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#Gli ironici | Baco



Ironici è una rubrica che si pone due obiettivi: chiedersi quali siano le possibili forme del comico e costruire una collana virtuale di testi ironici. Tutto questo combinando una recensione, un’intervista e una breve lista di consigli per gli acquisti. Per provare insieme a dare maggior voce al comico e trovare una risposta alla fatidica domanda: mi consiglia qualcosa che mi faccia divertire?

«Quando si riesce ad alternare l’umorismo con la malinconia, si ha un successo, ma quando 
le stesse cose sono nel contempo divertenti e malinconiche, è semplicemente meraviglioso.»
F. Truffaut 

Il comico si nasconde anche nelle storie all’apparenza meno congeniali. Come quella di Giacomo Sartori, un dramma familiare che ruota attorno a un problema di lingua, di comunicazione, di comprensione con un contorno d’ambientalismo e critica alla tendenza ipertecnologica del nostro futuroquasipresente. Una storia narrata con la voce di un ragazzino sordo di dieci anni che a causa di un accesso in ritardo alla lingua dei segni si trova ad aver sviluppato un’inadattabilità alla vita che va ormai al di là della sua invalidità in senso stretto. Una famiglia composta da un padre poco più che adolescente, una madre idealista, un nonno anarchico e anacronistico, un fratello geniale ma freddo come una macchina. Una casa che è un vecchio pollaio adattato a luogo domestico, ma che continua a somigliare a una soluzione d’emergenza, fatta di lamiere, stufe intelligenti, allevamento d’api, bagni ricavati da una vecchia roulotte, pezzi incastrati l’uno sull’altro che stanno insieme quasi per miracolo, proprio come sembra stare insieme quella famiglia composta da elementi troppo diversi per combaciare senza strappi. Una scuola che alterna docenti annoiati, spaventati e del tutto impreparati alla comunicazione non verbale con il protagonista, a sua volta incapace di trattenere la rabbia per evitare di mordere tutto quello che gli capita a tiro: orecchie, braccia, polsi, spalle dei compagni e del corpo insegnante, letteralmente. Una storia che nel primo capitolo presenta subito, senza possibilità di fraintendimento, un disastro più disastroso degli altri: la madre è vittima di un incidente stradale e finisce in coma. Questo è il quadro nel quale si inserisce Baco. Sembrerebbe del tutto assente lo spazio per il comico, ma come l’acqua penetra ovunque, finendo per corrompere anche la pietra più dura, anche l’ironia trova sempre la sua strada

Baco

Mandiamo in avanscoperta uno degli argomenti centrali di questo romanzo: il linguaggio. Le scelte di Sartori sono precise, cucite in modo impeccabile su una storia che ha delle misure particolari, un narratore inusuale e dei coprotagonisti al limite dell’esasperante. Però la lingua resta lucida, non cede alla deriva della storia che invece accumula, tende ad accumulare eventi, situazioni, aspetti, problemi più o meno seri, universali o strettamente privati. Il linguaggio avanza costruendo immagini estremamente buffe ed espressioni sghembe, frutto coerente di un protagonista che non ha altra lingua per vedere il mondo: è un bambino, con la sua dose di naturale ingenuità e tenerezza, ed è sordo, con il suo sguardo necessariamente inclinato. È proprio questo sguardo che permette alla storia di non assumere i tratti della tragedia nonostante ne abbia tutti i requisiti. La tragedia è nascosta dentro la lingua del narratore che le impedisce di esplodere. L’incidente automobilistico della madre diventa così il pretesto per illuminare non il dramma, ma l’assurdità della famiglia, delle relazioni, degli altri personaggi descritti nella loro normalità fuori dal normale. Quella del narratore è un’ironia estremamente tenera, potremmo dire. Nonostante la prospettiva della disabilità non raggiunge mai le venature grottesche, presenti ad esempio nell’ultimo di Palomba (Quando le belve arriveranno). Anche quando il bambino prende a morsi i suoi compagni o gli insegnati, persino quando morde la mano della madre poco prima del suo incidente, riesce a sdrammatizzare e normalizzare quanto accaduto senza farci travolgere dal dolore di tali azioni nervose. C’è una patina d’ironia che nasconde il dramma. C’è una dose di ironia anche nel leggere la prospettiva del protagonista che tende, con una tenera ingenuità, a trasformare persino il peggior disastro in cosa da niente: una realtà che viene normalizzata da chi normale forse non è stato mai considerato e mai lo sarà. Una sospensione della morale necessaria per sorridere.

