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Gina Lollobrigida, prospettive di una diva



È il 1961, a presentare la Cerimonia degli Oscar c’è Bob Hope. Quando è il momento di consegnare il Premio alla Miglior Regia invita sul palco una delle più note e apprezzate attrici italiane, Gina Lollobrigida, scherzando sull’uso e sulla traduzione delle parole hello e goodbye, sillabando uno stentato arrivederci. Lollobrigida fa la sua entrata trionfale, affianca Hope, lo osserva una frazione di secondo e lo congeda con un «Arrivederci!», per poi guardare in macchina e premiare Billy Wilder. Un saluto che oggi perde il suo tono giocoso e ilare per assumere quello definitivo di una dipartita quasi annunciata – da quando era comparsa, alcuni mesi fa, sulle principali testate italiane, la notizia del ricovero in una clinica romana.
A 95 anni se n’è andata una delle ultime dive, umana, orgogliosa e generosa fino alla fine, anche quando i famigliari, i media e le azioni legali hanno fatto della sua libertà – di scelta – un demerito, un’azione da condannare nel tentativo di salvaguardarla. Gina è sempre stata una donna del suo tempo – di quello che stava vivendo – da quando per pagarsi gli studi vendeva caricature da lei disegnate nella Roma liberata dagli alleati, a quando postava su Instagram un video in cui salutava i suoi fan mangiando patatine del McDonald’s dopo aver fatto il vaccino antiinfluenzale. E anche al cinema, in quell’industria che l’ha resa una delle più amate, ha saputo dar corpo e voce alla realtà che la circondava e in cui era calata: dagli ultimi gemiti di guerra, alla fatica della ricostruzione, dalla fine annunciata del mondo contadino, all’avanzata del boom, Lollobrigida non aveva bisogno di recitare, in lei c’erano, e mutavano, tutte queste appartenenze che facevano sentire meno soli gli italiani, che li facevano sognare.

 Gina Lollobrigida

Il 1947 è un anno cruciale, Miss Italia è la miglior vetrina possibile per quelle ragazze che non si accontentano dei fotoromanzi e che vogliono lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Un anno fortunato che vede gareggiare e sfilare a Stresa alcuni dei volti che saranno simbolo della rinascita del cinema italiano: Lucia Bosè, Silvana Mangano, Eleonora Rossi Drago e, appunto, Gina Lollobrigida. Per tutte è un inizio comune, il cinema offre loro parti di donne lavoratrici, resistenti, che non si piegano e che affrontano la fatica: mondine, contadine, partigiane che seducono e che raccontano.
Per Lollobrigida gli esordi sono in film grezzi e poco maturi, come Achtung Banditi! (1950) di Lizzani, mentre l’incontro decisivo è quello con Vittorio De Sica avvenuto lavorando a uno degli episodi del film Altri tempi di Blasetti. Sarà proprio lui a traghettarla verso il regista e il ruolo della consacrazione: Bersagliera in Pane, amore e fantasia (1953) di Luigi Comencini. Un luogo di fantasia abitato da un’umanità eterogenea che ricalca la realtà; Bersagliera, istintivamente e apparentemente uguale a tanti altri personaggi femminili, possiede intelligenza e dinamismo. Da un lato è legata alle tradizioni popolari e al mondo contadino di cui si fa portavoce, dall’altro ha la lungimiranza di inquadrare la ragione e la giustizia per quelle che sono, non ha paura di esporsi, anche a costo di mostrare la semplicità, di incorrere in critiche o giudizi. Sulle sue spalle Comencini posa uno dei cardini della sua epopea rurale: «Ma la povera gente, Don Emi’, già ce sta all’inferno. E ce resta, a furia de bestemmie, de ladrocini e disperazioni de Dio!» dice senza mezzi termini Bersagliera al parroco, concentrandosi su quella che è la situazione e sarà il destino della sua gente. Un mondo contadino che soffre, che fatica e che, a differenza di quelli che con la ricostruzione si stanno arricchendo ed elevando, finirà non solo con un mancato perdono divino, ma con lo scomparire sotto l’oppressione incombente di un cambiamento inarrestabile. Inconsapevolmente sibillina, dignitosa e determinata nei suoi intenti – anche personali –, arriverà al cuore del grande pubblico, che per la sua estrema versatilità in un ruolo tanto sfaccettato – oltre che per la sua avvenenza selvatica – tenderà a imprigionarla in queste vesti.

