01.10.2025

Tra caos e armonia. Paul Thomas Anderson racconta Una battaglia dopo l’altra

Una conversazione con il regista americano in occasione dell’uscita in sala del suo ultimo film

«Ti dirò cos’è la libertà. È l’assenza di paura. Ecco cos’è». È con una frase di Nina Simone che Sensei Sergio, l’istruttore di karatè che sullo schermo ha il volto di Benicio Del Toro, incoraggia Bob Ferguson, interpretato da Leonardo di Caprio. Una battuta che non era prevista nella sceneggiatura originale di Una Battaglia dopo l’altra, ma che il regista Paul Thomas Anderson ha inserito durante le riprese, seguendo un’intuizione che gli risuonava nella testa. Una frase che, confessa, è diventata anche una filosofia di vita e di lavoro. Perché nella testa del regista di Boogie Nights, Magnolia e Licorice Pizza le idee restano sospese, ma non vengono mai dimenticate. Una delle aspirazioni di PTA (così come lo chiamano a Hollywood) era l’adattamento cinematografico di Vineland, libro di Thomas Pynchon che esplora il confronto tra gli ideali degli anni ’60 e la realtà degli anni ’80. Un testo difficile da adattare e dal quale il regista statunitense ha finito per prendere le parti che più lo avevano colpito e le ha intrecciate con la terza idea che gli frullava per la testa: quella di una rivoluzionaria. «Per vent’anni ho tirato tutti questi fili diversi e, in un certo senso, nessuno di essi mi ha mai abbandonato».

Una battaglia dopo l’altra – uscito nelle sale italiane il 24 settembre – è un thriller irrequieto di quasi tre ore, con sequenze d’azione che mischiano la concretezza spettacolare del nuovo cinema d’azione alla John Wick alle atmosfere da western moderno. Anche se qui nessuno è un eroe perfetto: Leonardo Di Caprio interpreta un protagonista goffo, un padre spesso maldestro che richiama la fisicità comica di Buster Keaton e Charlie Chaplin, intrecciata a un sarcasmo che riporta alla mente il suo Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street e per il quale l’attore ha mescolato anche altri personaggi del grande schermo: dal Drugo de Il Grande Lebowski, rivisitato in chiave moderna, fino all’Al Pacino di Quel pomeriggio di un giorno da cani.  
Il film vanta un cast corale che, oltre a Di Caprio e Del Toro, comprende Sean Penn, Regina Hall, Teyana Taylor e la giovane Chase Infiniti nel ruolo di Willa, figlia di Bob Ferguson. Una battaglia dopo l’altra è anche il primo lungometraggio contemporaneo di Anderson dopo molti anni, cosa che gli ha concesso una nuova autonomia creativa. «È stato liberatorio poter girare quello che volevamo, quando volevamo, senza dover aspettare auto d’epoca o altri dettagli di periodi storici. Abbiamo viaggiato in molte comunità, da El Paso, Texas, a Eureka, California, e quei luoghi hanno nutrito la storia. I ragazzi del ballo scolastico del film sono davvero gli studenti di quella scuola: abbiamo registrato ogni canzone che suonavano, annotato tutto quello che indossavano e poi li abbiamo riportati sul set per filmare il loro vero ballo. È stato un modo di lavorare incredibilmente autentico, perfetto per una storia ambientata ai giorni nostri».
Ne abbiamo parlato con il regista.

Paul Thomas Anderson

Ha lavorato a questo film per diversi anni. Quando ha sentito di avere finalmente la visione giusta del progetto?
In realtà non l’ho mai sentita davvero. Avevamo più materiale da cui partire che meno, questo sì. Proprio durante un’intervista scherzavamo sul fatto che forse ci stavo rimuginando da vent’anni, ma poi Benicio del Toro è arrivato per girare la sua sequenza e in una sera, a cena, abbiamo scritto la parte migliore del film. Quindi è sempre un processo in evoluzione. Abbiamo il nostro presupposto, i punti chiave della storia, i personaggi, ma deve esserci spazio per la scoperta, entro certi limiti. Non puoi semplicemente uscire e sperare che qualcosa salti fuori, avevamo abbastanza fondamenta ed elementi emotivi da poter “andare al tavolo da gioco” e cominciare a scommettere.