Altro elemento comico è la famiglia, fertilizzante ideale per ogni commedia. La tradizione, sopratutto italiana, di commedie familiari è infinita, ma Sartori ha aggiunto un tocco del tutto personale andando a caratterizzare i personaggi con quelle passioni e nevrosi che più gli interessano: le mura, per così dire, domestiche diventano il ring di un incontro tra vecchio e nuovo mondo, tra natura e tecnologia, tra un nonno ridicolmente anarchico e un padre devoto all’intelligenza artificiale, una nonna che non è nient’altro che un’urna funebre e il fratello che somiglia egli stesso più a un computer super performante che a un essere umano. Una caratteristica che salta subito agli occhi è la completa mancanza di nomi propri: non sto scrivendo madre, padre, nonno e QI185 per un mio capriccio stilistico. La scelta di Sartori, e in questo c’è un’altra nota ironica, fa un po’ il verso a certi romanzi troppo letterari nei quali tutti i personaggi si ritrovano incollati nomi che ci dicono poco e niente, che sono forzature – se il narratore è un bambino, perché mai dovrebbe chiamare Mario, il proprio padre, e non semplicemente papà? – il più delle volte è una soluzione ridicola. Ma torniamo alla famiglia che, in qualche modo mi ha ricordato quella di Come muoversi tra la folla di Bordas, nella quale sono anche i grandi a essere infantili, quasi ciechi, come se davvero non volessero vedere la realtà per quello che è o, forse, non fossero capaci di farlo. Nonostante un QI mediamente ben al di sopra della media che, però, non li mette al sicuro e non li rende in automatico dei bravi genitori, per dirne una. «In compenso» ammette il narratore parlando del nonno «ascolta quello che dico, non è come tutti quelli che ti chiedono come va? e pensano a quello che hanno mangiato». Adulti vittime anche loro di un baco, di un bug del sistema: il gioco di parole che ruota attorno al titolo è uno dei tanti divertissement che Sartori inserisce nel testo. Una doppia chiave di lettura, in termini informatici o naturalisti, bug che è bruco o difetto del sistema, che racchiude le due tematiche sociali più importanti per il narratore. Ma un termine che può essere utilizzato anche in senso lato e bacato diventa il cervello del narratore, ma  anche il nome del super robot ad apprendimento automatico messo a punto da QI185: «se nel tuo software c’è qualche baco» dice a un certo punto il padre del narratore parlando di suo figlio «loro lo ripareranno». L’uomo visto come macchina, la tecnologia come ancora di salvezza dell’umanità, di fronte a questo fanatismo a tratti religioso, l’autore non riesce a mantenersi imparziale, anzi affonda il colpo mostrandosi più che critico: la tecnologia non è qualcosa di divino, non è fuori dall’uomo, la tecnologia è l’uomo e in quanto tale è limitata, magari solo più veloce, più performante, ma sempre vittima del suo stesso creatore. Insomma, l’uomo è il male di se stesso. Non ci sono via di fuga, neppure nei circuiti.

Le avventure del narratore, incompreso e incapace di esprimersi al meglio, e per questo vittima di una serie di ingiustizie, mi ha ricordato Correndo con le forbici in mano di Burroughs. Quanto può essere difficile essere bambini, quanto pericolosa può essere la scuola, la famiglia, la casa? Sartori condivide con Burroughs lo stesso sguardo leggero sui drammi della vita. Uno sguardo che permette di superare indenni le angherie di un vicino avvelenatore di api, l’arroganza dei medici, gli attacchi informatici, una regressione a una fase vegetale di entrambi i genitori, la madre nel letto d’ospedale e il padre sul divano davanti ai videogiochi, i pericolosi scherzi di un computer annoiato e troppo intelligente. Delle avventure dalle quali si esce vivi quasi per miracolo, come novelli Pinocchio, non del tutto umani ma abbastanza umani per piangere, disperarsi, annoiarsi, arrabbiarsi. Gli interventi del computer nella vita del protagonista offrono delle scene memorabili, delle esperienze degne di novelli Mangiafuoco, Gatto e la Volpe, Lucignolo. Qualcosa che spinge la storia sui canali della favola e della fiaba, non è un caso se infatti il narratore trasformi tutti i personaggi presenti – dai compagni di banco, fino ai poliziotti dei corpi speciali – in animali: abbiamo topi, donnole, cammelli, conigli, uccellacci, pavoni e altri ancora. Il bestiario è stato spesso utilizzato come escamotage comico per evidenziare quanto sia ridicola l’umanità. Una ridicolaggine che se non passa attraverso il paragone animalesco, allora viene definito attraverso una caratterizzazione eroicomica: una parodia dell’epica. QI185 nonostante il suo cervellone va in giro con un casco integrato e intelligente che lo rende più simile a un Unno che a un grande genio. Il padre va in giro su un monopattino ultimissimo modello ed è quanto di più lontano ci possa essere dalla figura paterna eroica, cavaliere sul cavallo bianco. Potrei continuare, ma andrei a ripetere quanto già detto. 

