15.07.2025

Goffredo Fofi, l’eresia nel cuore

Pochi giorni fa ho perso un padre, dopo aver già perso il mio, uno di quei padri che ti scegli e che ti sceglie, che devi assolutamente incontrare ogni tanto a rinnovare la bellezza che il destino ti ha riservato. Goffredo Fofi è apparso nel 1997 nella mia vita sulla porta dell’ufficio di via della Farnesina, 13, la prima sede di minimum fax. Senza nessun appuntamento, entrò, e dopo pochi preamboli mi disse: «Dovete fare la mia rivista». Sembrava spinto da un vento forte.
Da allora il rumore della sua macchina da scrivere ha accompagnato le nostre giornate e i nove numeri del trimestrale Lo straniero fino al duemila. Poi la sua presenza costante fino all’ultimo di una serie di incontri e di pranzi, il 28 maggio scorso, alla fine del quale mi ha salutato con un «va’ incontro al tuo destino», come se avesse intuito che quella poteva essere l’ultima occasione.

Le apparizioni di Goffredo, spesso improvvise, annunciate pochi minuti prima con uno «sto arrivando» o un «passo da voi», le sento tuttora come boccate di ossigeno, di idea di futuro, rivelazioni come schiaffi e storie incredibili di incontri con un mondo novecentesco per noi inarrivabile. Ricordo un altro giorno in cui piombò nello stesso minuscolo ufficio, con una bottiglia da stappare per l’appena avvenuta acquisizione dei diritti dell’opera omnia di Raymond Carver, che avrebbe dato vita a un’intera collana dedicata all’autore americano.
Una volta mi disse col suo sorriso che gli faceva chiudere gli occhi «tu sei fortunato»: aveva appena conosciuto i miei genitori durante un pranzo in campagna, e come spesso capita quando si incontrano i genitori di qualcuno, aveva tratto delle conclusioni, di cui mai mi parlò.

Quando si è investiti da una notizia di una scomparsa così dolorosa, non si riesce, com’è chiaro in questo scritto, a organizzare memorie e pensieri in maniera ordinata. Sopra ad ogni questione relativa al mondo intellettuale, sociale, politico, io a Goffredo volevo bene. Immagino che nei nostri regolari incontri lui percepisse questa mia priorità sul resto, la natura dei sentimenti probabilmente era prioritaria anche per lui.

A me mancheranno i libri, i film, i fumetti, il teatro, raccontati da lui con l’occhio brillante e l’emozione che aveva vissuto al suo primo contatto con certi autori o artisti. E i suoi insegnamenti, a volte volutamente rudimentali. L’idea che i linguaggi vanno seguiti tutti nelle loro trasformazioni. I temi. Le parole chiave. Il modo estremo con cui lui metteva noi pàidos sotto la pressione della necessità di scelte etiche. Ci percepiva ancora non corrotti da un’età adulta che spesso vedeva come un precipizio. Come certi nidiacei si lasciano allevare per poi sparire quando vanno in amore, lui soffriva la crescita definitiva di chi era stato da lui formato per poi diventare a sua volta padre. Reiterava una sorta di tiro al piattello esaltando e lanciando in aria autori ai quali avrebbe poi inevitabilmente sparato.
Fra i ricordi chiari e sparsi: una generosità infinita, generativa a sua volta di idee e progetti, condivisi con l’urgenza di chi non deve far passare il tempo invano. Dare testimonianza e il fare rete, come a voler costruire la famiglia e quindi il mondo che non ci è capitato in sorte. A volte esagerava con l’irruenza del suo modo giudicante, gli dicevo «smettila, mi sembri Fofi» e lui risolveva la questione col suo solito sorriso di guance impennate e occhi socchiusi.

Gli devo fra tantissime cose fondamentali il sostegno morale all’avventura della nostra produzione del film Invelle di Simone Massi, la riproposta di tanti classici contemporanei e testi introvabili, il sostegno forte a quelli che erano allora i nostri esordienti (Lagioia, Cognetti…). Gli devo la sua presenza che era di per sé un riconoscimento e un incoraggiamento: a non accontentarci, a non compiacerci, ad alimentare rapporti umani che di lì a poco avrebbero potuto aggiungere valore allo status quo ante.

Salvare il più possibile del suo esempio, del suo pensiero, della sua testimonianza attiva, è stato il motivo per cui è nato con minimum fax media il cantiere di produzione di un film diretto da Franco Maresco sulla vita di Goffredo, sulla sua esperienza palermitana a fianco di Danilo Dolci, un film sulla sconfitta delle utopie. Fra tante difficoltà vedrà prima o poi la luce. Un Goffredo luminoso e sincero in questo documento esprime concetti definitivi con la potenza di chi vive l’onestà dell’impegno civile come qualcosa di ineludibile. Sarà, credo, un modo potente per dirgli ancora grazie.

Questo mio scrivere di lui non può e non vuole avere chiusure. Qualsiasi tono retorico avrebbe peraltro guadagnato il suo meritato sberleffo.
Come quando è scomparso quasi sei anni fa mio padre Paolo, il mio primo pusher di letterature e storie, anche adesso con la morte di Goffredo sento che certe ceneri vanno a colmare le mie crepe.
Sono sempre gli altri a tirare un lenzuolo a dar forma ai nostri fantasmi, come gli scrittori a obbligarci all’atto dell’accoglienza, ad ospitare la loro esperienza e le loro immaginazioni.

In questa vita aumentata Goffredo, di cui ho avuto recentemente la fortuna di pubblicare una selezione dei suoi scritti (Son nato scemo e morirò cretino), ha invero sempre espresso un atteggiamento schivo, mettendo da parte sé stesso e parlando dell’importanza di qualcun altro. Sempre e costantemente, con entusiasmo e col piglio deciso di chi dà importanza all’opera di altri. Trovo quindi il pretesto per sgusciar via da questo testo per me difficile con la chiusura della bella intervista (intitolata Dialogo sull’appartenenza) a Anna Maria Ortese che Goffredo mise non a caso in apertura del primo, bellissimo, numero de Lo straniero, in cui lei conclude lo scambio con: «Trovo perciò doveroso il non-appartenere. Per quanto mi riguarda la cosa è irrilevante. Ma è così: ho l’eresia nel cuore».

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