Che legami e ispirazioni ha il film con la politica contemporanea?
Non credo che Una battaglia dopo l’altra vada letto come un commento diretto sull’attualità politica. La storia che raccontiamo potrebbe svolgersi vent’anni fa, nel Medioevo o perfino nello spazio: parla di dinamiche umane che si ripetono sempre, dal fascismo alla polarizzazione, e non di un fatto specifico di oggi. Certo, nel film ci sono echi di estremismi, repressione e istituzioni che non funzionano, ma per me la politica è più un gesto che un manifesto. Non voglio che il film predichi: al centro restano le relazioni, le emozioni, il modo in cui le persone si feriscono o si amano, che è ciò che davvero continua a ripetersi nella storia.

Paul Thomas Anderson

Come ha gestito l’equilibrio tra i grandi momenti d’azione e quelli più intimi e legati ai personaggi?
In realtà sono un po’ la stessa cosa. Abbiamo iniziato in una piccola baita nel bosco con Leo Di Caprio e Chase Infiniti, una location così ridotta che potevamo starci comodamente solo in quattro. Abbiamo girato per primo il cuore della storia, ed è stato un modo magico per conoscere davvero i due protagonisti, quelli per cui il pubblico farà il tifo. Poi, nel pomeriggio, ci spostavamo a girare alcune scene con la polizia che li inseguiva, mentre il sole calava. Da lì abbiamo continuato ad accumulare slancio. Siamo stati guidati dal nostro incredibile produttore e aiuto regista, Adam Somner, che ha un’enorme esperienza in grandi produzioni d’azione, da Black Hawk Down a Il gladiatore. Sa esattamente come muovere tutti i pezzi. Dove io potevo essere inesperto, lui era estremamente esperto e sapeva come organizzare tutto. E alla fine, per quanto grande sia il film, ti guardi intorno e restiamo sempre noi, quindici o venti persone che fanno film grandi o piccoli: c’è una macchina da presa, un fonico, degli attori, e tutto si riduce a questo.

Qual è la sua preferenza personale?
Quando giri una scena a un tavolo da cucina, puoi andartene sentendo di aver fatto un ottimo lavoro, soddisfatto o meno ma con una sensazione precisa. Quando sei su una strada a filmare auto che corrono, non è altrettanto gratificante sul momento: sono pezzi che, si spera, in sala di montaggio diventeranno emozionanti per lo spettatore. Ho imparato che girare queste scene è molto più noioso di quanto sembri sullo schermo, non dà la stessa soddisfazione intensa che si prova lavorando corpo a corpo con gli attori: quella è la cosa più divertente e appagante. A volte girare queste scene è come costruire un LEGO®. Hai dei pezzi e devi solo metterli insieme. E devi anche affidarti ai coordinatori degli stunt e ad Adam, il produttore/aiuto regista: devi fidarti che mantengano tutti al sicuro e facciano un buon lavoro. Tu, in un certo senso, devi fare un passo indietro, sederti e lasciarli lavorare.

Il film ha un cast incredibile, da Leonardo Di Caprio a Benicio Del Toro e Sean Penn, e tra le prove attoriali colpisce anche quella di Teyana Taylor. Com’è stato lavorare con lei?
Voglio dire qualcosa sulla sua preparazione: è bravissima perché sa riconoscere quando un imprevisto è in realtà un regalo, e bisogna ascoltarlo. Una piccola cosa, per esempio: stavamo girando dei camera-test e lei è arrivata con un’unghia rotta coperta da un cerotto, e abbiamo girato così. Ce ne siamo innamorati. Abbiamo capito che non era un difetto, ma un dono. Anche le ciglia finte erano un po’ scompigliate, e abbiamo pensato «sono perfette così». Se arrivi sul set chiuso, senza ascoltare, senza ricevere, perdi queste opportunità. Devi avere un piano, ma devi anche essere pronto a cogliere quello che arriva. Con Teyana l’ho capito subito: ragionava così, ed è stata la chiave del nostro lavoro insieme.