Baco
Copertina edizione pubblicata da Restless-books

L’accostamento precedente a Collodi non è casuale: c’è tutta la contraddizione dell’essere umani, raccontata da una famiglia di umani che sembrano meno umani degli altri, quel tentativo di essere liberi ma anche di essere normali, di integrarsi. In Baco si respira un’atmosfera che potrebbe benissimo appartenere a quella che viene comunemente definita letteratura per ragazzi. Un certo tipo di storie, e non è un caso, ricche di ironia, spesso tenera e a metà strada tra la malinconia e l’umorismo, capace di far passare messaggi sociali attraverso le esperienze più assurde e disparate. Penso ad esempio a Stark e ai suoi racconti strazianti, ironici e critici, tutto allo stesso tempo.

La comicità di Baco è presente, per provare a sintetizzare, su due livelli: uno interno alla storia e appartiene alla misura morale e umana del narratore e del coprotagonista elettronico, l’altro invece è paratestuale, figlio di scelte precisamente autoriali. Una caricatura che Sartori fa a una certa letteratura, a un certo scrivere, spesso omaggiandolo, altre volte parodiandolo, ma in entrambi i casi con la stessa leggerezza e innocenza del protagonista. In questa prospettiva si leggono i titoli dei capitoli che sono citazioni dei capitoli stessi, in quella chiave simil poetica di tanta letteratura ottocentesca, ma che non sfugge a immagini comiche e tenere: «I cani a corto di cose da fare» o «Acquattato come un alligatore nel fango dei cuscini» per dirne alcuni che presentano gli animali, «Una lastra di turchese messa lì per motivi pubblicitari» o «Il cadavere comprato su Amazon» per citarne altri due, «Le domande più appiccicaticce della carta moschicida» per scrivere l’ultimo.

Per chiudere, prima di divagare come mio solito, credo sia utile citare ancora l’autore per restituire al comico una sua importante caratteristica: la condivisione. «È inutile fare uno scherzo se nessuno assiste». E in Baco si può assistere a una serie di scherzi, compresi quelli del destino, ma totalmente al sicuro, al di là delle pagine. 

Ciao Giacomo, come definiresti il comico e perché hai scelto di utilizzarlo?
In realtà il mio primo testo pubblicato è stato una raccolta di quattro racconti (Di solito mi telefona il giorno prima, il Saggiatore), in ciascuno dei quali una protagonista pensa alla prima persona, e con una forte connotazione ironica-comica. Poi invece c’è stata una biforcazione, e i miei romanzi hanno preso una via seria e grave, mentre i racconti sono rimasti su quella vena più leggera. 
È negli ultimi due romanzi che le due vie si sono riunite. Nel primo ho fatto parlare alla prima persona, e delirare, Dio (Sono Dio, NN) e nell’altro, di cui parli tu (Baco, Exorma), il coprotagonista è una specie di Pinocchio digitale. A dire la verità è stata una sorpresa anche per me, non pensavo di riuscire a scrivere un testo lungo su un registro leggero-comico. D’altra parte scrittura è così. Non per capriccio, anzi, per la sua consustanziale coerenza e implacabile logica interna, che si scopre solo a posteriori, ti porta esattamente dove avevi bisogno di arrivare.
Se non ti dispiace lascerei però l’incombenza di definire cos’è il comico ad altre persone più ferrate e più versate per le speculazioni teoriche, che devo confessare mi attraggono fino a un certo punto. O per meglio dire mi interessano moltissimo quando riguardano il modo di funzionare e di essere delle persone, quando sono insomma delle chiavi per capire la realtà che ho intorno (e spesso negli scritti degli psicanalisti, per chiarire meglio, ho trovato spiegazioni per me fondamentali), ma non quando si limitano all’ambito letterario. 
Detto questo mi sembra che la comicità sia entrata nella mia scrittura perché mi permette di dire una cosa e nello stesso tempo il suo contrario, di fare corti circuiti, e di mostrare soprattutto i limiti della parola (detta o del pensiero), la sua inevitabile natura menzognera, o quando va bene approssimata, inadeguata. Mi sembra che i miei testi siano tutti focalizzati sulla parola, o forse meglio su quello spazio, ai limiti con le sensazioni del corpo e le emozioni, in cui essa nasce. Questo è più evidente quando il divario fa sorridere.

