08.10.2025

Welcome Home. Una conversazione con Clarrie Pope

Un fumetto alla ricerca di un ‘modo di vivere’ tra desideri personali e aspirazioni collettive

Dopo una prima edizione inglese pubblicata da Minor Compositions (Autonomedia) nel 2022, a inizio 2025 è entrato nel catalogo di Momo Edizioni Welcome Home, primo fumetto pubblicato in Italia delle sorelle Blanche e Clarrie Pope. Frutto di anni di lavoro, Welcome Home vede protagonista un gruppo di giovani che occupa abusivamente un appartamento in un palazzo di case popolari a Londra, ‘La Torre’: questa dovrà presto essere demolita per fare spazio a un progetto di riqualificazione del quartiere, un processo che implica la rilocazione degli attuali abitanti e al quale i membri del gruppo si oppongono con forza. Parallelamente seguiamo Rain, una delle protagoniste, impiegata in un centro anziani e costretta ad affrontare tutte le contraddizioni e le precarietà connesse al lavoro di cura. Ma vero centro del fumetto sono le relazioni che nascono all’interno della Torre, rese più intense e complicate dalla cornice politica dell’occupazione.
Welcome Home trae ispirazione dalle esperienze personali delle due autrici, che hanno lavorato insieme alla sceneggiatura, mentre è stata Clarrie ad occuparsi del disegno. Il risultato è un racconto denso e ironico di cosa vuol dire cercare un ‘modo di vivere’ che possa conciliare desideri personali e collettivi, delle difficoltà a combinare lotta politica, lavoro e vita privata, delle scoperte e delle sconfitte che possono risultare da questo confronto.
Ne abbiamo parlato con una delle autrici, Clarrie Pope, che da diversi anni vive e lavora a Bologna.

welcome home

Buongiorno Clarrie e grazie per questa intervista. Per prima cosa ti chiederei di raccontarci come sei arrivata a realizzare Welcome Home.
Quando sono stata a Roma ho firmato un fumetto autoprodotto di critica alla sinistra radicale londinese. Un lavoro che, dal punto di vista del disegno, non era molto pulito: volevo farlo in bianco e nero, perché era più economico da riprodurre, ma la verità è che non lo sapevo usare. Ho venduto questa zine al costo di produzione, ho offeso un sacco di persone e poi, quando sono arrivata a Bologna, mi sono detta che volevo prendere la cosa sul serio e che volevo raccontare una storia che fosse sì su questioni politiche, ma scritta con più affetto e tenerezza. Ho frequentato un corso a Bologna con Andrea Borgioli: lui disegna per Bonelli e mi ha insegnato come usare la china, il pennello e il bianco-nero. Da lì ho trovato lo stile che ho usato in Welcome Home. E non mi sono più guardata indietro, forse anche troppo: il bianco e nero può essere molto efficace, bello – ed è anche economico, soprattutto per un lavoro lungo – ma a volte penso che dovrei abbracciare il colore, mi sembra che vada più di moda.

Welcome home è un fumetto che parte da alcune esperienze personali tue e di tua sorella, relative in particolare a occupazioni abitative e al lavoro di cura con anziani, materiale che è poi confluito in questa storia di fiction. Come nasce la scelta di raccontare queste esperienze?
Credo che troppo spesso si leggano racconti su lotte sociali in cui vincono tutti in un bel lieto fine. Una narrazione finta, in molti casi. Volevamo parlare della difficoltà o anche dell’impossibilità di questa vittoria, ma anche della bellezza e dell’importanza del processo. Ci interessavano le fatiche personali che si incontrano quando si porta avanti una lotta sociale in un momento in cui fuori non c’è un movimento di massa. Questo significa che la pesantezza degli eventi, le responsabilità, anche le sconfitte magari, cadono sulle spalle di poche persone. A quel punto non sorprende che queste litighino tra loro, che si generino tensioni, e in breve tempo la cosa diventa personale. Dall’altra parte, come diciamo nel fumetto, fare tutto insieme può anche essere strepitoso. Volevamo raccontare questa dinamica invece che parlare di grandi teorie, o di come si fa una rivoluzione: ci interessava la realtà di provare a lottare in questo momento, oggi, e anche il lato umano di questa lotta. Lo stesso vale per il lavoro di cura: mia sorella ha lavorato in varie case di riposo e volevamo provare a condividere questa esperienza, raccontare i problemi principali di quel tipo di lavoro, ma anche le relazioni che si hanno con gli anziani, le storie e i mondi che si scoprono.

