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La crisi esistenziale dei Supereroi



Iron Man soffre di attacchi di panico, Wanda Maximoff/Scarlet manifesta sintomi da stress post-traumatico, Captain America non vuole più tornare alla nazione che lo venera come un idolo, preferendole un ritirato e idilliaco passato, in linea col sentire nostalgico che pervade la contemporaneità: cosa sta accadendo ai supereroi? Perché i film e le serie che li vedono protagonisti stanno pian piano rivoluzionando i dettami di quelli che sono a tutti gli effetti racconti mitici, fatti di figure ideali che da sempre rivestono il ruolo di modelli di riferimento per gli spettatori?

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Il viaggio dell’eroe per giungere alla vittoria finale ha sempre comportato necessità, in qualsiasi epoca storica, di una componente ineliminabile di struggimento e dolore. Si tratta di una parte fondante del cammino trionfale, essenziale affinché il paladino possa rivestire una funzione proiettiva e modellizzante in chi assiste alle sue gesta. E inoltre “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, per dirla alla Spider-Man, delle quali ogni eroe deve di necessità farsi carico. Sia perché è per definizione il poster dell’etica morale del suo tempo, e non può dunque certo essere un nichilista, sia perché ogni poro della nostra specifica cultura occidentale, dall’antica parabola biblica dei talenti alle odierne frasi auto-motivazionali scritte sin dalle tazze per la colazione, è pervaso dalla convinzione che non fare pieno uso delle proprie capacità sia fonte di perdizione e infelicità. Qualcosa però scricchiola nel meccanismo sociale contemporaneo, e dunque se i finali dei prodotti audiovisivi di larghissimo consumo continuano a essere rassicuranti, non aspirano più a essere completamente riconciliati.

D’altronde la struttura epica di fondo, la mitica lotta fra un Bene e un Male certi e ben distinti, senza alcuna incertezza sulla parte dalla quale stare, è già stata contaminata ben prima di questi anni. L’ironia, con la forza dissacrante che esercita su qualsiasi ideale, è un elemento ormai consolidato di ogni blockbuster epico che si rispetti. Proprio per la sua intrinseca potenza distruttiva viene però utilizzata con parsimonia, dato che le grandi produzioni non ardiscono a mettere in ridicolo i valori consolidati. La serie supereroistica The Boys, che ne fa un uso smodato, punta esattamente allo sbeffeggio del racconto mitico e edificante dei nostri tempi, e a fare satira spietata delle corporation che si ammantano di ideali per perseguire i propri interessi. Nella poetica del blockbuster, l’ironia controllata ha invece la funzione di rifugio per lo spettatore cinico, che nel suo profondo è ancora un idealista ma non riesce più a credere del tutto al trionfo del Bene. Si tratta però ancora di una sostanza da maneggiare con cautela, tanto che le pellicole che non l’hanno saputa calibrare a dovere sono state rimproverate di aver perso la loro capacità di soddisfazione palatale.

Da qualche anno, venendo a noi, i supereroi sembrano poi alle prese con dolori senza scampo, che non si configurano come motore positivo delle loro gesta, e che non possono venire superati nemmeno con la forza di volontà. Il lutto irrimediabile ad esempio è un tema centrale del ciclo degli Avengers, problematizzante anche dopo la conclusione gloriosa di Avengers: Endgame, e condizionante l’intera prospettiva della successiva “Fase Quattro” del Marvel Cinematic Universe, da WandaVision, di fatto una serie surrealista sull’elaborazione di un trauma, a Black Widow, con gli spettatori consapevoli di stare assistendo alle gesta di un’eroina già morta, con un finale che malinconicamente non può prescindere dall’ovvio. Molto peso drammatico stanno assumendo dunque aspetti intrinseci alla condizione umana che una volta sarebbero stati elusi o rimossi dal genere. Il film che con maggior decisione ha osato mostrare la nuova strada, poi ripresa dagli altri, è stato Logan – The Wolverine, primo film di supereroi nella storia a meritarsi una nomination all’Oscar per la sceneggiatura, con un protagonista in preda al decadimento fisico e alla stanchezza di vivere, lontanissimo dal dogma dell’immortalità.