La comicità ha tante forme, tanti nomi. Quale preferisci?
Faccio fatica a rispondere, perché per me la letteratura è il regno dell’infinità varietà e delle infinite possibilità, e se è vero che preferisco certi autori e certe opere, è vero anche che questi sono spesso lontanissimi tra loro, direi addirittura contraddittori. E quello che mi attira nel romanzo è proprio la possibilità di accogliere, e di farmi amare, voci e poetiche antinomiche. 
Quindi non amo affatto, e quasi mi ripugna, quando gli scrittori, anche grandi, e molto acuti, pontificano su come dovrebbe essere la letteratura (come fa Celati, per intenderci), e deprecano chi batte strade diverse. Questi autori senza rendersene conto parlano di loro stessi, e delle direzioni che hanno preso loro, e dimenticano che hanno accanto scrittori altrettanto validi che seguono vie opposte. E insomma qualcosa in me resiste a sbilanciarmi, anche proprio parlando di comicità. Ma appunto non vorrei essere frainteso, ho pur sempre i miei amori letterari.
Premesso questo mi sembra che una certa dose di ironia sia presente in moltissimo romanzo del Novecento, e in particolare nei testi che più amo. Si tratta spesso di autori che sono considerati più che seri, e anzi tragici. Io non riesco a non vederci una gagliarda vena comica anche nel Céline più duro e implacabile, tanto per capirci. Lo è intenzionalmente, o lo è malgrado lui, poco mi importa, io, lettore, vedo un discostamento tra le affermazioni e la realtà, leggo nel suo fraseggio un dire al di là del senso immediato della frase, un dire nei silenzi e nel non detto, e nel paradosso. E questo vale anche per i romanzi di Bernhard, citando un altro autore che può apparire come crudelmente serio, e che può sembrare, e forse è vero, prendersi molto sul serio. E paradossalmente dove Bernhard vuole essere comico, nel teatro, mi convince molto meno. Anche nel romanzo italiano, e negli autori più diversi, pensiamo a Svevo e Gadda, è spesso presente questa comicità intrinseca e surrettizia. Non riesco a leggere molta poesia, anche quando non è insopportabilmente lirica, proprio perché si prende sul serio, ha un rapporto troppo univoco con la lingua.
Credo che per i miei racconti e per gli ultimi due romanzi si possa effettivamente parlare di ironia. Ma devo confessare che quella orale mi piace molto poco. Vengo da una famiglia dove rappresentava un blasone di superiorità, un carattere distintivo e una terribile arma. Maturando ho capito che questo atteggiamento non mi interessava, implicava un non andare al fondo delle cose. Sono anche diventato molto meno spiritoso, temo, ma insomma tutto non si può fare. Nella scrittura l’ironia può entrare in modo molto più sottile. Diventa un mezzo, anche benevolo, o comunque mai condiscendente, per mostrare la contraddittorietà della realtà e la complessità dei personaggi. Per aumentare insomma la polisemia del testo. 

E se ti svegliassi curatore di una collana umoristica, quale titolo le daresti?
Non so, perché i testi che mi vengono in mente sono già pubblicati e li vedo nelle collane dove li ho letti. Mentre  un curatore deve proporre testi nuovi. Mi verrebbe da dire che gli autori francamente comici appartengono quasi sempre a scuole, o insomma a determinati contesti, raramente sono soli. Pensiamo alla nostra vitalissima scuola padana-emiliana con Cavazzoni, Nori e compagnia, alla vena comica russa novecentesca, con l’irresistibile Erofeev, e a quella  ottocentesca, alla ceca, a quella ebrea, all’americana, da Twain alla esilarante Parker, a quella  francese di stampo surrealista, a partire dall’immenso Allais, e via dicendo. E in fondo una collana che li mettesse tutti assieme sarebbe quasi un mostro. Forse è bene che se ne stiano sparpagliati un po’ qui e un po’ lì.

È ancora una volta il turno dei consigli. Ecco quelli che ci ha regalato Giacomo Sartori:

  1. Vorrei consigliare alcuni autori citati nell’intervista. Partirei con Capitano Cap di Allais, perché alla base di tutta una ricca corrente forse poco conosciuta in Italia;
  2. Poi dedicherei non una, ma due cartucce a Erofeev. La prima è Mosca – Petuskì, poema ferroviario, da poco ripubblicato da Quodlibet;
  3. Come dicevo, vista la sua grandezza, consiglio anche Memorie di uno psicopatico sempre di Erofeev, quest’ultimo edito da Miraggi.



In copertina:
Illustrazione di
Federico Arrigoni

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