25.01.2026

Marty Supreme, i sogni sono per i solitari. Intervista a Josh Safdie

Una conversazione tra tavoli da ping pong, il mito dell’individualismo americano e il costo invisibile del credere in un sogno che nessuno prende sul serio

«I sogni sono per i solitari e questo è triste ma essenziale»


Negli anni Cinquanta, a New York, il ping pong non era uno sport, ma un rifugio fatto di tavoli scrostati e palline scheggiate. Si giocava nei seminterrati e nei club improvvisati dove finivano quelli che non trovavano posto altrove, emarginati e sognatori compulsivi. È dentro questa metropoli sotterranea che affonda le radici Marty Supreme, il nuovo film diretto da Josh Safdie. Una storia che per il regista di Diamanti Grezzi e Good Time (girati insieme al fratello Benny) inizia quando da ragazzo sfidava il padre a ping pong, mentre lo zio Johnny gli raccontava dei disadattati che solo qualche decennio prima gravitavano attorno a quello sport. Personaggi che passavano le giornate al Lawrence’s Table Tennis Club nel Lower East Side, luogo leggendario per gli appassionati di ping pong. Quel sottobosco umano resta nell’immaginario di Safdie per anni ma diventerà l’idea per un film solo più tardi, grazie alla biografia di Marty Reisman, prodigio e figura mitica del ping pong newyorkese, trovata quasi per caso in un cestino a tutto un dollaro.

Da lì Safdie e sua moglie Sara Rossein iniziano una ricerca febbrile tra archivi, filmati d’epoca, testimonianze orali e storie dimenticate di vite vissute ai margini, ma accomunate da un’ambizione assoluta. Vite di uomini che non eccellevano in nulla se non nel ping pong e che proprio per questo vi riversavano tutto. Marty Supreme nasce da quel mondo: non come storia biografica di Marty Reinsman (al quale resta ispirato), ma come ritratto emotivo. Ambientato nel 1952, il film ha come protagonista Marty Mauser, interpretato da Timothée Chalamet, venditore di scarpe nel negozio dello zio, che vede nel ping pong non solo una via di fuga, ma una possibilità di riscrivere il proprio destino. Marty sceglie un sogno per il quale si ossessiona, sullo sfondo di un film che trasforma il tennistavolo in una lente culturale per osservare un’America che nel secondo dopoguerra ha da poco iniziato a celebrare il capitalismo.
Ne abbiamo parlato con il regista.

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Safdie, il film attraversa in modo molto forte il tema dell’ossessione nello sport ma anche nell’arte, nell’amore, nella vita. Cosa pensi dell’ossessione? 
Credo che l’ossessione nasca dalla determinazione e da una forma di isolamento. Hai davanti un obiettivo preciso, un’idea di perfezione. Se vuoi diventare la versione più estrema di te stesso, devi ossessionarti per ogni dettaglio. Serve quell’intensità, perché se non ci credi tu, non ci crederà nessun altro. Marty Supreme parla anche di fede: nel proprio sogno e nella capacità di portarlo fino in fondo. L’ossessione e l’inseguimento del sogno vanno di pari passo. Non esiste l’una senza l’altro. 

Come pensi che verrà giudicato a livello morale Marty Mauser? 
Credo che la moralità sia sempre qualcosa di soggettivo. Esiste un’idea astratta di morale, certo, ma nella pratica è inevitabilmente legata alla tua vita in un determinato momento: a ciò che per te conta davvero e a come sei in grado di percepire o di ignorare i sentimenti degli altri. Il sogno di Marty richiede una concentrazione totale, quasi disumana. Ha bisogno dei paraocchi. Deve averli. È un sogno così intenso proprio perché nessuno lo rispetta. E il fatto che non venga preso sul serio rafforza la sua convinzione, lo rende più duro, più isolato. Nel ping pong se distogli lo sguardo dalla pallina anche solo per un millisecondo, hai perso. Dunque quei paraocchi lo portano inevitabilmente in situazioni in cui non pensa agli altri. Ma, in fondo, Marty è qualcuno che sta inseguendo la felicità. E, paradossalmente, ispira gli altri proprio attraverso la sua ambizione, la sua intensità, il suo fuoco. In un certo senso è una figura ispiratrice. E quell’ispirazione finisce quasi per ribaltare qualsiasi giudizio morale tu voglia dare su di lui. 

