In bilico tra terra e cielo, tra la sporcizia del suolo battuto dagli scarponi e il misticismo della trance generata dalla sinergia di chimica ed elettronica, il rave è un rito collettivo apotropaico, una forma di preghiera laica e una manifestazione di dionisismo nell’era della riproducibilità tecnica e della manipolazione biochimica dell’organismo umano.
La prima scena di Sirāt, il nuovo film del regista e sceneggiatore spagnolo Óliver Laxe, è un’eccellente rappresentazione della complessa dinamica tra collettivismo anarchico do it yourself e tensione verso un altrove postumano – estatico, iniziatico e vagamente macabro – che caratterizza i free party e lo spirito dei suoi partecipanti. Le mani infangate dei raver compongono un muro di casse che viene inquadrato poco dopo in mezzo al deserto, nero, circonfuso di un’aura totemica e vagamente aliena che mi ha ricordato il monolito di 2001: Odissea nello spazio. Il generatore a cui si collegano i connettori ad alta tensione è il tabernacolo che contiene l’ostia, la fonte della transustanziazione, l’energia elettrica che unirà i moderni coribanti nella comunione della danza e nello sfondamento della percezione ordinaria propiziato dalle molecole psicoattive. I videomapping scolpiscono immagini di ascensione nella solennità ieratico-anacoretica del deserto, e i danzatori sono rappresentati nella frenesia fusionale della festa con ricchezza di dettagli. La complessa trasfigurazione consumata in questa TAZ (Temporary Autonome Zone, come le chiamava Hakim Bey, uno dei riferimenti teorici principali dell’estetica rave) allestita nel deserto del Marocco, dove si tengono e si sono tenuti teknival, è messa in primo piano con partecipe e ammirato realismo. È questo un merito evidente della pellicola: restituire la dignità, e anche la profonda serietà, che appartiene a questo genere di eventi, soprattutto in un momento politico di diffuso ritorno all’ordine e di (soprattutto in Italia) sistematica demonizzazione delle feste libere nonché, viene il sospetto, della festa in generale come atto di rigenerazione sociale e di spiritualità difforme.

Il carattere marginale, radicalmente antisistemico, di questi momenti di aggregazione è sottolineato da Laxe nella cornice narrativa che descrive un mondo su cui si è abbattuta una guerra globale, guerra che rimane sullo sfondo, nominata e non esibita. I ravers – caratterizzati con grande efficacia dal regista che si è avvalso di un cast composto in gran parte da attori non professionisti – abitano la loro realtà parallela, una enclave di comunità danzanti, fuori e contro la violenza globale. Credo faccia bene Laxe a non mostrare la tanto paventata terza guerra mondiale, sia perché è una possibilità più reale di qualsiasi fiction, sia perché i mostri più terrificanti sono quelli che rimangono confinati nell’immaginazione.
Il valore del film è d’altronde tutto nella sua capacità di trascendere la semplice immagine referenziale per caricarla di valori simbolici e metafisici, così già in Mimosas (2016) e O que Arde (2019), dove paesaggi, eventi e personaggi assumevano l’opacità e lo spessore caratteristici del simbolico, di un significato che si sottrae e che rimanda più in là, verso strati di senso più alti, o più profondi. Questa peculiarità registica in Sirāt diventa quasi iperbolica e ripensando al film dopo un paio di settimane mi accorgo che le sue immagini, in particolare le sue ambientazioni, sono rimaste nella mia memoria come una raccolta di emblemi, visioni,o forse archetipi: la Festa, il Viaggio, la Montagna, il Deserto, il Campo Minato, i Profughi. Tutto è pervaso di assolutezza, tutto sembra riferito a una dimensione ulteriore, tutto infine è attraversato dalla tensione dell’evento terminale, definitivo, irripetibile.
Il tema della morte è insistente, vorrei dire martellante, in questo film. L’alterazione della coscienza tipica del dionisismo rave è qui mostrata nella sua veste più oscura: diventare altro, diluire la propria identità nella mente (e nel corpo) alveare, è una forma di pensiero della morte. Tra gli aspetti meno propagandati della recente rivalutazione dell’esperienza psichedelica c’è in effetti questa dimensione funebre: come erede di arcaici misteri, l’alterazione generata da questo tipo di sostanze sembra avere un legame strettissimo con la riflessione sul “trapasso”. Se le decantate funzione terapeutiche degli psichedelici contro depressione e altri mali tipici della nostra epoca, oltre a restare ancora in buona parte congetturali, somigliano spesso a forme di integrazione funzionale a un contesto patogeno – o se il “rinascimento psichedelico” ha l’aria a tratti di un mercato della trascendenza – l’ambito applicativo più genuino, e già abbondantemente attraversato dalle ricerche scientifiche e psiconautiche degli anni Cinquanta e Sessanta, è proprio quello relativo alla capacità di queste molecole di metterci in relazione con la nostra fine, una relazione sistematicamente elusa dal clima spirituale del tardo capitalismo e dalle sue ossessive promesse di eterno godimento ed eterna giovinezza.
