellezza a cui il giovane Matthew parteciperà incoraggiato dalla madre e spesso vincendo (e finendo parossisticamente per far arrabbiare il padre quando questi perderà una causa legale proprio in ragione della vittoria del figlio in un concorso di bellezza), il ragazzino cresce con relativa spensieratezza, coltivando l’ottimismo, attitudini che sembrano un po’ naturali, un po’ inculcate e un po’ autoimposte, e che non possono non segnare delle ferite. Tanto che, come Matthew scrive nel libro, «è convinto che le cicatrici siano i migliori tatuaggi». Vivendo e scrivendo, Matthew impara a relativizzare, e ne offre ampia testimonianza in appunti che torneranno alla memoria al momento giusto, convinto che sia necessario coltivare la capacità di rialzarsi e di buttarsi verso il traguardo perché «non è la freccia che corre verso il bersaglio, ma il bersaglio che attira a sé la freccia».

Per trentacinque anni Matthew appunta nel suo diario tappe e riti, grandi eventi e occasioni pronte a trasformarsi in trampolini verso il futuro. E in Greenlights l’attore, che a un certo punto della sua carriera cinematografica si autoimpone un semaforo rosso per cambiare strada e passare dalle commedie romantiche al cinema impegnato, raccoglie il suo viaggio di minute ed esperienze calandosi in una scrittura che affianca al primo livello discorsivo un sottofondo, mai dissimulato, di animosità spirituale: il continuo invito al viaggio coglie la vibrazione di una mistica con cui l’autore intende restituire il possibile florilegio di sensi della sua esperienza. I semafori sono troppo spesso rossi, o gialli, ma Matthew ci racconta della sua volontà di trasformare quegli altrimenti pericolosissimi segnali di chiusura in possibili autorizzazioni che dobbiamo concederci per poter correre in discesa.

Di primo acchito sembra che non sia stato poi tutto così difficile quello che a Matthew è stato chiesto di affrontare nei suoi primi cinquant’anni. Anzi, nonostante le sfide anche altissime, sarebbe stato forse più difficile per lui doversi fermare più spesso, e cogliere come rossi quei semafori che l’istinto e una buona dose di coraggio mai scontato gli hanno permesso di trasformare in verdi. In realtà le cose stanno nel mezzo che la sua scrittura lascia però intravvedere: i tormenti e le indecisioni, così come i dolori e i piaceri, divengono motivi per la ricerca di pause tra le tensioni e gli stress, fughe, ricerca di viaggi e paesaggi riparatori per l’anima. Con le ellissi del suo diario, a Matthew riesce di comunicare soprattutto la tensione anche erotica e un po’ febbrile della sua esperienza.

McConaughey

Dotato di un interesse spiccato per l’oratoria e per la scrittura, dopo le superiori, in cui ottiene presto buoni voti, lo sportivo Matthew non si lascia scappare il suggerimento materno di lasciare il Texas per uno scambio culturale di un anno in Australia, cogliendo anche ostinatamente un semaforo verde, crocevia di quell’autodeterminazione necessaria per poter superare prove, riti di passaggio. Alcuni dei quali sembrano passare soprattutto attraverso il confronto con la figura paterna, di cui Matthew è orgoglioso di conquistare la fiducia.

Nel suo libro, che raccoglie numerose foto della sua vita di viaggiatore del mondo, McConaughey racconta la sua esperienza includendo nelle sue pagine appunti, elenchi di propositi, «adesivi da paraurti» disposti a contrassegnare momenti e tappe. Per un attore e un uomo di cinema, sono aspetti che sottolineano la componente visiva che il dato letterario già suggerisce, attraverso una scrittura dalla facile sponda allusiva per non dire filosofica.

Dalla descrizione della vita nel culto dei due fratelli, al precoce interesse per la giurisprudenza, ai provini e le prime affermazioni a Hollywood, il libro si fa testimonianza di bivi a cui rispondere sempre con positività ma senza negare la preoccupazione, fino a ritrovarsi, un giorno, in vetta alla collina dei propri sogni, e dover ripensare un po’ tutto: con i sentimenti che chiamano l’uomo a quella famiglia originaria lontana e in parte ferita dal tempo, una madre pronta a farsi stregare dalla fama del figlio e l’infinito bisogno di Matthew di ritrovarsi, di vivere nella natura, aprendosi a spazi di solitudine che sono poi anche momenti di affrancamento ed esplorazione.

Il libro si propone come un viaggio autobiografico ma anche un invito a riscoprire a suon di musica ed esperienze fascinatorie l’attitudine alla disciplina: quella che vuole Matthew, all’apice della popolarità come paladino delle commedie romantiche hollywoodiane, a cercare ancora, a rifiutare per un lungo periodo proposte cinematografiche commerciali per coltivare una sensibilità e una “verità” che ha tutto il sapore dell’insegnamento paterno, fatto di testardaggine e di valori. Le pagine scorrono come un film della memoria privata, dove si notano anche salti, descrizioni sintetiche di anni cinematografici, e invece maggiori attenzioni ai sogni, soprattutto a quelli erotici, ai quali l’autore cerca di dare delle risposte chiedendo al lettore una specie di immedesimazione che diviene quella confidenza destinata a innescare il coinvolgimento.

L’arte di correre in discesa, nel racconto di McConaughey, è invito a riscoprire i bigliettini-ricordi nei quali potevamo aver fissato gli obiettivi della nostra vita, cercando di non perderli di vista, consapevoli che smarrirsi è parte del gioco e i semafori possono essere verdi se solo lo vogliamo e ci lavoriamo per bene. L’attore ci porta la sua esperienza, lascia scorrere i momenti d’incomprensione ma anche le complicità tra lui e i suoi partner o le sue donne, accompagnandoci in frequenti bevute, marijuana, in scorribande tra i ritrovi natalizi in famiglia che recano un tepore anche per la star famosa a cui l’anonimato fa solo bene. Porta le sue passioni, la scrittura, la vita in compagnia, il gioco, il rischio, la ricerca del confronto prima dello scontro, i fischi, la lotta, i viaggi, il ballo, le preghiere prima dei pasti «che così il cibo ha un sapore migliore», la fede, il gusto di provare cose difficili per vedere se gli riescono. E a cinquant’anni scrive un racconto che ha la verve di un ragazzino cresciuto, con i muscoli dell’impegno rivolti al bisogno di condividere l’esperienza di una nuova grande famiglia che lo conforti e gli dia nuovo carburante per affrontare, come alla guida del pick-up con cui faceva conquiste da giovanissimo, la sua strada in comune con quella di tutti gli altri, raccontandoci di come a un certo punto quei semafori verdi possono anche ritornare coscienziosamente rossi ma dobbiamo essere solo noi a decidere quando sia il momento di porre un freno alla scalata della collina.

Autoproclamatosi uomo fortunato, Matthew e sua moglie Camila vivono nell’impegno e nell’orgoglio della J. K. Livin Foundation che si occupa di attività di doposcuola e aiuta ragazzi a rischio in oltre cinquantadue scuole superiori con studenti a basso reddito negli Usa a fare scelte «per la loro mente, il loro corpo e il loro spirito». E Greenlights. L’arte di correre in discesa è un po’ come il libro di viaggio del Texano errante che qualche volta sente il bisogno di fermarsi, pur coltivando sempre il desiderio di mettersi in moto verso quelle strade che lo aspettano e lo conducono verso territori che sono patrimonio di tutti.




Immagine di copertina Devin Oktar Yalkin, The New York Times

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