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Di un censimento di lampioni. Intervista a Carmelo Vetrano



Il censimento dei lampioni, romanzo di esordio di Carmelo Vetrano, è una storia poetica e simbolica, edita da Laurana nella collana Fremen, diretta da Giulio Mozzi.

Sebastiano, tornato nel proprio paese di origine in Puglia, si trova ad affrontare la sentenza di separazione dalla moglie Magda, la quotidianità lavorativa con il padre che molti anni prima ha lasciato la famiglia e la destabilizzante notizia che i due, consorte e genitore, hanno iniziato a frequentarsi. Durante i giorni del “censimento dei lampioni” – questo il lavoro che padre e figlio si trovano ad affrontare insieme – Sebastiano deve dunque fare i conti con i propri ricordi, con le proprie relazioni e, grazie all’incontro con l’artista Lisa, con il suo sguardo sul mondo.

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Una cosa che si nota fin dalle primissime pagine, e che poi prenderà sempre più spazio, è la grande attenzione alle parole, ai nomi. Probabilmente le cose sono modificate anche dalle parole con cui le descriviamo: sarà così per i lampioni, come vedremo, ed è così fin dall’inizio per i rapporti. C’è per esempio tutta una parte dedicata alla parola “papà”. Sebastiano racconta di come da bambino abbia smesso di chiamare così il padre (“nello stomaco avevo sentito una bolla calda. Da quando era andato via da casa ero convinto che se lo meritasse, ma quando ci avevo provato non ci ero mai riuscito”) e di come abbia ricominciato da pochissimo.
Così come si possono far esistere le cose semplicemente dando loro un nome, si possono anche farle esistere un’altra volta cambiando quel nome o sovrascrivendone un altro. I protagonisti di Il censimento dei lampioni, padre e figlio, spostandosi di continuo e provando a usare parole nuove, compiono un lavoro di sovrascrittura della loro relazione. Affrontano un viaggio, all’inizio soltanto esteriore, circoscritto in una ristretta area geografica, attraverso un movimento di tipo circolare, o a spirale; apparentemente non vanno da nessuna parte, restano dentro il perimetro dei vari paesi in cui si trovano a lavorare, ma ogni volta che esauriscono un giro ridefiniscono qualcosa del loro rapporto. È un’attività che riguarda soprattutto Sebastiano, è suo il punto di vista e suo il bisogno di rivedere la relazione con suo padre (ma non solo quella). E per molto tempo, smettendo di chiamarlo “papà”, era riuscito a non avere un padre.

C’è poi anche la differenza con la parola “mio padre”, che invece descrive il rapporto da un altro punto di vista, prevede forse una minore intimità a favore della formalità. C’è in queste prime pagine una difficoltà da parte del figlio e del padre di rimettersi a fuoco, ed è bello, molto bello metaforicamente, che siano chiamati a fare il censimento dei lampioni, a controllare cosa riesca ancora a farle luce, e cosa no.
“Mio padre” è l’espressione formale che inchioda Sebastiano alla verità. È un’espressione che in modo oggettivo e inattaccabile dice che Bruno è suo padre, e lui non può farci niente. Può allontanarsi e andare a vivere a Berlino, dimenticarselo, negargli quella intimità e chiamarlo per tanti anni solo con il nome di battesimo. Agli occhi del mondo e della biologia, però, quel legame non potrà essere sciolto, e lui adesso lo sa bene. È nello stesso tempo la sua maledizione e la sua salvezza, è il luogo virtuale in cui non ha avuto gli affetti che avrebbe desiderato ma dove può avere una sua storia, e forse anche una sua verità. Pian piano, saranno i lampioni a stabilire i livelli di emotività delle varie relazioni in cui Sebastiano è coinvolto, a fargli capire cosa sia o non sia importante. Sono strumenti che servono per l’appunto a fare luce, e serviranno in questo anche a Sebastiano, anche se in un modo diverso da quello canonico (d’altronde, a parte un’unica eccezione, sono sempre spenti). Entrano in sordina nelle vite dei protagonisti, oggetti tanto comuni all’interno di un paesaggio da essere considerati scontati, invisibili, ma poi cominciano a prendersi sempre più spazio fino ad assumere un ruolo completamente diverso. Controllarli, osservarli, nominarne ogni singolo graffio e imperfezione, per Sebastiano, vuol dire controllare lo stato di fatto della sua vita, della sua relazione con il padre e con le persone più importanti della sua vita.