Ora, questo tema “oscuro” legato all’espansione della coscienza è accompagnato in Sirāt a quello del rave con ottime ragioni: non soltanto perché il rave è un contesto in cui la dissociazione, la frequentazione di spazi mentali altri e liminari, sono ingredienti strutturali; ma la radicalità stessa di questo genere di eventi, i rischi che corre chi vi partecipa, l’energia che scatenano, possono assumere facilmente le sembianze di un corteggiamento della morte. Ballare come se non ci fosse domani non è soltanto un’espressione figurata ma una condizione dello spirito, una chiave fondamentale per comprendere l’etica tekno-hardcore.

Laxe preme su questo tasto con un’insistenza che da un lato costituisce l’interesse del film, dall’altro – mi sembra – ne indica i limiti. Nelle interviste e nelle dichiarazioni pubbliche il regista ribadisce volentieri i suoi memento mori, e il carattere minaccioso di questo sguardo raggiunge in Sirāt un voltaggio che in certi momenti rasenta il grottesco. [SPOILER] Devo ammettere che al terzo raver saltato per aria, non sono riuscito a trattenere un sussulto di riso: forse una reazione difensiva a quelle esecuzioni sommarie che più che al caso o al destino sembravano attribuibili a una divinità maligna e vagamente sadica. Il demoniaco come forma di ascesi, il negativo come rivelazione, la bataillana “parte maledetta” sembrano infestare la creatività di questo regista che nonostante dichiari di aderire al sufismo mi sembra (ma confesso di sapere poco o nulla del sufismo), molto legato a un immaginario occidentale e cattolico. Tanto accanimento mortuario, al netto del significato metafisico e del fatto che il film vada interpretato come una specie di allegoria, mi sembra improntato a un moralismo e a un’intransigenza che fatico a digerire.
Per ricucire con il pensiero, sempre più difficile da pensare e da sostenere, che siamo creature effimere e che dobbiamo morire, per risvegliare questa coscienza sopita è davvero necessario passare attraverso il calvario che il dio-regista impone ai suoi personaggi? E perché proprio a loro, se sono forse tra i pochi, nella loro marginalità esistenziale, nell’alterità dei loro stili di vita, a rifiutare il sorridente nichilismo della civiltà dei consumi? Sirāt è nella tradizione islamica un ponte, una specie di passerella tesa sull’abisso o sulle fiamme dell’inferno, a seconda delle rappresentazioni, un passaggio che l’anima deve attraversare per raggiungere Allah. Uno dei sopravvissuti, nel film di Laxe, cammina dritto sul campo minato senza saltare in aria perché è disperato: la morte lo ha privato di tutto ciò a cui teneva, è libero: perciò si salva. Al contrario, l’uomo che lo segue, pur facendo lo stesso percorso, esplode. Non era abbastanza disperato per ottenere la grazia.
Ecco insomma l’austerità, la solennità spirituale del film che si tinge di sadismo escatologico: dobbiamo rinunciare a tutto; dobbiamo rinnegare la vita. Non c’è amore, affetto, passione, visione politica che valgano di fronte alla commare secca. Non c’è modo di fare i conti con la fine biologica senza rinunciare al mondo, senza abbracciarne la dissoluzione (guerra mondiale compresa). Non esiste solidarietà, futuro possibile, neppure nei rave, dove al confronto col negativo e alle pulsioni di morte si accompagnano sempre elementi utili a immaginare forme di convivenza, modi di socialità spontanea, pratiche vitali e non distruttive. Sirāt pare invece decretare che no: non esiste umanità degna di sopravvivere alla rivelazione divina. La catastrofe è l’unica cosa che meritiamo: il risveglio attraverso il trauma; la verità sotto forma di shock.
Questo il messaggio che il film-sermone di Laxe sembra consegnarci, smuovendo non solo il rimosso della morte ma anche quello di una vecchia religiosità cupa e penitenziale di cui credo potremmo, e dovremmo, fare a meno. Il ritorno a questo tipo di inclinazioni religiose, nelle vesti e nel cuore della modernità occidentale, mi sembra anzi piuttosto inquietante. I sentori dell’apocalisse sono intorno a noi, inutile fingere che non sia così, ma qual è il modo giusto di affrontarli? Ricordo una frase che mi disse Goffredo Fofi anni fa: esistono due tipi di apocalittici, quelli che ci soffrono, e quelli che ci godono. Ho il sospetto che Laxe faccia parte dei secondi.