Nel classico di Joseph L. Mankiewicz Eva contro Eva, l’attrice Margo Channing, interpretata da Bette Davis, afferma in un celebre monologo sulla fama: «Le cose che lasci lungo le scale per salire più velocemente, dimentichi che ti serviranno di nuovo». Le sue parole, pur riferendosi alla carriera di una donna, descrivono quello che comporta l’ambizione umana: decidere cosa abbandonare per dare priorità a qualcos’altro e riconciliarsi più avanti con la gloria ma anche il costo di quelle scelte. Non a caso il film premio Oscar di Mankiewicz del 1950 è stata una delle fonti di ispirazione cinematografiche al quale Noah Baumbach, regista di pellicole come Marriage Story e White Noise, si è affidato per la sua esplorazione della fama, delle relazioni che ci definiscono e delle scelte determinanti per il corso delle nostre vite. Aspetti che il regista aveva rivisto anche nel Marcello Mastroianni in 8 ½ di Federico Fellini e nel professore anziano che viaggia per ricevere un premio in Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, ma anche nel capolavoro autobiografico di Bob Fosse sull’introspezione nel mondo dello spettacolo, Lo spettacolo comincia, e in film come Il brutto e il bello di Vincente Minnelli, Le vacanze di Monsieur Hulot di Jacques Tati e La grande illusione di Jean Renoir.
Co-sceneggiato dallo stesso Baumbach con Emily Mortimer (al suo debutto nella scrittura per il cinema), il film vede il suo protagonista arrivare esattamente a questo bivio. Amatissima star di Hollywood, Jay Kelly, che ha il volto di George Clooney, sembra sempre più oppresso dal divario crescente tra le sue due identità: quella che appartiene a chi è veramente e quella che appare agli altri. Il senso di urgenza di ritrovare se stesso e ricucire le relazioni famigliari più importanti lo conducono in una traversata europea tra treni, aerei e automobili, per seguire la figlia più piccola in Italia, senza essere invitato, nella speranza di rafforzare il loro legame.
Baumbach ha spesso esplorato il tema dell’invecchiamento e i cambiamenti interiori nel corso della sua carriera, in pellicole come The Squid and the Whale, Frances Ha e The Meyerowitz Stories. La sua filmografia è popolata da personaggi sfaccettati che, con l’età, faticando a riconoscere il riflesso che vedono nello specchio, decidono di rivedere il modo in cui affrontano relazioni e responsabilità. In Jay Kelly, questo tema viene esplorato attraverso la prospettiva amplificata di una star: recitare significa abbracciare vite e indossare maschere. Disponibile su Netflix dal 5 dicembre, Jay Kelly ha un cast internazionale che comprende Laura Dern, Isla Fisher, Patrick Wilson, Lenny Henry, Eve Hewson, Jamie Demetriou, Patsy Ferran, Lars Eidinger, Janine Duvitski, Alba Rohrwacher e altri. La colonna sonora è di Nicholas Britell.
Abbiamo incontrato il regista per parlare della sua ultima pellicola.

Baumbach, come le è venuta l’idea di fare un film su un attore famoso a un bivio della sua vita?
È stata un’idea che mi ha subito affascinato, anche se all’epoca non avrei saputo spiegare il perché. Posso dirlo adesso, con il senno di poi: se fai un film su un attore, stai inevitabilmente facendo un film sull’identità. Arriviamo a un momento della vita in cui ci definiamo in un certo modo: «Questo sono io, come genitore, come figlio, come collega, come professionista, come amico». Ma penso che per tutti noi ci sia un divario tra chi siamo davvero e chi mostriamo di essere, e questo varia a seconda dei ruoli che ricopriamo. Con l’età e l’esperienza, e forse con un po’ di saggezza, ci chiediamo: come possiamo incontrare e ridefinire noi stessi? L’attore diventa così una metafora esterna e chiara di ciò che è una lotta umana universale.
Il film tratta temi universali, ma è molto specifico per la situazione di Jay: il rapporto con il manager Ron, con le figlie, con il padre. Cosa vuole suggerire riguardo alle relazioni, l’amicizia e la famiglia?