Il film parla anche di solitudine. Marty è sempre circondato da persone, ma sembra irrimediabilmente solo. Lo è?
L’ambizione estrema è solitaria per definizione. Più ti avvicini a qualcosa di assoluto, meno spazio rimane per gli altri. Marty non sa stare nelle relazioni se non attraverso la competizione o l’ossessione. Non volevo giudicarlo. Volevo osservarlo. Credo che il pubblico possa decidere se sia una figura eroica o profondamente problematica. Io stesso non ho mai avuto una risposta definitiva. Di certo Marty Supreme è una storia di formazione atipica, in cui il viaggio del protagonista porta a una consapevolezza ambigua: credere in se stessi può essere una forma di libertà, ma anche una gabbia.

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Timothée Chalamet / Credit: Courtesy of A24

C’è infatti un momento in cui l’ossessione sembra ritorcersi contro di lui. Era importante mostrarne anche il lato autodistruttivo? 
Se mostri solo il lato romantico dell’ambizione, stai mentendo. L’ossessione ti spinge oltre i limiti, ma non distingue tra ciò che ti fa crescere e ciò che ti distrugge. Marty attraversa quel confine più volte. E ogni volta paga un prezzo. Il film non cerca di risolvere questa contraddizione. Cerca di abitarla. 

Si percepisce infatti una tensione costante tra successo e fallimento. Marty affronta ogni punto come se fosse una questione di vita o di morte. Come mai?
Perché per lui non esiste un piano B. E credo che questo sia vero per molti sognatori. Quando il tuo sogno non è convalidato dal mondo esterno, l’unico modo per andare avanti è crederci in modo assoluto. Il fallimento, in quel contesto, non è perdere una partita. È perdere te stesso. Marty ha costruito la propria identità interamente attorno a quell’idea di successo. È per questo che ogni scambio pesa così tanto. Ed è anche ciò che rende il suo viaggio universale. 

Chi è il vero antagonista di Marty? 
Il tempo è il nemico principale. Più di qualsiasi avversario. Il tennistavolo è perfetto per raccontarlo perché è fatto di istanti. Se arrivi in ritardo di una frazione di secondo, hai perso. È una metafora semplice, ma crudele. 

Quando ti immergi in un progetto come questo, di solito ci sono consulenti che garantiscono l’accuratezza. Chi sono stati i vostri riferimenti per il tennistavolo? 
Una figura fondamentale è stata Adam Bobrow, che ha anche un incredibile canale YouTube. Passare del tempo con lui è stato illuminante: ha un rapporto molto preciso con il corpo, con il cibo, con il mondo. Per quanto riguarda i consulenti, il film è stato seguito da Diego Schaff e da sua moglie Wei Wang, ex olimpionica della nazionale cinese. Avevano lavorato anche su Forrest Gump. Quando li ho incontrati, mi hanno subito parlato di un giocatore che ha ispirato il film, Bob Gusikoff.

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Timothée Chalamet e Josh Safdie / Credit: Atsushi Nishijima

Quale è stata la cosa più difficile nel rappresentare questo sport? 
La difficoltà, per me, è lavorare su una storia non contemporanea. Gli anni Cinquanta mi hanno costretto a un altro tipo di immaginazione. Dovevo capire come stava evolvendo lo sport in quel momento, quando era sul punto di diventare più popolare. Così ho iniziato a frequentare molti giocatori. E paradossalmente, proprio perché oggi il tennistavolo è ancora più marginale, produce sognatori ancora più estremi. Sono costretti a sovracompensare il fatto che il loro sogno venga considerato ridicolo. Raddoppiano l’impegno. Sono persone indurite, affascinanti. È stato difficile capire com’era il tennistavolo nel 1952 perché tutto è cambiato con l’invenzione della racchetta con la spugna, introdotta dai giapponesi proprio in quell’anno. Fu il loro ritorno sulla scena internazionale dopo l’isolamento e lo fecero attraverso uno sport, trasformandolo in una nuova forma di orgoglio nazionale. Da lì è nata l’idea di contrapporre due mondi: Marty, che incarna una modernità americana nascente, e la mentalità giapponese. Abbiamo guardato migliaia di ore di partite d’epoca, mescolandole con incontri contemporanei. L’obiettivo non era far sembrare Timothée bravo, ma fare in modo che sapesse davvero giocare, almeno a metà o tre quarti della velocità reale. Avere Diego sul set era fondamentale: cronometro alla mano, controllava il timing di ogni punto, ma soprattutto portava la mentalità dello sport. Il tennistavolo è uno sport intimo, piccolo. Girare quelle scene era come girare dialoghi. Permetteva agli attori di recitare la storia di ogni partita. 