In effetti, avete dato ampio spazio a tutte le contraddizioni del caso. Questo vi ha permesso di approfondire il lato umano di quelle realtà, al di là di aspetti politici che sono sì centrali, ma che emergono senza bisogno di spiegazioni o manifesti, e senza la necessità di doversi attenere a fatti specifici. Si tratta di una scelta molto riuscita, che ha anche permesso di gestire il tutto con una certa ironia. Come mai però, anche partendo da esperienze personali, avete scelto di realizzare una storia di fiction?
Non credo sia una questione di maggiore creatività: si può essere molto creativi anche scrivendo di sé stessi. Credo però che nella fiction ci sia maggiore libertà. Innanzitutto, se raccontiamo persone reali così come facciamo in Welcome Home, quelle non ci parlano più (ride). Era importante per noi riuscire a entrare nell’intimità di queste persone e non volevamo trovarci a dover gestire dei limiti in tal senso. Senza contare che in questi anni, soprattutto nel mondo anglofono, sembra che tutti debbano scrivere di sé stessi: vanno molto di moda l’autofiction, l’autobiografia…credo sia una tendenza che è alimentata dai social. E ovviamente ci sono tanti fumetti bellissimi di questo genere, Persepolis di Marjane Satrapi è magistrale, e ovviamente Alison Bechdel, come anche – per fare un esempio più recente – Ma siamo ancora qui a parlarne? di Cleo Bissong, che mi è piaciuto moltissimo. Credo che ci voglia tanto coraggio per scrivere in un modo così intimo e onesto della propria vita. Ma a mio avviso in alcuni casi la finzione può essere più vicina e più fedele alla realtà, magari si riesce a raccontare la storia da più punti di vista con maggiore facilità e questo permette di parlare di una verità più generale, invece che di una verità specifica. L’importante non è più la fedeltà ai fatti, ma quello che racconti e come lo racconti. Ci ha permesso di raccontare quel ‘modo di vivere’ e di lottare, quella maniera di stare insieme. Per esempio, in Welcome Home a un certo punto nasce un triangolo amoroso, una situazione in cui abbiamo un’emotività che ha a che fare con la politica e una politica in cui entra l’emotività. Il contesto politico complica le relazioni, perché ci sono idee che sono molto valide nella teoria, ma poi nella pratica non è così immediato farle funzionare. Mi interessava riuscire a creare empatia con questo tipo di sofferenza.