Jay è qualcuno che ha raggiunto risultati eccezionali celebrati dalla cultura, e significa molto per tante persone anche estranee. E per tutto ciò che ha fatto per diventare Jay Kelly, ci sono cose che non ha fatto: chi potrebbe essere stato come genitore o come amico mentre inseguiva il suo sogno? Il film esplora come le conseguenze delle sue scelte emergano ora con chiarezza. Mostra anche le relazioni con chi ha dedicato parte della propria vita al suo successo: Ron, interpretato da Adam Sandler, e Liz, la sua PR, interpretata da Laura Dern. Ron è sempre stato accanto a Jay, ma oltre all’amicizia c’è un rapporto di lavoro con un certo squilibrio di potere. Quando Jay diventa più impulsivo e parte per l’Europa, vediamo come Ron, Liz e tutti coloro che orbitano attorno a lui debbano abbandonare i propri impegni per seguirlo. Tutti nel film si confrontano con una domanda semplice ma complessa: come vogliamo vivere la nostra vita?

Il film si apre con un piano sequenza che trascina subito lo spettatore nel ritmo e nel tono del racconto. Come ha capito che voleva presentare Jay in questo modo?
Per il cast e la troupe è stata un’esperienza fantastica, perché era la prima scena girata. Avevo provato il piano sequenza per mesi con Linus Sandgren, il direttore della fotografia, e Mark Tildesley, il production designer. Presso gli studi di Shepperton, a Londra, ci incontravamo una o due volte a settimana con gli assistenti e cominciavamo a bloccare la scena, aggiungendo attori locali disponibili. Quando Adam e George sono arrivati due settimane prima delle riprese, abbiamo iniziato a girarla seriamente. Il primo giorno eravamo pronti: è stata un’esperienza unificante per la troupe. La scena rende omaggio al lavoro di squadra necessario per fare un film e, in un certo senso, racchiude l’intero film nel primo piano sequenza. Abbiamo avuto un problema di messa a fuoco dovuto alle lenti vintage, quindi abbiamo dovuto rifare la scena il giorno successivo. Tutti si sono divertiti così tanto che erano entusiasti di girarla di nuovo e il risultato è stato migliore.
Nel mondo di oggi si pensa raramente al prezzo della fama. Cosa desidera che il pubblico porti con sé?
Tutti noi, qualunque cosa facciamo, quando siamo giovani abbiamo l’impressione di avere tutto il tempo del mondo. Questo film, credo, parla dell’arrivare a un certo punto della vita e rendersi conto, in modo lampante e allo stesso tempo sorprendente, che questo è l’unico momento in cui possiamo fare certe cose. Quando Emily Mortimer ed io abbiamo scritto la sceneggiatura, ne abbiamo parlato molto. Il mondo del cinema, le star e l’ambiente intorno a loro sono affascinanti, ma a me interessava soprattutto l’aspetto emotivo e psicologico, il confronto con la mortalità. Questo, per me, è il cuore del film.
Com’è nata la collaborazione con Emily Mortimer?
Non saprei dire perché le ho chiesto di scrivere con me, ma avevo l’istinto che sarebbe stata una grande scelta. Conoscevo Emily socialmente da anni e ci siamo avvicinati durante White Noise, dove avevo scelto i suoi figli, Sam e May. Parte della storia esplora il passato e un mondo interiore di Jay, quindi non volevo scrivere da solo: volevo esternalizzare il film come conversazione con qualcuno di straordinario. Una grande collaborazione è difficile da descrivere, è come un’amicizia. Emily non solo ha un ruolo nel film, ma era sul set per continuare a discutere le scelte e ricordarmi l’intenzione originaria della sceneggiatura. Fa parte non solo del testo, ma dell’intero film.

Fondamentale è anche il personaggio interpretato da Billy Crudup, che non è diventato ciò che sognava.
Ho fatto molti film su persone che si definiscono in base al fatto di non essere diventate ciò che pensavano di poter essere. Che si sentono fallite. Questo senso di fallimento nasce dal non aver raggiunto un obiettivo che era irrealistico, che impedisce di confrontarsi con se stessi e capire chi si è davvero. Succede anche con il successo: può diventare un ostacolo tra te e te stesso.
Il film unisce identità, buddy comedy, ensemble e racconto di viaggio.