A proposito di Giappone, il film torna spesso sulle umiliazioni della guerra, rielaborandole attraverso il ping pong. In particolare sull’umiliazione del Giappone. Che tipo di ricerca storica hai fatto in questo senso? 
Quando ho scoperto questo mondo, questi giovani, questi “sfigati” della Silent Generation, persone troppo giovani per combattere in guerra, americani in particolare, mi affascinava il loro punto di vista sulla vittoria e cosa significasse essere americani in quel momento. È interessante perché penso spesso a cosa significhi essere patriottici. Marty è patriottico? È sicuramente orgoglioso. Ha il suo senso di orgoglio. È orgoglioso di essere americano, in un certo senso.

E cosa hai scoperto sul significato del sogno americano dell’epoca?
Penso che il sogno americano sia diventato un faro dopo la guerra con la nascita del colonialismo corporativo, una nuova forma di colonialismo americano, più passiva. Ciò che è successo in Giappone è affascinante: il modo in cui hanno accettato la sconfitta, senza eguali nella storia. Non credo che ci sarà un altro esempio simile, perché sono passati da uno stato altissimo a uno bassissimo in una notte. L’imperatore fu rimosso e si disse: è un essere umano, non un dio, non un eroe. Attraverso l’America scrivemmo la loro Costituzione, introducendo ideali americani e il sogno americano. Lavatrice, asciugatrice, figli, oggetti materiali… e da lì emersero gli eroi popolari e minori. Il film parla anche dell’eccezionalismo e dell’iper-individualismo americano, a cui quasi ci si inchina. È stato un punto di svolta storico: il capitalismo iniziava a trionfare, certo in contrasto con socialismo e comunismo. È uno scontro tra una collettività traumatizzata e un individuo che incarna l’eccezionalismo americano. Ma era importante che tutti, prima o poi, venissero ridimensionati. L’umiltà è fondamentale. Cadere, dopo aver sognato in grande, ti fa capire davvero il senso del viaggio. 

Cosa ti ha colpito di più scoprendo come veniva vissuto il ping pong in quegli anni?
Una delle prime cose che mi hanno colpito nella ricerca del film sono stati i cinegiornali degli anni Quaranta: i giocatori, il rispetto per lo sport, l’attenzione data. Sembrava quasi una danza, ma una danza con una richiesta atletica intensa. Volevo far percepire l’ansia del microsecondo: cosa succede in un colpo che dura un ventesimo di secondo? 

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Abel Ferrara / Credit: Courtesy of A24

Come sei arrivato al casting di Abel Ferrara? 
Conosco Abel dal mio primo film, Pleasure of Being Robbed, del 2008. All’epoca lavoravo in un videonoleggio in cui, a dire il vero, passavo più tempo a bazzicare che a lavorare davvero. Lui viveva in Mulberry Street ed era un momento piuttosto duro della sua vita. Oggi ha pubblicato un libro bellissimo che è la sua autobiografia, e parla molto di quel periodo. Veniva continuamente in negozio. C’è una storia che avrei voluto fosse nel suo libro. Probabilmente nemmeno se la ricorda, perché era una fase così caotica della sua vita. Potrei scrivere io un capitolo su quando recitò in uno dei miei primissimi film. Non so nemmeno come riuscii a convincerlo a far parte del film. Tra una ripresa e l’altra poteva sparire da un momento all’altro e noi non sapevamo mai se sarebbe tornato. Eppure c’era una storia addosso a lui che si percepiva immediatamente. È un poeta di strada. È una persona molto romantica, nel modo in cui pensa e in cui si muove e porta con sé un passato profondamente legato alla strada, che conosce e comprende in maniera intensissima. È incredibilmente vivo, unico, con un modo di parlare e di stare al mondo che non assomiglia a quello di nessun altro. È senza tempo. Potrebbe venire dagli anni Venti, uscire da un racconto di Damon Runyon; Joseph Mitchell avrebbe potuto dedicargli un ritratto. Ma allo stesso tempo potrebbe essere il protagonista di un articolo di Variety del 1982 sul clamoroso fallimento di un gigantesco film da studio con lui al timone. Eppure, ha anche diretto alcuni dei miei film preferiti. Quindi sono un grandissimo fan di Abel, prima di tutto come persona.