welcome home

D’altra parte, la politica è molto presente. Diciamo che, se non è la protagonista, è comunque l’ambiente in cui si muovono i personaggi, l’aria che respirano. I temi della gentrificazione, della crisi abitativa, del diritto alla casa e alla città sono molto forti. Come autrice che ha attraversato i movimenti per il diritto alla casa, come vedi la situazione contemporanea? E avendo vissuto sia a Londra che a Bologna, vedi delle somiglianze e delle differenze rispetto a certi modelli di sviluppo urbano?
A Londra è tutto molto più veloce. Anche a Bologna ci sono fenomeni di gentrificazione, processi violenti e brutali in tutti i casi, ma a Londra nel giro di poco tempo si perdono intere comunità. Ci sono complessi di case popolari dove vivono migliaia di persone che vengono rasi al suolo e ciò che viene edificato al loro posto non è fatto per quelle persone, ma per altri. L’aspetto positivo di Londra, che spero emerga anche nel fumetto, è che la lotta politica su queste questioni è fluida, variabile, non c’è l’dea di un ‘movimento’ (o meglio, quel poco che rimane di un movimento) come può essere in Italia: voglio dire, a Londra è molto più frammentato, un aspetto che può essere senz’altro negativo, ma significa anche che si verificano eventi inaspettati, sviluppi imprevedibili, perché ci si rapporta con persone diverse che hanno interessi diversi. Questo secondo me genera situazioni interessanti, perché impedisce di restare chiusi dentro un gruppo già formato. Poi Londra è una città ricca di storie. Non voglio romanticizzarla, ma quando torno a Londra vedo, insieme alla gentrificazione, tutte queste persone che hanno esperienze diverse di lotta e spesso anche in diverse parti del mondo. Quando abbiamo fatto squatting a Londra è stato prezioso il rapporto che si è instaurato con i vicini. È una dinamica che si fatica a vivere se affitti una casa: quando sei in un’occupazione magari ti odiano, ma almeno ti vedono. E poi c’è un lavoro dietro: quando entri in uno squat, se non sei stupido vai a parlare con tutti i vicini, perché così li conosci, magari non chiamano la polizia e si finisce per creare un rapporto. Welcome Home, in effetti, racconta di un gruppo ristretto di squatter che occupano per motivi politici e si rendono conto che hanno bisogno di quello che c’è fuori, anche perché sono un gruppo piuttosto piccolo. Anzi, man mano realizzano che quello che succede davvero, rispetto alla loro lotta politica, è fuori dal loro gruppo. Il rischio, che può accadere a Bologna come a Londra, è che si sviluppino piccoli movimenti strutturati che faticano a vedere cosa c’è all’esterno della loro realtà.

C’è un altro aspetto che emerge dal fumetto in cui ho riconosciuto anche delle città italiane, come Bologna o Milano: gli spazi sociali sono sempre meno, abitativi o di altro genere. Questo ha effetto anche sulle esperienze che da quegli spazi traggono linfa vitale. Penso all’underground, ai festival di autoproduzioni, laboratori, collettivi artistici. Avere meno spazio per un certo modo di vivere significa anche avere meno occasioni e meno parole per raccontarlo. Che significa avere meno strumenti per immaginarlo.
È un vuoto che a Londra si è già fatto sentire, ma che adesso ha decisamente raggiunto anche l’Italia. Questo significa che anche a livello di narrazioni e riflessioni, nel Regno Unito abbiamo avuto più tempo per metterci in relazione con queste dinamiche. In questo senso scrivere un fumetto può aprire degli spiragli di riflessione sulla mancanza di spazi sociali: queste idee sul raccontare la sconfitta non le abbiamo avute da sole, ma le abbiamo sviluppate parlando con persone che hanno fatto le stesse cose e si sentivano come noi. Forse in Italia ci sono state meno riflessioni collettive su questi aspetti, ma perché sono processi più recenti. Io spero, senza presunzione, che questo fumetto susciti delle considerazioni, anche con l’idea che c’è sì una sconfitta, ma che bisogna ricominciare sempre.

Parlando del disegno, ci sono tavole in cui utilizzi uno stile completamente diverso, quelle che raccontano il progetto previsto per la riqualificazione del quartiere. Ci spieghi questo cambio di registro?
Sapevo fin da subito che per quelle pagine volevo utilizzare un altro stile. Ho usato una linea molto fine, a penna, in modo che si creasse un forte contrasto con le chine. Così, quando si aprono quelle pagine, si ha l’impressione di una pausa pubblicitaria che interrompe la storia, come in televisione. Doveva essere fastidiosa. Questo anche perché non c’è un racconto nella pubblicità, è puro nonsense. Magari fa ridere perché prende in giro qualcosa di familiare, ma allo stesso tempo comunica il senso di una minaccia che man mano si avvicina. E il tratto pulito doveva dare l’idea di qualcosa di più sterile: i personaggi sono diversi da quelli del fumetto, non hanno il naso, sono impersonali, forse anche un po’ inquietanti. Volevo rifarmi ai rendering architettonici, quelle immagini in cui si vedono delle persone finte che frequentano lo spazio. Sono ripetizioni, copie, la stessa persona compare in più punti, dando l’idea di soggetti fuori contesto.

