03.06.2026

David Foster Wallace, il segreto e lo straziante

Alcune considerazioni su “Infinite Jest” in occasione del trentennale

Qualche giorno fa, su una piattaforma per appassionati di libri, sono incappato nella recensione del romanzo di un collega, romanzo certo non facile e certo non breve (ma neanche troppo difficile né troppo lungo), da parte di un utente – gran “scaffalatore” di gialli ultracommerciali – che lo definiva “incomprensibile” e gli affibbiava di conseguenza una stellina. Ora, si sa che la recensione negativa di opere rilevanti da parte di obnubilati è un piccolo genere comico a sé, che da quando esistono Goodreads, Anobii e gli store online lo stesso trattamento è stato riservato a qualunque scrittore, anche ai più grandi, e che pertanto non si dovrebbe far caso a simili recensioni, se non per il loro portato, appunto, comico; pure, ho sofferto per il mio collega, dato che, come tutti gli scrittori e tutte le scrittrici, so quanto sia sgradevole ricevere una recensione del genere[1], e mi è venuto in mente David Foster Wallace, dato che qualche mese prima avevo letto una recensione da una stella del suo capolavoro Infinite Jest, sempre su Goodreads.
Se fosse vissuto e avesse lavorato un po’ più tardi, quante recensioni da una stella avrebbe ricevuto un libro lungo e difficile come il suo Infinite Jest? Quante ne avrebbe dovute vedere, da sotto la sua bandana, DFW? Ci avrebbe sofferto? Oppure se ne sarebbe sbattuto, troppo impegnato a soffrire per proprio conto? In realtà, questo numero possiamo saperlo, nonostante il dato sia ovviamente ribassato dal sopravvenuto status di classico – con conseguente aura di rispetto – del romanzo: su Goodreads, Infinite Jest ha ben 4207 recensioni da una stella; su Amazon 408; su Anobii solo 53 (era forse un ecosistema letterario più sano di altri? Peccato si sia estinto); sull’Amazon italiano 18, che però riguardano per lo più la nuova edizione del trentennale, accusata di avere la copertina sottile, un cofanetto che si rovina subito e in generale di non soddisfare i requisiti di un’edizione celebrativa.

Già, perché in effetti è il trentennale di Infinite JestA ben guardare, l’edizione celebrativa, che ha sul cofanetto l’immagine di un VHS, conferma l’altra caratteristica precipua di questo romanzo, il venir spesso comprato ma non letto, poiché, se lo si fosse letto prima di provare a disegnarne una copertina, si saprebbe che Infinite Jest, all’interno del romanzo, è sì un film (di John O. Incandenza, il padre del protagonista di una delle tre linee narrative principali Hal Incandenza, e dei suoi fratelli Mario e Orin, che pure hanno ruoli di rilievo) ma non è mai esistito in VHS, dato che al momento della sua uscita, nel mondo leggermente spostato nel futuro di Infinite Jest, lo home video non usa più quel supporto e i film esistono su cartucce simili a quelle del Super Nintendo[2].

david foster wallace
Infinite Jest in Italia: la prima edizione (Fandango, 2000) e l’ultima edizione (Einaudi, 2026)

Forse ci si potrebbe fermare qui, elevando questo aneddoto a parabola, invitando per il resto chi sta leggendo questo articolo a leggere anche il romanzo di DFW. Fatelo, almeno voi! Ma andiamo avanti: un altro autore che oggi avrebbe ricevuto moltissime recensioni da una stella per manifesta “incomprensibilità”[3], che viene spesso citato[4] e molto meno spesso letto, e che è essenziale per capire da dove venga Infinite Jest (e pure quali scopi abbia) è William Gaddis – soprannome “Mr. Difficult”. In genere, quando si parla di Infinite Jest, viene fuori il nome di Thomas Pynchon (2671 recensioni da una stella su Goodreads per il suo capolavoro L’arcobaleno della gravità), forse perché al momento dell’uscita di Infinite Jest in Italia il suo nome era ancora noto e i suoi libri relativamente letti, mentre quelli di Gaddis, sia pur egregiamente tradotti[5] (cosa che non si può dire sempre di quelli di Pynchon, ma sia chiaro che se un libro difficile ha una traduzione insufficiente è sempre e solo perché i traduttori sono pagati troppo poco, specie quando si tratta di opere del genere), erano ormai scomparsi dalla coscienza dei lettori di casa nostra[6].