Eppure, per Lollobrigida arriva il boom – in anticipo rispetto a quello economico – ma altrettanto rilevante e di rottura: entra a far parte di una serie di fortunate produzioni europee e statunitensi, lei che non si era fatta raggirare dalle promesse di contratti e di gloria di Howard Hughes, che l’avrebbero ingabbiata nel deleterio e pericoloso Studio System hollywoodiano. Approfitta del richiamo di Cinecittà e lavora con John Huston, Carol Reed, King Vidor fino al grande successo in Torna a settembre (1961) di Robert Mulligan che le vale una nomination ai Golden Globes e la consacrazione internazionale, una notorietà che prima di lei forse solo Anna Magnani aveva ottenuto e che verrà eguagliata e poi superata solo da Sophia Loren – rivale e termine di paragone per decenni, a partire dalla sostituzione nel terzo capitolo di Pane, amore e… nel 1955.

Gli anni Settanta, per Gina, come per altre dive degli anni Cinquanta, sono il decennio dell’abbandono delle scene. Lollobrigida non si sente più rappresentata dal cinema e trova che non ci siano più ruoli interessanti per le donne, ruoli che non sono più paragonabili a quelli della sua epoca d’oro. Eppure, sarà il piccolo schermo a darle una nuova occasione, un ruolo che la farà entrare nel cuore di nuove generazioni. Di nuovo Luigi Comencini, di nuovo una storia della grande tradizione, Le avventure di Pinocchio (1972), nel suo adattamento più celebre e riuscito in cui Lollobrigida interpreterà un’eterea e misurata Fata dai capelli turchini. Fuori dal tempo, ultraterrena con atteggiamenti e un’impostazione quasi divistica che cozzano con quelli dei suoi personaggi più esuberanti e sanguigni (non a caso anche ad essa si ispirano buona parte delle imitazioni della Lollo, a partire da quella di Anna Marchesini). Una rivoluzione recitativa – quasi in sottrazione – per mostrare un altro volto della sua sfaccettata personalità di artista che ben presto confluirà in un ritorno alle origini: all’arte e alla scultura. Alcune delle sue più celebri sculture hanno rappresentato un ritorno ai suoi anni Cinquanta e ai personaggi, storici o letterari, a cui ha dato corpo (Paolina Borghese, Esmeralda). Altri progetti riguardavano personalità dell’arte e della politica da lei conosciute o frequentate, da Maria Callas a Nureyev, fino a Fidel Castro che intervistò nel 1973. L’intervista a Castro e ad altre della medesima levatura erano per l’attrice un modo per coltivare nuovamente e in maniera intelligente e proficua la sua passione per la fotografia, ma anche un modo per far parlare di sé da un’altra prospettiva, spogliandosi degli abiti da diva e acquistando una legittimità di artista in senso più ampio. Non è, infatti, un caso se nelle sue interviste – quelle degli ultimi decenni – Gina preferisce parlare delle sue esperienze fuori dal set, lei stessa ammette di sentirsi più gratificata dalle sue opere che da quelle a cui ha preso parte, perché le hanno dato la possibilità di crescere, maturare e cercare di preservare la sua privacy. L’allontanamento dal grande schermo è una decisione definitiva, da cui riesce a smuoverla solamente Agnès Varda nel 1995 convincendola a partecipare al suo film Cento e una notte, omaggio al cinema nel centenario della sua nascita, un cameo doveroso, al fianco di tante altre stelle del cinema.

 Gina Lollobrigida
Lollobrigida e Fidel Castro

Ciò che, tirando le somme di un’esistenza impagabile e all’insegna della creatività, resta, è la curiosità, la forza e il desiderio di chi continua a mettersi in gioco, a trasformarsi, ad opporsi a ciò che non condivide o da cui non si sente rappresentato.
Una diva? Un’artista? Un sogno popolare? Forse, semplicemente una donna che della sua vita ha sempre fatto quello che voleva, una volontà che ha espresso fino all’ultimo, fino a quando ha guardato in camera per l’ultima volta dicendoci, senza scherzi e giochi di parole, l’Arrivederci definitivo.

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