Una riflessione sulle parole si costruisce anche a proposito di Magda, la donna da cui il protagonista sta divorziando. Dice Sebastiano: “In passato, se provavo a setacciare le caratteristiche della personalità di Magda, con l’intenzione di isolarne quelle più importanti, mi trovavo davanti un elenco di parole come testardaggine, dignità, etica. Dopo quello che era successo tra lei e mio padre mi aspettavo che non sarei più riuscito ad associare quelle parole alla sua immagine, e invece continuavo a trovarmele davanti”. È un passaggio profondo: le parole non solo creano uno sguardo, ma forse rivelano, per associazione intima, ciò che razionalmente non sappiamo vedere o accettare.
In Magda, quando si sono conosciuti, Sebastiano ha visto, o creduto di vedere, una persona con una personalità senza sfilacciature: il suo contorno esistenziale gli sembrava ben definito, compiuto, e lui ne era attratto. Per molti motivi. Intanto perché di sfilacciature lui si sentiva pieno, ed era curioso di capire come fosse fatta una persona che – ai suoi occhi – ne era priva, scoprirne i segreti. Moriva dalla voglia di sapere che effetto si prova a vedersi e sentirsi interi, netti. Era un modo di guardare e desiderare una forma di altezza che non aveva mai raggiunto, e anche in questo, nel sollevare lo sguardo, i lampioni lo aiuteranno. Gli altri, l’Altro, tutto ciò che è diverso dal sé, per Sebastiano è fonte di attrazione: la vita è piena di calamite è lui ha uno scheletro di ferro, freddo solo in apparenza, caldo e ricettivo all’interno. È sempre attraversato da una tensione che lo spinge verso un ignoto pieno di molte aspettative.

E poi ci sono le parole non dette. I genitori che, quando Sebastiano era piccolo, bisbigliavano. Che gli occultavano informazioni, che non gli permettevano di capire se stesse accadendo qualcosa di grave. La cosa che colpisce è la piega che però prendono le cose: anziché essere insofferente di fronte al mistero, infatti, il protagonista lo cerca, ne è attratto. Come mai?
Essendo cresciuto con molti vuoti e molti buchi informativi si sente incompleto. Le mancanze e i vuoti pesano: ogni parola non detta nella sua vita è un buco nero, e lui da sempre si porta dentro una costellazione composta datanti di questi buchi neri verso i quali è attratto perché spera e si illude di trovarci dentro le parti mancanti che secondo lui lo completerebbero e gli permetterebbero di sentirsi intero, forte e inattaccabile. Molto spesso quei buchi neri sono, o sono state, porte verso mondi in cui perdersi: luoghi, amicizie, amori brucianti.

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Ma torniamo al lavoro di Sebastiano: fare il censimento dei lampioni. Dice il protagonista dopo avere analizzato uno dei primi: “Mi sembrava di aver scritto tutto quello che serviva: numero progressivo del lampione, modello di plafoniera e di lampada, tipo di ottica. Mancava solo la nota”. Qui è interessante la parola che hai usato: “serviva”. Possiamo raccontare le cose in base a ciò che “serve”, oppure possiamo decidere – perché qui è necessaria una decisione – di “osservare” di più.
A Sebastiano non serviva rimanere in paese – da dove sarebbe potuto ripartire subito dopo aver concluso i suoi impegni – e non serviva quel lavoro. Già dal momento stesso in cui decide di rimanere comincia a guardare in modo diverso il mondo attorno a sé, anche se, almeno all’inizio, inconsapevolmente. È di nuovo un buco nero quello che crede di avere davanti, una nuova possibilità di attraversare una porta arrivare dall’altra parte e trovare… cosa? Non lo sa. Capisce però che non è ritornato solo perché deve formalizzare la separazione da Magda, è tornato perché deve guardarla in faccia e sapere che da lei ha avuto tutto quello che poteva avere, per dare un’ultima possibilità a suo padre e a se stesso e, forse, dire addio a qualcosa che al momento di partire, da fuggiasco, aveva a malapena salutato. Quando comincerà a svolgere il censimento dei lampioni capirà che quello che serve a lui è molto diverso da quello che serve al suo datore di lavoro e lui, come poche volte nella vita, sceglie se stesso.

A insegnare lo sguardo in più a Sebastiano è Lisa, un’artista di cui fa la conoscenza e che produce quelle che definisce le “mappe dei giorni”: ogni giorno scrive sul diario o su dei bloc-notes alcune frasi, poi le riporta sui pannelli. La regola è che può selezionare ma non modificare. Questa cosa colpisce Sebastiano, che comincia a sua volta a fare delle mappe, ma dei lampioni.
Lisa ha capito che Sebastiano ha bisogno di verità, da parte del padre, della madre, di Magda, ma soprattutto da parte di se stesso. Modificare quello che è stato scritto vorrebbe dire continuare a mentire. Con la sua innocenza e la sua purezza Lisa gli regala la possibilità di vedersi per la prima volta, ed è in questo momento che viaggio esteriore e interiore iniziano a coincidere. Salire, scendere, partire, osservare. Ogni movimento che Sebastiano compie all’esterno lo compie anche dentro di sé. Comincia in modo più chiaro a capire i graffi sui lampioni, i loro malfunzionamenti, e la loro incapacità – quando, spesso, guasti – di dare luce.