Ho sempre amato i film che creano tensione ma ti fanno anche desiderare di restare con i personaggi. Non era un obiettivo dichiarato, ma era insito nella narrazione: il film doveva essere un piacere da guardare, mentre i sentimenti più profondi scorrevano come un sottofondo, soprattutto perché Jay è molto abile a sfuggirvi. Le sequenze dei ricordi sono come venti contrari: Jay si muove velocemente, ma entrando in essi, fisicamente, come mostriamo nel film, il suo slancio rallenta. Quando arriva in Italia, si ritrova in una terra dove passato e presente convivono. Il film di viaggio, gli amici, l’ensemble: tutto fa parte della stessa storia. E l’amicizia è un altro modo per esplorare l’identità.
Gli altri personaggi hanno un’ampiezza quasi “retrò”. Da cosa nasce questo tono?
Mi piacciono i cast numerosi, i ruoli parlanti. Il dialogo a volte è come musica. Ci siamo ispirati alle screwball comedy degli anni ’30 e ’40: ritmo veloce, scambi sovrapposti, ensemble brillanti senza veri antagonisti. Penso a Carole Lombard, Katharine Hepburn, Irene Dunne, Jimmy Stewart, Cary Gran, Joel McCrea in Sullivan’s Travels (I dimenticati). Sono film scritti, diretti e coreografati al massimo livello. George ama questo cinema: è una star senza tempo, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca.
Effettivamente George Clooney sembra fatto apposta per questo ruolo. Come siete arrivati a questa scelta?
Scrivevamo pensando a George. Quando gli abbiamo inviato la sceneggiatura, entro 24 ore ci ha risposto: «Ci sto». Il personaggio cerca di nascondersi, ma l’attore doveva essere pronto a mostrarsi vulnerabile. L’entusiasmo di George ha confermato la scelta, la sua performance è precisa e chiarissima in un contesto emotivamente complesso: un dono raro.
E poi c’è anche Ron, interpretato da Adam Sandler, che diventa un punto di identificazione. Cosa porta al film?
Sono molto legato ad Adam e adoro lavorare con lui. È un amico, quasi famiglia e i miei figli lo adorano. Ron è generoso, premuroso, con un umorismo intrinseco mentre cerca di mantenere la sanità mentale in una situazione folle. È in parte un’ombra di Jay: se Jay reagisce, anche Ron deve farlo. Adam ha un cuore genuino e una lealtà incredibile. La sua performance è insieme seria e comica, e con George il loro rapporto funziona subito.

Com’è stato girare fra Los Angeles, Parigi e l’Italia?
Abbiamo avuto un buon equilibrio di location. Abbiamo girato parte agli Shepperton Studios a Londra, in uno spazio controllabile e centralizzato. Mark Tildesley e la sua squadra hanno costruito l’interno del treno, creando un’esperienza immersiva. Poi siamo usciti con un vero treno, a Parigi e in Toscana, con una squadra italiana fantastica. Conosco bene tutte queste città. Los Angeles ha la religione dell’intrattenimento; l’Italia, la religione della religione. Era interessante pensare a queste città come contrappunti visivi ed emotivi, e a cosa potessero significare per Jay. Adam dice una frase all’inizio del film: «La morte è sempre così sorprendente, specialmente a Los Angeles». A LA sembra di essere protetti dalla mortalità, come se non accadesse. Poi, appena Jay e Ron arrivano in Italia, il primo luogo è un cimitero: un confronto immediato con la mortalità. In Italia Jay non ha un posto dove nascondersi: è un mondo più grande di Jay Kelly, meno controllabile, ma anche straordinariamente spettacolare.
Ha preso ispirazione da persone reali?
No, non prendo mai spunto diretto dalla mia vita.
«Tutti i miei ricordi sono film» dice Jay Kelly. Anche lei ricorda la vita attraverso il cinema?
Sì, in entrambi i sensi. Ricordo molti momenti della mia vita legati ai film che vedevo e con chi li vedevo. Crescendo, i film hanno avuto un grande impatto su di me e sognavo di poterci lavorare. Ricordo tutti i cinema, le esperienze legate a Brooklyn e Manhattan. Dall’altro lato, ora che sono regista, i film diventano un modo per ricordare periodi della mia vita: The Squid and the Whale è uscito nel 2005 e ricordo esattamente cosa accadde allora. I ricordi sono come film personali, in parte finzioni che costruiamo. Nel film volevamo mostrare tutto questo anche visivamente, con Jay che entra negli spazi e si osserva come in un cinema mentale.
In copertina:
Fotografia di backstage, Peter Mountain/Netflix © 2025