welcome home

Anche il linguaggio è diverso. Ed è interessante che anche nella traduzione italiana hai lasciato tante parole inglesi in questi passaggi, come governance, comfort, dynamic, eco-sustainable, brand
Sì, ci sembrava la scelta migliore, l’ho tradotto insieme a un amico. È un linguaggio che si trova dappertutto anche in Italia, l’ho incontrato anche qui a Bologna. Anzi, ti dirò, anche nella versione inglese c’è una frase che ho letto qui a Bologna. Sono tutte parole prese direttamente dalle pubblicità reali, ricombinate per dare un maggiore senso di ridicolo. In Italia l’inglese è usato per darsi un tono, per suonare cool con un’accozzaglia di parole vuote, ma ti assicuro che si tratta di termini che non hanno senso nemmeno in inglese. Non corrispondono a ciò che davvero si vuole dire, significano qualcosa di completamente diverso perché sono fuori contesto. E la mancanza di contesto è un fattore chiave, perché viene distrutto, sostituito. Un luogo vero, pieno di vita, viene cancellato per fare spazio a un nonluogo senza anima. Voglio dire, quello che succede dal punto di vista urbanistico, succede anche nel linguaggio e in questo bisogna dire che sono onesti: come svuotano gli spazi, così svuotano le parole, come costruiscono palazzi fuori contesto, così re-inventano modi di esprimersi completamente slegati dalla realtà. Poi, io dico che non hanno senso, ma un senso ovviamente c’è, ed è il profitto: da questi processi ci sono sempre persone che ci guadagnano. Ma non sono mai quelle che in quel territorio ci vivevano.

Per concludere, vorrei parlare dell’impaginazione e del layout. Utilizzi le vignette, la loro forma e disposizione in maniere diverse, riuscendo a esprimere la caoticità dell’esperienza che stai raccontando. La vita dei personaggi passa anche da lì, con una risonanza molto efficace (e anche divertente) tra pagina di fumetto e architettura, quella della “Torre”. Come hai lavorato all’impaginazione? E che rapporto vedi tra architettura e fumetto?
Ho provato a usare registri diversi, ci sono sogni o momenti di pausa narrativa che sono più fluidi e distribuiti su splash-pages, mentre in altri passaggi ho cercato di mantenere una struttura più rigida e ripetitiva, come quando la protagonista va al lavoro, per mostrare che lì il tempo cambia, è più scandito, rigido. Poi, diciamo che una delle idee da cui ha preso le mosse Welcome Home è nata perché ho guardato fuori di una finestra, ho visto un palazzo con le luci degli appartamenti accese e mi sono detta che sembrava un fumetto: vedi le persone nelle varie stanze, in vignette disposte su uno spazio. Spesso si dice che il fumetto è simile al cinema, ed è vero, ci sono molti aspetti in comune, ma nel fumetto si può sia leggere le vignette una di seguito all’altra, sia guardarle tutte insieme in un colpo d’occhio. Allora se nel cinema c’è solo il tempo a separare due scene, nel fumetto c’è anche lo spazio: è una relazione visibile e mi piaceva l’idea di giocare con questa possibilità. Ad esempio, all’inizio, quando i protagonisti entrano nell’appartamento, volevo dare l’impressione che stessero proprio entrando nel fumetto: aprono la vignetta, entra la luce e inizia la storia. E rispetto al discorso sui vicini, il fumetto mi ha permesso di farli vedere sulla stessa pagina, magari in un appartamento si lamentano della musica al piano/vignetta di sopra: sia lo spazio che il tempo mettono in relazione le vignette. E questa è l’architettura del fumetto.

categorie
menu