C’è una ordinaria fatica di stare al mondo e di essere chi si è, nei supereroi di oggi, non susseguente a un preciso evento nefasto e non propedeutica a un riscatto glorioso. È un’irresolutezza di sé pervasiva, apparentemente in contraddizione con il ruolo di exempla, che ha contagiato molti: dal meno contraddittorio di tutti, Superman (Batman v Superman: Dawn of Justice), alla recente Black Widow, che dopo un crimine atroce non ha più spazio di risoluzione del conflitto identitario fra salvatrice o assassina. E questo nonostante sia una supereroina femminile, quando invece i supereroi portatori di specifiche istanze politico-sociali, come la parità di genere e l’inclusione sociale (Captain Marvel, Black Panther, l’ultimo Shang-Chi), rientrano molto marginalmente nel discorso, mostrando a fini pedagogici ben più punti di forza che di debolezza. Non si salvano però i cattivi, anche loro non più quelli di una volta: anche se declama frasi roboanti sul dominio dell’universo con lo sguardo magnetico di Tom Hiddleston, il Loki della serie omonima è una povera pedina di un ordinario sistema burocratico, ben più infernale di lui e in grado di ridurre a un rassegnato compromesso chiunque.

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The Boys

Gli elementi elencati non hanno altra funzione che quella di mantenere tali opere cinematografiche e seriali di largo consumo al passo con i tempi in cui vengono fruite: le figure proiettive servono proprio a questo, a rispecchiarsi nella migliore versione di se stessi possibile, non a proporre qualcosa così al di là dell’orizzonte aspirazionale del proprio pubblico da rendergli impossibile l’identificazione. Le grandi produzioni, finissime calibrazioni di marketing, non acutizzano ma mostrano di comprendere le paure dei propri giovani spettatori, loro principale target di riferimento. Sanno di rivolgersi alle prime generazioni dal secondo dopoguerra che si ritrovano economicamente impoverite rispetto ai propri genitori, ormai convinte che di modelli sulla perfetta strada da seguire non ce ne siano più. Le intrattengono e le consolano, ma non sottovalutano il disagio di chi sta perdendo fede nel mito della consequenzialità fra talento e risultato. I blockbuster garantiscono loro rassicuranti vittorie finali ma non tralasciano il resto, fra nostalgia del passato e ossessione per i multiversi, entrambe spie del desiderio malcelato di essere in un altrove.

Naturalmente non tutti i film e le serie hanno sottotesti così impegnativi: i franchise dedicati ai supereroi sono ombrelli amplissimi, entro i quali di fatto rientrano opere legate ai generi più diversi. Indubbio però è che quelle di maggiore impatto e memorabilità degli ultimi anni abbiano portato avanti elementi decisamente problematizzanti. In questo il Marvel Cinematic Universe di Kevin Faige, presidente dei Marvel Studios, ha dimostrato maggior visione sia rispetto al lavoro di Sony Pictures Universe of Marvel Characters sull’evanescente Venom, sia quello di 20th Century Fox sugli X-Men, peraltro in teoria avvantaggiati a priori dal focus sul tema forte dell’accettazione e valorizzazione della diversità. Il Dc Extended Universe sembra il più discontinuo e indeciso sulla strada da percorrere, fra argute complessità che sopravanzano i desideri del pubblico (The Suicide Squad – Missione suicida), struggimenti così plateali da risultare caricaturali (Batman vs Superman) e vacuità assolute come il terribile flop Wonder Woman 1984.

blockbuster dedicati ai supereroi sono super-produzioni da centinaia di milioni di dollari, che devono necessariamente generare ritorni monetari importanti, e di conseguenza pensati per soddisfare plurimi bisogni di svariate tipologie di fruitori. È necessario un sapiente e armonioso assemblaggio di ingredienti: le scene d’azione e gli effetti speciali, per la spettacolarità e l’emozione; l’idealismo e il romanticismo del racconto mitico, per la gratificazione di assistere al trionfo ultimo del Bene; la comicità ma anche l’ironia, per il divertimento nella contemporanea affermazione della propria auto-consapevolezza che si tratti solo di una bella favola. Nuovi temi si stanno ora affacciando nel comune sentire, e quello dell’irresolutezza esistenziale avanza sottotraccia come uno dei principali, non meno rilevante dell’empowerment femminile e della valorizzazione delle diversità. Intanto The Eternals, in uscita al cinema tra pochi giorni, è stato affidato – a questo punto possiamo dire non sorprendentemente – alle mani di Chloé Zhao, la regista di Nomadland, specialista nel raccontare con sensibilità non dei vincenti, ma di chi resiste ai margini.

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