Su che argomenti avete legato?
Abbiamo legato molto parlando di libri interessanti sulla rabbia; lui è buddhista. Così, quando è arrivato il momento di scegliere l’attore per questo personaggio, volevo qualcuno capace di “emettere” il proprio passato, qualcuno la cui anima fosse visibile, in modo che tu potessi capire chi è ancora prima che apra bocca. I suoi primi film furono finanziati dalla mafia: quel mondo lo conosce intimamente. E poi si definisce un “ebreo onorario”, cosa che trovo molto divertente. E in effetti a New York, nel Novecento, c’era una forte presenza di gangster ebrei. Il suo personaggio avrebbe potuto facilmente scivolare nel cliché e invece volevo che fosse vivo, pulsante, emotivo, con una sua storia personale. Certo, è chiaramente una figura poco raccomandabile, ma in fondo è un uomo profondamente solo, che conserva un’idea quasi ideale di sé stesso. E il suo migliore amico è il suo cane. Tra l’altro, Abel odia i cani. Questa è stata la sfida più grande per lui. Parlava continuamente del passato del personaggio: voleva sapere da dove veniva quest’uomo, chi erano i suoi amici, perché nella sua vita ci sono solo due persone. Qual è il significato del cane? Perché il cane si chiama Moses? Sono questi dettagli che rafforzano e rendono concreta la storia. E io lo amo profondamente. Abel ha reso me migliore, e ha reso il film migliore. Ha portato la sua anima dentro il film.

Questo è il tuo secondo film da solo, dopo anni di lavoro condiviso con tuo fratello Benny. Che tipo di capitolo rappresenta per te? È stato liberatorio o, in certi momenti, ti è mancato? 
È stato diverso, inevitabilmente. Quando lavori per tanti anni accanto a qualcuno e poi decidete entrambi di esplorare strade differenti, il cambiamento si sente. Lui voleva approfondire un tema, io un altro. Anche emotivamente è stato diverso. Questo film era talmente ambizioso e mastodontico che, a differenza dei miei lavori precedenti, non ho avuto il lusso di uscire, osservare, fare ricerca sul campo. Ho dovuto ricreare tutto: scegliere ogni volto, evitare anacronismi, controllare costumi, fisionomie, dettagli. C’erano così tante variabili che non ho davvero avuto il tempo di fermarmi a riflettere su cosa fosse cambiato rispetto al mio primo film. È stato un impegno totale. Ma oggi è anche molto bello poter guardare i film di mio fratello e riconoscere la sua voce, vedere quanto sia forte e personale. 

Guardando al futuro, pensi di continuare da solo? 
Onestamente? Non riesco nemmeno a capire cosa farò tra un’ora. Penso in termini di secondi. Una volta ho calcolato quanti secondi ci sono in un anno e ogni minuto che passa so che sto “sprecando” secondi. È anche per questo che non passo tempo online. Credo molto nell’essere proattivi nella vita. 

Alla fine, cosa speri rimanga allo spettatore di questa pellicola? 
Una sensazione, più che un messaggio. Vorrei che il pubblico si chiedesse: per cosa sono disposto a sacrificarmi? E ne vale davvero la pena? Il cinema serve anche a questo: a farci vivere vite che non avremmo il coraggio di vivere nella realtà.



In copertina: Josh Safdie e Timothée Chalamet / Credit: Atsushi Nishijima

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