11.03.2026

Christian Beck, si fa presto a ritrovarsi in ombra

Un ritratto dello scrittore e poeta belga, misterioso caso di “sparizione rimandata”

La parabola intellettuale di Christian Beck (1879-1916), a cui è dedicato il numero 17 del “Quaderno” del collage de ’Pataphysique, rappresenta un caso misterioso di “sparizione rimandata” nel panorama delle lettere francofone del primo Novecento. Soltanto pochi cultori della letterature si sono occupati di lui, facendo astrazione della caricatura che Alfred Jarry ne fa in Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico, edito nel 1911. Ed è così che Beck è rimasto troppo a lungo all’ombra degli aneddoti jarryani, quei chiacchierii fatti di exploit, liti e colpi di pistola…
Nato a Verviers (in Belgio) il 4 gennaio 1879, Beck attraversa il simbolismo con il passo di un nomade dello spirito, celandosi dietro una fitta coltre di eteronimi – Joseph Bossi, Fabrice, Crossoptylon, Nain Gras, Voldemar – che non sono solo semplici pseudonimi, ma vere e proprie proiezioni di un’identità complessa. Le sue radici costituiscono già una prima chiave di lettura della sua singolarità: figlio di Henri Beck, di origini baltiche (il bisnonno era nato a Riga) e di Eugenia Aluffi (nata ad Asti ma di presunte ascendenze arabe), incarna una sintesi tra il genio nordico e la fantasia meridionale velata da un esotismo atavico. Questa mescolanza di razze antitetiche forgia in lui un pensiero instabile e rapsodico, affine al rimbaudiano «uomo dalle suole di vento»[1], a cui Beck guarda costantemente come modello. Infatti, aveva bisogno di continui cambiamenti e aveva il gusto dell’errare. Nel suo libro Les Erreurs (Gli Errori, nel doppio senso dell’errare morale e del vagare fisicamente) rivela che l’uomo libero, quindi quello più nobile, è colui che procede dritto davanti a sé, senza un soldo, attraverso il vasto mondo. L’indigenza per lui non è un accidente, ma una vocazione eletta: «Mi sono definitivamente dedicato alla povertà» ha scritto nel 1902, elevandola a condizione necessaria del poeta errante.

L’infanzia di Beck è segnata dal trauma della perdita materna, morta di tisi quando egli aveva solo tre anni. Nel 1900, in La Sensitive[2] afferma di avere «una certa femminilità d’animo… tanto più devoluta a quelli nati sotto un segno lunare che non conobbero la propria madre. Queste influenze, unite in me a quelle del cinismo, mi davano un’anima attenta a movimenti così diversi e, quando vivevo tra gli uomini, per effetto di questa attenzione interiore mi conferivano rigidità». Infatti si scontra presto con la rigidità degli ambienti educativi e, maltrattato nel collegio di Anversa, trova rifugio negli studi precoci di Montaigne, Cartesio, Spinoza e Spencer. Il successivo soggiorno forzato presso il Collegio di Herve, dominato da una disciplina ecclesiastica ferrea, scatena in lui un’irriducibile anticlericalismo. Tale avversione non rimane sterile polemica, ma si traduce in progetti di società segrete – Partenogenesi e Minerva – e nella formulazione dell’Anteismo (Antéisme). Ispirato al mito di Anteo, il gigante che riprendeva forza toccando la terra madre, Beck propugna una ricerca del Bello e del Vero fondata sul contatto fisico con la natura.

