Comma 22

Dalle Dotte puttane al Caro stronzo. Virginie Despentes colpisce ancora



Scopami! è stato il suo esordio letterario, Caro stronzo è il suo ultimo libro. Non si definisce femminista, al massimo anarcofemminista: Virginie Despentes ha fatto irruzione sulla scena culturale in Francia nel 1993 come una delle voci letterarie più provocatorie. E da allora non ha mai perso il gusto per la provocazione.

provocare v. tr. [dal lat. provocare, comp. di pro1 e vocare «chiamare», propr. «chiamare fuori»] (io pròvocotu pròvochi, ecc.). – 1. a. Eccitare, spingere, con la parola o con l’azione, a un comportamento aggressivo; più com., comportarsi con qualcuno in modo offensivo, irritante, ostile, allo scopo o con il risultato di suscitare in lui una violenta reazione.

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La provocazione è molto impopolare, l’invito assennato è a non raccoglierla, si dice sia pratica immatura, spesso la si definisce vuota, ma come per tutte le forme di comunicazione chi è bravo a maneggiarla e qualcosa di forte da dire può farne un’arte. Questo è senz’altro il caso di Virginie Despentes. Folgorante, assertiva sconfinando nel brutale, sboccata ça va sans dire, Despentes ha sempre scritto di violenza di genere e di lavoro sessuale, ma non l’ha fatto in modo accademico, dalla prospettiva della cattedra, con il tono dell’analisi sociologica distaccata, l’ha fatto sì con lucidità, ma con la prospettiva del margine, di chi ha vissuto le periferie, di chi la violenza e il lavoro sessuale li conosce per esperienza diretta e per prossimità intime. Despentes è espressione di un femminismo che rifiuta con energia il ruolo di vittima, è un femminismo di rabbia e di desiderio, non a caso è l’autrice di King Kong Theory, un saggio-memoir in cui sceglie come emblema della condizione femminile nientemeno che King Kong. Despentes appartiene al filone del femminismo queer ed eversivo in cui si inseriscono anche l’anarco transfemminista basca Itziar Ziga, autrice di Diventare cagna, la performer pornoterrorista spagnola Diana Torres e soprattutto Paul Preciado, con cui ha avuto una relazione dal 2005 al 2014, annunciata con la sua dichiarazione pubblica: «Je suis devenue lesbienne à 35 ans». (All’epoca il percorso di transizione di Preciado non era ancora cominciato.) Non a caso anche Preciado è pubblicato in Italia da Fandango, che un po’ alla volta sta ripubblicando tutti i libri di Despentes.

Despentes

Efficacissime per osservare l’evoluzione della narrativa di questa scrittrice, sono proprio le ultime due uscite in traduzione italiana.

Le dotte puttane

Pubblicato per la prima volta in Francia nel 1996, è il secondo romanzo di Despentes. Sono in molti a pensare che il secondo e il terzo romanzo siano cruciali nella carriera di chi scrive, perché sono quelli che confermano che di carriera si può parlare e nell’esordio non c’era già tutto quello che si poteva dire. Despentes fa il suo secondo passo all’insegna della ferocia: Le dotte puttane è un thriller pulp che ruota intorno alle vicende di uno strip club e delle spogliarelliste che ci lavorano. Lavoro sessuale, criminalità organizzata, omicidi seriali: è un libro violentissimo, nei contenuti e nella crudezza delle descrizioni. Non ci sono didascalismi, pretese di denuncia o di impegno, è narrativa d’intrattenimento e di genere, eppure la prospettiva è eversiva. Oggi nel dibattito culturale il tema del lavoro sessuale è molto frequentato, se non fosse qualcosa di così controverso e con implicazioni sociali complesse e urgenti rischierebbe addirittura di risultare inflazionato. A metà degli anni Novanta invece la rappresentazione era appiattita su una narrazione di sfruttamento, vittimizzazione delle lavoratrici del sesso. Despentes, pur raccontando un margine tragico, di violenza, abuso e durezza, rende le spogliarelliste protagoniste vivaci, chiaroscurali, a tutto tondo, piene di carattere e di spirito.

«Ma quello che Gino non poteva proprio sopportare, non era il guadagno mancato. Quello di cui non osava neppure parlare, perché gli dava un senso di vergogna, tanto era degradante per lui, era che a me piaceva, e questo saltava agli occhi. Appoggiarmi al muro, farmi vedere e guardare attraverso le palpebre mezze chiuse il tipo che si dava da fare, ascoltare le cose sconce che mi diceva, e averlo tanto vicino da riuscire a sentire il suo respiro e la sua voglia che si mescolava con la mia e mi faceva effetto, e partire alla grande, palpitazioni diffuse, sempre più vicine, sempre più nette, mi arrivavano sotto le dita.»