Prima però di arrivare alla connessione Gaddis-Wallace è impossibile non ricordare che, in effetti, Gaddis le recensioni a una stella le ebbe, e non da anonimi obnubilati su Goodreads, ma dai critici letterari, sui giornali, almeno al suo esordio. Tanto pesto ne uscì Le perizie che Gaddis si inventò – o almeno così pensano alcuni: l’identità del personaggio è tuttora dibattuta – un personaggio immaginario, il critico Jack Green, tutto preso a difendere la sua poetica… Ma oggi sui giornali non si stronca più nessuno[7] e quindi il problema non si porrebbe… Ma stiamo divagando – come è del resto normale in un pezzo su Infinite Jest, che è, di fatto, un libro sulla divagazione (oltre che sull’intrattenimento), un libro di comparse e sulle comparse e sui pensieri di sfondo, sottofondo & contorno –, quindi torniamo al rapporto tra Gaddis e Wallace.
Mi era capitato di ricordarlo in una conversazione apparsa su “Telegraph Avenue”, da cui riprendo ora alcuni concetti: quando ci fu da inquadrare Infinite Jest in quattro parole, l’“Atlantic” scrisse think Pynchon, think Gaddis, e in effetti leggendo Gaddis il lettore italiano vi troverà la parte più rilevante del DNA di Wallace – sì, più di quella che viene dal pur presente Pynchon, e nonostante l’allievo superi il maestro in cura, oltre che in prosa[8]. Forse anche per questo Wallace ci sorprese tanto: mancava, almeno alla maggior parte dei lettori italiani, un ramo fondamentale dell’albero genealogico. Fa venire in mente un po’ quello che è accaduto con la tardiva traduzione del Lanark di Alasdair Gray: d’un tratto i lettori nostrani hanno dovuto rivedere tutto ciò che credevano di sapere sul sistema di influenze che ci ha portati al new weird[9]… Quando DFW atterrò da noi come romanziere, lo fece in un contesto per lo più d’ignoranza rispetto a Gaddis: per questo ci fu quell’effetto di novità squassante. Ciò detto, non basta Gaddis a spiegare l’eccezionalità di Wallace: certo, Le perizie e JR sono capolavori (e si potrebbe persino tracciare un doppio parallelo: Le perizie sta a Infinite Jest come JR, con tutti i suoi dialoghi, avrebbe potuto stare a quello che avrebbe potuto essere Il re pallido) ma Wallace ha qualcosa in più rispetto a lui e a Pynchon[10], qualcosa che riguarda il suo modo di dire le cose: non c’è, in Infinite Jest, la freddezza nei confronti del lettore che è propria di Pynchon e Gaddis.

david foster wallace

Il grande romanzo massimalista postmoderno trova infatti, con DFW, una nuova e inattesa umanità. Anche per questa ragione, quell’etichetta posticcia di “realismo isterico”, al di là del fatto di mettere assieme autori molto diversi e tutti inferiori a Wallace, appare oggi risibile per Infinite Jest, che di isterico non ha proprio niente – ha, invece, una straziante, dolcissima e strappacuore[11] umanità, nonché una capacità tuttora ineguagliata di ascoltare ogni voce, anche le vocine sullo sfondo – anche le vocine su uno sfondo ormai passato, o futuro, o mai esistito[12] – e dare a ciascuna, sempre, una comprensione e un’empatia che vanno persino oltre la pietas, per arrivare a una vera e propria comunione. E come lo fa? Non tanto, o non solo, mettendoci il cuore (sai quanti scrittori davvero da una stella ci mettono il cuore…), né solo con il facile dispositivo dell’identificazione[13]: lo fa con le parole, e in particolare con l’esattezza nella scelta delle parole.