C’è in particolare un lampione che descrive ossessivamente, ampliandone via via le caratteristiche, ricorrendo a metafore eccetera. Il testo da strumentale (è molto divertente il momento in cui al lavoro gli chiedono “cos’è un grappolo di plexiglas?”) diventa artistico, e Sebastiano impara a osservare per davvero, a vedere ciò che gli altri non vedono (del resto era anche appassionato di misteri, di ricerche). Osserva i lampioni e impara a vedere anche le cose intorno, il padre, i rapporti. In fondo l’arte è un po’ questo, no?, uno sguardo sul mondo.
Se dovessi pensare a un movimento da associare al romanzo, oltre alla circolarità, direi che è il capovolgimento. Per censire i lampioni Sebastiano fa su e giù con il cestello meccanico cambiando ogni volta la prospettiva da cui guarda. Lisa, attraverso la sua arte, gli insegnerà a capovolgere lo sguardo sul suo lavoro e a trasformarlo in qualcosa di completamente diverso da quello che era stato fino a quel momento: diventerà appunto uno strumento per guardare in modo diverso la propria vita e le proprie relazioni. La descrizione ossessiva riprende la circolarità di cui parlavo all’inizio: il muoversi senza andare davvero da nessuna parte, ripetere gesti che sono sempre uguali (sollevarsi con il cestello, osservare, scrivere), avere a che fare con oggetti che sono sempre identici a se stessi. O almeno dovrebbero essere così. C’è un’artista austriaca, Greta Schödl, che realizza opere di poesia visuale in cui le parole sono ripetute in modo ossessivo fino al punto da perdere concretezza e significato, e diventano puro segno. Sebastiano, grazie all’incontro con Lisa – anche lei poetessa visuale – compie un altro tipo di lavoro: lo sguardo ossessivo che scorre su quegli oggetti apparentemente identici genera una molteplicità di parole grazie alle minime differenze che lui osserva e che rendono i lampioni unici e diversi l’uno dall’altro.

Oltre alle parole, una cosa salta subito all’occhio quando si legge il tuo libro: l’uso di inserti, disegni, scritte, mappe all’interno del testo. Vuoi raccontarci come mai e con che procedimento l’hai costruito in questo modo?
Il primo movimento verso l’ideazione e la scrittura del romanzo non è fatto di parole ma di immagini, e di mappe. Per qualche settimana, macchina fotografica alla mano, ho fatto un vero e proprio reportage sui lampioni immortalandone tantissimi e percorrendo molta strada. La maggior parte delle foto sono state scattate ai lampioni comuni e più anonimi (quelli che costituiscono la maggior parte dell’illuminazione pubblica e che nel linguaggio tecnico vengono chiamati stradale). Questo per dire che l’aspetto fisico e materico, ancora prima che la storia del romanzo nascesse, era fondamentale, ed è stato naturale per me oltre che necessario farlo vivere anche nel romanzo. Disegni, mappe e inserti diventano parte integrante dell’alfabeto che ho usato. La mappa è stato uno dei primi elementi ai quali pensavo quando non avevo ancora cominciato a scrivere perché avevo già in mente l’idea del viaggio e del movimento, così come quella di dover dare un nome alle cose. Torno così a uno dei temi toccati all’inizio della chiacchierata. Per potere essere quello che è, e per poter svolgere al meglio la funzione per cui è stata pensata, la mappa deve contenere quanti più dettagli possibili, e ogni dettaglio ha un nome che lo distingue dall’altro, e più dettagli aggiungiamo più nomi avremo. Anche il romanzo è nato seguendo la suggestione del concetto di mappa, dove ogni più piccolo elemento è contenuto da un altro un po’ più grande e via dicendo, fino ad arrivare un macro contenitore che contiene tutto in modo coerente. Quello che ho cercato di fare, e che mi sono divertito a fare, è stato di prendere elementi eterogenei e impastarli tra di loro in modo da ottenere un amalgama che fosse quanto più omogeneo possibile, in cui ogni singolo elemento potesse mantenere le sue caratteristiche ma avere nello stesso un significato e un senso nuovi da dare all’intero romanzo, ai personaggi e alle loro vite, ed essere fonte di emotività.

Crediti fotografici
Immagine dell’autore tratta da Repubblica

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