Paul Thomas Anderson
Teyana Taylor e Sean Penn nella pellicola

A colpire in questa pellicola è anche la scelta dei luoghi, che raccontano visivamente gli spazi americani. In particolare, ho trovato spettacolare la scena dell’inseguimento: come avete scelto l’ambientazione?
Sapevamo che i nostri eroi sarebbero stati in viaggio nel deserto: era lì che il loro percorso doveva culminare. Dopo anni di sopralluoghi, poco prima di iniziare le riprese siamo arrivati a circa un’ora a est di Borrego Springs, vicino al confine con l’Arizona, e stavamo guidando su quella che abbiamo iniziato a chiamare “il fiume di colline”. Tutti in macchina abbiamo sentito la stessa emozione: dopo anni di ricerche, quella strada sembrava un regalo degli dèi del cinema.

Una strada che diventa un luogo-chiave per l’intero film.
Senza svelare troppo, quella location ha creato l’elemento più importante per la storia: l’opportunità per Willa di prendere il controllo della propria vicenda e ribaltare le carte in tavola. Certo, è emozionante vedere le auto sfrecciare tra quelle colline, ma la parte migliore è che lei può finalmente “fare le domande” e guidare la situazione. È questo, credo, che rende la scena così potente.

Paul Thomas Anderson

In che modo approccia l’uso e la scelta della musica nei suoi film?
Lavoro con Jonny Greenwood da molti anni: è un collaboratore costante, coinvolto sin dall’inizio. Ha avuto la sceneggiatura a lungo e ha iniziato a scrivere musica prestissimo. La cosa importante è far ascoltare quella musica a tutti. Sean Penn parlava di musica mentre guardavamo i giornalieri, e potevamo già abbinare i brani che Jonny stava componendo alle immagini. Così tutti iniziavano a percepire il tono, a “sentire” fisicamente quella musica. Guardare un’ora di riprese di auto sulle colline potrebbe essere noioso, ma se c’è qualcosa di propulsivo dietro cambia tutto. Ricordo che una mattina ho sentito Dirty Work degli Steely Dan mentre andavo al lavoro, e sono arrivato dicendo «Credo di aver trovato la canzone tema».

Leonardo Di Caprio ha detto che la ascoltava anche cinquanta volte al giorno…
È un piccolo pezzo d’arte che ti accompagna mentre costruisci qualcosa a frammenti. La musica è sempre un appiglio: tutti possiamo capirla, sentirne il ritmo, la melodia. È parte integrante di ogni film, ma qui lo era in modo particolare. Jonny è sempre un passo avanti: risponde ai giornalieri, alla sceneggiatura, a tutto. Giù a El Paso avevamo quel lungo pezzo di piano: guardavamo le riprese e lo suonavamo insieme. Era come avere un’anteprima del percorso, della tensione da sostenere. Un lusso enorme, reso possibile dal fatto che Jonny lavora così, sempre un passo davanti a noi.

Nel film ci sono anche elementi umoristici. Che regola segue per questo aspetto?
Quando sei sul set e collabori con gli attori, se loro cercano di essere divertenti, non lo saranno. In genere, l’umorismo può nascere dalla sincerità o dalla dedizione per qualcosa. Bob Ferguson è molto divertente in questo film proprio nella sua ricerca assoluta e folle. È un po’ sfortunato, quindi c’è dell’umorismo che nasce proprio da questo aspetto. C’è una certa dose di umorismo anche nel Lockjaw di Sean Penn, proprio nel modo in cui è perverso, nel modo in cui è confuso, nella sua ricerca di diventare membro del Christmas Adventurers Club.

E lei, in cosa trova dell’umorismo nella vita di tutti i giorni?
Trovo dell’umorismo nell’assurdità della natura umana.




In copertina: One Battle After Another, frame

categorie
menu