15.10.2026

La generazione che non perdona di Stefano Terra, «avventuriero timido e crociato disertore»

Alla riscoperta del primo vero romanzo antifascista italiano

Gli invisibili della Storia sono spesso giovani uomini, sono operai, studenti, sono ragazze del popolo; a guardarli hanno segni sul volto, una «faccia squallida», brutta, come dopo un invecchiamento precoce causato dai tempi che stanno attraversando, dalla miseria da cui provengono e di cui pure non possono, non vogliono liberarsi.
Per loro nessuna forma di emancipazione può essere ammessa senza la liberazione. E la liberazione va conquistata, finanche con la forza, per sottrarsi al giogo di sfruttatori e sfruttati.

La generazione che non perdona fu il primo romanzo di Stefano Terra. All’anagrafe Giulio Tavernari, nato a Torino nel 1917, fu operaio, fattorino, guardia di frontiera. La prima edizione uscì nel 1942 al Cairo e soltanto nel 1946 in Italia, per Einaudi, con il titolo modificato in Rancori grazie a Elio Vittorini, con cui Terra collaborava sul Politecnico. Frequentatore dei giovani antifascisti, intellettuale fuori dagli schemi e sicuramente fuori dai salotti, distante da quel «mandarinismo» di cui aveva parlato De Beauvoir, Terra non condivise con i suoi contemporanei atteggiamenti né ideologie. Come scrive Massimo Novelli nell’introduzione al volume, ripubblicato quest’anno dall’editore Cliquot, il libro fu «una delle pochissime opere narrative italiane dichiaratamente antifasciste che furono pubblicate, ovviamente all’estero, prima della sconfitta del nazifascismo». Eppure non sorprende, nonostante queste premesse, che un’opera letteraria di questo calibro non abbia riscosso grandi consensi tra le file della sinistra nostrana, al punto da essere ben presto dimenticata. Forse proprio l’ambiguità della generazione raccontata da Terra, l’esemplarità delle decisioni prese dai suoi personaggi in uno snodo fondamentale della grande storia – è il 23 agosto 1939 e Germania e Unione Sovietica stipulano il Patto Molotov-Ribbentrop; una settimana dopo Hitler invaderà la Polonia – lo inimicarono agli occhi altrui e non gli perdonarono quel suo essere «prematuro e sgradito1»

Il romanzo si apre in una fase decisiva della vita dei protagonisti e della storia: la notizia del clima nefasto della guerra incombe sulle loro teste, i sospetti di un tradimento subìto sono dati per certi, la necessità e l’impulso vitale ad agire fremono. Loro sono Giovanni, Cartone, Savigliano, Gaspare, Ognissanti. Ciascuno è solo nella propria disperazione ma è pronto al tutto per tutto pur di risvegliare le coscienze assopite. L’unica strada percorribile è l’azione: contro lo «sfacelo» degli ultimi anni, contro il «disgusto» davanti ai loro occhi, si sono decisi per un atto reazionario, un Grande Colpo da pianificare e realizzare senza indugio. Li accompagneremo, nel breve ma dolorosissimo percorso che li condurrà all’estremo gesto, guardandoli per quello che sono: poveri cristi che hanno un passato, che hanno amato e sono stati abbandonati, che hanno patito la fame, hanno avuto paura, che hanno trascorso notti in totale solitudine.

Attraverso una prosa scabra ma viva, Terra ci mostra i suoi antieroi moderni, questi giovani antifascisti che si aggirano tra file di baracche fatiscenti, per strade deserte, putride, illuminate da fuochi fatui per non perire al freddo e al buio. Eppure, nello spazio siderale di questo isolamento, si riconoscono l’un l’altro.

«Cartone sentì un brivido come sentono i soldati ai primi colpi di artiglieria, quando camminano verso il fronte con la testa piena di favole. Perciò avrebbe voluto dire: “Tutto è cominciato veramente”. Ma invece cercò una sigaretta per poter riguardare negli occhi il compagno; sentiva che doveva guardarlo subito per impedire che potesse formarsi qualche cosa di definitivo fra loro due. Capì che doveva trovarsi anche lui con il morto e trascinarselo dietro, e occuparsi di lui. Perciò domandò se l’avesse ben nascosto, con la voce un po’ rauca.»

La generazione che non perdona è un romanzo umanissimo, in cui la coscienza del singolo viene esaltata attraverso le sue contraddizioni. Questi giovani sono divisi tra il senso di colpa verso ciò che stanno per compiere, l’amara consapevolezza del destino verso cui stanno andando incontro e l’incrollabile dovere umano prima che morale. Quel perdono del titolo che loro non possono concedere non potrà neppure essere concesso loro, e in questa crudele verità risiede forse la distanza siderale tra Stefano Terra e gli intellettuali che male accolsero questo romanzo. Terra mise da parte ragioni storiche e divagazioni moralistiche, piegandole al dilemma interiore dell’uomo, pur non perdendo mai di vista quella concretezza storica che lo distinse da molti dei suoi contemporanei.

  1. Dal dialogo tra Franco Calamandrei e Stefano Terra, pubblicato per la prima volta su Paese Sera nel 1979 e riportato nell’edizione Cliquot. ↩︎

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