Christian Beck

Appena diciassettenne, in fuga dalla famiglia, scappa a Parigi, dove ritrova i due poeti belgi, Émile Verhaeren e Albert Mockel, che lo introducono nei cenacoli letterari dove è subito ben accolto. Ben presto conosce Anatole France, Lugné-Poe, Saint-Georges de Bouhélier, Alfred Jarry, André Gide… Mockel lo descrive come era all’epoca: «Una fronte larga, delle guance carnose componevano un viso singolarmente arrotondato, e gli occhi grigi che affioravano in testa, dallo sguardo un po’ velato, finivano per dare alla fisionomia di Christian Beck un aspetto lunare». La sua ascesa è fulminea: collabora con il Mercure de France e la Revue Blanche. Nei contesti dei saloni letterari di Rachilde e di Mallarmé si lega a Jarry, tanto che, secondo André Salmon, «Christian Beck era uno dei migliori amici di Alfred Jarry e forse uno di quelli con cui Jarry non ha giocato troppo eccessivamente il ruolo di padre Ubu. Alfred Jarry cercava la troppo rara compagnia di Christian Beck»[3].

Occupa, giusto dopo Jarry, il posto di segretario al Théâtre de l’Œuvre, che aveva annunciato in cartellone la sua pièce (anche se non fu mai rappresentata) La halte dans la foret (La pausa nella foresta), che con il sottotitolo di Narrazione drammatica della futilità discontinua non può non interpellare il patafisico per la citazione che poi Jarry attribuisce come ruolo a Bosse de Nage nel suo Faustroll: «Questo personaggio sarà molto utile nel corso di questo libro, a guisa di pausa negli intervalli troppo lunghi dei discorsi»; gli «Ha ha» jarryani non appaiono forse come futilità discontinue?
Spesso la critica si è soffermata sull’episodio del 2 marzo 1897 alla Taverne du Panthéon: la rissa tra Beck e Jarry che André Gide avrebbe poi romanzato ne I Falsari, trasformando Beck (Lucien Bercail nel romanzo) nel capro espiatorio del livore jarryano. Sebbene Gide descrivesse dei colpi di pistola, altre testimonianze, come quella di Léon Paschal o del misterioso “Troll”, parlano di un altro tipo di diverbio in cui Beck avrebbe persino scagliato dei bicchieri di ghiaccio contro Jarry. Tuttavia, lungi dall’essere un’umiliazione definitiva, questo bisticcio fu la consacrazione di un ruolo che Beck pagò a caro prezzo: Jarry scelse Beck come modello per la Grande Scimmia Bosse de Nage nel suo Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico. Ma contrariamente alle letture superficiali che vedono in Bosse de Nage una ridicolizzazione di Beck, l’esegesi rivela invece che la scimmia idrocefala papio, capace solo di proferire un tautologico «Ha ha», occupa il ruolo principale (dopo Faustroll ma prima di Pamuphle) nel neo-romanzo jarryano. Infatti, il linguaggio di Bosse-de-Nage non è solo uno scherno, ma, come suggerì lo stesso Julien Torma, è la «parola maestra» atta a illuminare l’intelletto. C’è da sottolineare che solo il parlare lento e punteggiato di esitazioni di Beck poteva incarnare la «pausa negli intervalli troppo lunghi del discorso» – «futilità discontinua» e funzione primordiale e fondamentale all’equilibrio dei dialoghi nel libro.

Christian Beck

Inoltre, la tesi di un’inimicizia tra i due crolla davanti a un’evidenza documentaria di portata eccezionale. Nel maggio 1907, sulle pagine della rivista Antée fondata da Beck, apparve un annuncio firmato dallo pseudonimo Crossoptylon che comunicava che Alfred Jarry, pur reduce da una lunga malattia, stava lavorando a un romanzo (La Dragona) e che presto sarebbe uscita una raccolta delle sue cronache per la Revue Blanche dal titolo La Chandelle Verte. Questo dettaglio è sbalorditivo: Jarry avrebbe menzionato ufficialmente il titolo La Chandelle Verte solo in una cartolina inviata a Rachilde. Come poteva Beck, residente allora in Belgio e lontano dai salotti parigini, conoscere il titolo esatto e i progetti editoriali più intimi di Jarry? Ciò non dimostra forse che i due autori rimasero in contatto stretto e privilegiato fino agli ultimi giorni (Jarry muore nel 1907)?