Per questo Wallace è così grande: perché ci ricorda cosa può fare la prosa, se usata a piena potenza; che razza di potere connettivo, oltre che mitopoietico, può avere per l’umanità tutta. E non solo. Ci sono anche gli schemi segreti – un capolavoro massimalista deve avere per forza delle stanze segrete, o no? – solo che, lungi dall’esser meri vezzi, come quasi sempre accade sono anch’essi strazianti.
Vado avanti? Bene, si consideri allora che Infinite Jest è il titolo del film di James O. Incandenza, padre di Hal, Orin e Mario, o meglio di cinque film: Infinite Jest, Infinite Jest II, Infinite Jest III, Infinite Jest IV e Infinite Jest V; in altri punti si lascia intendere che, nel mondo ricorsivo del romanzo[14], Infinite Jest (il romanzo) potrebbe essere stato scritto dallo stesso James O. Incandenza. Quindi potrebbe esser considerato Infinite Jest VI. VI, preso come una coppia di lettere e non come una coppia di numeri, è contenuto nella parola “David”. Togliete “vi” da “David” —> Dad. Teoria del complotto da Reddit letterario o messaggio segreto di DFW? Lo saprete solo leggendo – davvero – Infinite Jest[15].






[1] La quale, comunque, abbassa la media sul portale, e per quanto si possa essere, si debba essere e si sia superiori a tali dinamiche, giacché la letteratura è altro, eccetera, è comunque un piccolo danno che viene fatto in modo gratuito, per pura pigrizia intellettuale, a qualcuno che aveva messo anni di lavoro per licenziar quel libro: una volta, almeno, si aveva il coraggio di ammettere di non aver capito – o forse no, forse è un ragionamento da boomer ed era solo che gli imbecilli non avevano parola, come ebbe a notar Eco a suo tempo…

[2] Dispositivo peraltro utile a rendere Infinite Jest (il film) meno replicabile e giustificare la caccia all’unica cartuccia esistente…

[3] Oggi i suoi due capolavori, Le perizie e JR ne totalizzano rispettivamente 185 e 101, a fronte però di una diffusione dei due romanzi di circa un venticinquesimo rispetto a Infinite Jest. A parità di diffusione, Infinite Jest ne avrebbe 168, restando quindi nella mediana.

[4] In America, più che da noi.

[5] Da Vincenzo Mantovani.

[6] Vedremo se la recente riproposizione delle Perizie e di JR da parte del Saggiatore cambierà qualcosa.

[7] A me, per dire, è capitato una sola volta, guarda caso col mio libro più lungo e complesso, per mezzo di un pezzo apparso – guarda caso – su un inserto concorrente di quello per cui lavoro, e trovai peraltro immediata giustizia grazie a un recensore Instagram – ach, a volte Internet ha lati positivi! – che pochi giorni dopo pubblicò un post dove dimostrava come la recensione fosse stata scritta senza leggere il libro.

[8] Le perizie è infatti punteggiato di piccoli errori nel campo – pur centrale nel romanzo – della storia dell’arte europea, forse più facili da notare per chi viene dal continente.

[9] Oppure fa venire in mente a me quello che accadde a me quando nel 2008 lessi 2666 di Bolaño senza aver ancora letto Rayuela di Cortázar, Sopra eroi e tombe di Sábato e I sette pazzi di Arlt: COME HA FATTO?!

[10] Al quale pur lo accomuna un certo gusto per la farsa.

[11] In mancanza di migliori traduzioni per heartrending, a parte straziante, che però abbiamo già usato.

[12] In effetti c’è persino una dichiarazione di poetica, tanto poco citata da essere essa stessa dimostrazione di quanto poco Infinite Jest sia letto per intero: a un certo punto James O. Incandenza si esprime sull’importanza di comparse e figuranti.

[13] Che pure c’è: Infinite Jest è pur sempre un romanzo su intrattenimento e dipendenze, anche da sostanze che non danno dipendenza, e DFW ebbe a dire che amava passare intere giornate strafatto di ganja davanti alla televisione.

[14] Che è strutturato come un triangolo di Sierpinski, ma questa è un’altra storia.

[15] Bonus aggiuntivo: difficilmente, dopo averlo fatto, gli darete una stellina passando da obnubilati con chi vi incontra per caso online.



In copertina: illustrazione di Alessandra Usala (Wild Matafalua)

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