Un altro tema su cui la sensibilità collettiva è cambiata dagli anni Novanta è quello della dipendenza e in generale della salute mentale. Nella temperie attuale sarebbe difficile raccontare alcune delle dinamiche tra i personaggi delle Dotte puttane senza usare un linguaggio che fa riferimento al campo della psicologia e della psicanalisi. Despentes invece mette in campo questo personaggio luciferino, questo tombeur de femmes dal carisma sovrannaturale, lo racconta con il linguaggio della magia, del sortilegio. Non parla di manipolazione, di dinamiche di potere e rapporti tossici, di narcisismo, di dipendenza emotiva, ma di fascino magnetico, di ossessione, di desiderio irrefrenabile. Tutto è feroce, estremo e senza pretesa di senso, coerentemente, anche la sfera emotiva. È terribile e suggestivo.

Caro stronzo

Uno scrittore quarantenne pubblica sul suo profilo social un post in cui fa delle considerazioni estremamente poco lusinghiere sull’aspetto di una famosa attrice, che da giovane era stata un sex symbol e ha incrociato quel giorno a Parigi, trovandola invecchiata e appesantita. Lei gli risponde con un’email, che comincia appunto con le parole «Caro stronzo».

Despentes

È una premessa fulminante, ipercontemporanea, che apre un romanzo al vetriolo che cattura la rabbia e la rissosità che contraddistinguono il nostro temp–– oppure no? In realtà no, o perlomeno non soltanto. Questo è lo sviluppo che ti aspetteresti dal romanzo, che invece prende una piega molto diversa. Innanzitutto nonostante lo spunto iniziale prenda le mosse dai social e il mondo mediatico in genere abbia un ruolo importante nella trama, a livello formale Caro stronzo recupera una forma del passato: è, a tutti gli effetti, un romanzo epistolare. Anche a livello editoriale la scelta è di un impianto tradizionalissimo: nessun tentativo di mimesi della realtà dello schermo a livello di impaginazione né dal punto di vista redazionale, niente mascherina iniziale con orario d’invio e gli indirizzi di posta elettronica di mittente e ricevente, niente refusi per effetto di realismo; solo il nome di chi scrive e il testo della mail, in un’alternanza pulita e ordinata delle lettere di Oscar e Rebecca, interrotta saltuariamente da una terza voce. Questo scambio epistolare, nato sotto i peggiori auspici, prosegue e cresce. È il 2020, scatta il lockdown, Rebecca e Oscar scoprono, continuando a scriversi, di non essere poi così distanti: attrice e scrittore di successo, vengono però dalla stessa periferia, da famiglie povere. È un incontro tra due solitudini. Oscar ha un rapporto molto intimo con l’alcol ed è stato travolto dallo scandalo dopo le pubbliche accuse di molestie da parte di una ex ufficio stampa oggi blogger, Zoé Katana, la terza voce è la sua. A Rebecca non propongono più ruoli interessanti e ha un rapporto molto intimo con la droga. Dallo scontro si passa al confronto e alla confidenza, dal tono ostile e dal mostrarsi forti o vittimizzarsi si passa a un esercizio di consapevolezza fino alla vulnerabilità. Caro stronzo è uno scavo interiore a due, che dal dialogo fa scaturire in modo appassionante riflessioni sulla dipendenza, da sostanze e nelle relazioni, sull’orientamento sessuale, sugli squilibri di potere, di genere e di classe, sulla paternità e l’amicizia. È un libro che si tuffa nella complessità senza offrire formule o soluzioni, ma celebrando la bellezza di scoprire l’altro e del conflitto come spazio in cui se rimani possono succedere prodigi. Cattura un’esperienza familiare a sempre più persone nella nostra epoca: l’ebbrezza di conoscersi, raccontarsi e confrontarsi online con uno sconosciuto, l’esserci e il non esserci al contempo di una presenza che fisicamente non fa parte della nostra vita eppure diventa importante, con cui si crea un ritmo armonico di comunicazione regolare, ma variabile. 


Ma quindi la Virginie Despentes di Scopami! e delle Dotte puttane si è ammorbidita? No, anzi, è un’artista che ha saputo cambiare, evolversi, rimanere in contatto con il suo tempo, mantenere una curiosità giovanile per le nuove prospettive ma con la padronanza della maturità nell’esplorarle. È un’autrice capace di parlare di femminismo, di ruoli di genere, di classe, di squilibrio di potere con uno stile accessibile e a tratti pop, con un’autorevolezza conquistata non sui libri ma per strada. È una voce squillante e piena di energia, una voce anticonformista, provocatrice e irriverente, che offre una prospettiva preziosa sul nostro tempo.





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Copertina – Foto di 
Tamara Gore su Unsplash