Il rapporto ventennale con André Gide svela inoltre un altro lato della poetica di Beck: l’elogio del bianco e della reticenza. In uno scambio intellettuale tra i due che Pierre Masson definisce «realizzabile solo idealmente», Beck scriveva pagine intere per invitare l’altro a scrivere, costatando infine di «non aver detto nulla». Questa inclinazione mallarmeana al silenzio – «Termino prima di iniziare» – non era vuoto comunicativo, ma l’espressione di un’importanza suprema attribuita al soggetto, tale da rendere superfluo il testo stesso. Beck appariva come l’intellettuale che, citando una frase geniale del Meridionale, sosteneva: «C’è ancora molto da dire; ci ritornerò nel mio prossimo articolo», elevando la sospensione del discorso a forma d’arte.

Un capitolo fondamentale della vita di Beck è costituito dai suoi cinque viaggi in Italia. Egli riservò allo Stivale un affetto atavico, soggiornando a Firenze, Roma, Napoli e Capri. Fu tuttavia a Capracotta, nell’alta valle del Sangro, che Beck trovò l’ispirazione per il suo romanzo Papillon. Journal d’un romantique. Qui, ospite dell’Albergo Cimalte, si immerse in un’atmosfera musicale e rarefatta, traendo dalla figura di Maria Pia Falconi il modello per la sua protagonista. La sua competenza geografica e letteraria lo portò a dirigere per il Mercure de France la collana Le Trésor du Tourisme, dove produsse volumi di raffinata erudizione sull’Italia e la Svizzera, dimostrando come ogni regione fosse stata plasmata dallo sguardo dei grandi scrittori.
Nonostante l’indole errabonda, Beck fu anche un instancabile animatore culturale. Fondò la rivista “Vie Nouvelle” nel 1900, impegnandosi nella difesa della lingua francese in Vallonia, sebbene l’evento si concluse con l’amarezza di un’esclusione personale dal Congresso di Liegi. Nel 1905, diede vita ad “Antée”, rivista che intendeva associare l’etica all’estetica e che divenne un importante organo del post-simbolismo belga che ha ospitato i maggiori scrittori (anche francesi) dell’epoca. Di fatto, “Ante” fu la vera matrice della “Nouvelle Revue Française”.

Christian Beck

Negli ultimi anni della sua vita, la lotta contro la tubercolosi spinse l’autore a trasformarsi in medico autodidatta. Elaborò la teoria dell’aerostaterapia, una cura che prevedeva ascese in mongolfiera sopra i 2000 metri per sottrarre i pazienti ai microbi e alle polveri della nebbia cittadina. La sua comunicazione all’Accademia delle Scienze di Parigi nel 1907 ebbe un’eco internazionale, venendo ripresa persino dal New York Herald. Morì a Mentone il 29 febbraio 1916, poco dopo aver sposato Kathleen Spiers e aver visto nascere la figlia Béatrix.

Christian Beck non è stato un minore della letteratura, ma un testimone oculare dell’invisibile. Quella di Beck è l’ombra di chi sa che «c’è ancora molto da dire», ma sceglie di abitare la sospensione invece di svendersi alla volgarizzazione. La sua è stata un’esistenza letteraria priva di posture o scandali, improntata a una discrezione che oggi facciamo fatica persino a immaginare. Attraverso il lavoro della figlia Béatrix, la sua eredità giunge a noi come una «discontinuità» necessaria: la bussola per chiunque voglia riscoprire quelle figure che hanno preferito il sussurro della pagina al fragore della scena.



[1] Soprannome con il quale Paul Verlaine chiamava Arthur Rimbaud.
[2] Christian Beck, La Sensitive, in “Vie Nouvelle”, n. 1, mars 1900, Bruxelles.
[3] André Salmon, Souvenirs sans fin, Paris, Gallimard, 1955-56, la traduzione è mia.


In copertina: Capracotta, foto d’epoca

categorie
menu