Search
Close this search box.

Un anno dopo, la mia valle nel virus che non va dimenticata



C’è una data che i cittadini bergamaschi e in modo particolare quelli della Valle Seriana non dimenticheranno mai: è il 23 febbraio 2020, domenica in cui il Coronavirus divenne purtroppo una realtà tangibile. Dopo il paziente 1, Mattia Maestri, scoperto a Codogno nella vicina provincia di Lodi solo due giorni prima, in terra bergamasca quella domenica di carnevale baciata dal sole si scoprì che il nuovo virus cinese, quello che fino a poche ore prima sembrava essere una minaccia lontana, si era già subdolamente diffuso nel territorio.
Ma se quella del paziente 1 è anche la storia a lieto fine di un ospedale chiuso e sanificato, la storia del conferimento di diversi riconoscimenti alla dottoressa che fece il primo tampone e la storia della guarigione di Mattia, c’è un’altra storia da non dimenticare: quella della provincia di Bergamo, una delle zone più colpite al mondo dalla prima ondata di quella che sarebbe diventata una pandemia mondiale.

Valle
Terapia intensiva dell’Ospedale Papa Giovanni di Bergamo 

E tutto inizia da quel 23 febbraio: dai due tamponi risultati positivi all’ospedale di Alzano Lombardo, in bassa Valle, a pochi chilometri da Bergamo, e dalle decine di persone con sintomi da Covid19 ricoverate da giorni nello stesso ospedale o curate a casa.
Quella data fu solo il preludio di una strage imminente che in poche settimane portò via circa 6000 persone in tutta la provincia di Bergamo, stando ai dati ufficiali ISTAT, registrando in alcuni comuni tassi di mortalità – rispetto agli anni precedenti – vicino al 1000%. Prendiamo ad esempio il caso di Nembro, comune della bassa Valle al centro della mancata zona rossa, dove nel mese di marzo 2020 si sono contati 121 morti a fronte degli 11 dello stesso periodo del 2019. E ancora: Albino con 99 morti a fronte di 12, Alzano con 83 a fronte di 8. La lista sarebbe infinta; i numeri dei deceduti per Coronavirus a marzo e aprile 2020 tra l’altro sono sottostimati vista la mancanza di tamponi che poteva attestare la positività dei soggetti malati.
Parte da qui dunque, da quel 23 febbraio, La valle nel virus, il libro che io e Davide Sapienza, scrittore e amico che in Valle vive da molti anni, non avremmo mai voluto scrivere. Essendo però testimoni e reduci della strage bergamasca, abbiamo deciso di mettere tutto nero su bianco e di farlo subito con urgenza e immediatezza, senza filtri, per raccontare il dolore e lo sgomento con il giusto peso, senza fare sconti. Troppo facile sarebbe stato dimenticare, troppo comodo per chi ha responsabilità tentare di tramandare un’altra storia. Quella dello tsunami improvviso che tsunami non è stato. Perché in Valle Seriana e in bergamasca non è stata solo colpa del virus.

valle

UN ANNO DOPO, IMPOSSIBILE DIMENTICARE

Qui, nella splendida e amata Valle in cui vivo e dove ho scelto di fare uno dei lavori più belli del mondo, tutt’oggi è impossibile dimenticare. Oggi, a distanza di un anno esatto, mentre continuiamo a subire le mancanze e gli errori un apparato politico amministrativo inadeguato, è un dovere ricordare.
Un anno fa come oggi, 23 febbraio 2021, mentre voi leggete queste riflessioni noi cittadini della Valle Seriana avevamo appena scoperto quello che non avremmo mai voluto sapere: un post pubblicato su una pagina Facebook di un ente di primo soccorso alle 15 informava che il pronto soccorso dell’ospedale di Alzano Lombardo era stato chiuso per un’emergenza e di non recarsi per nessuno motivo. Ricordo perfettamente il momento in cui lessi quel post e, quando ebbi la conferma dagli operatori sanitari che si trattasse dei primi casi di Covid19, mi sentii gelare il sangue. Non tanto perché sapessi cos’era il Covid19 – erano ancora i giorni in cui il virus ci veniva descritto come poco più di una semplice influenza – ma perché non potevo dimenticare le immagini dell’ospedale costruito a Wuhan e perché nel lodigiano era stata istituita la prima zona rossa in Italia. Avevo la sensazione che tutto sarebbe presto sfuggito di mano. E purtroppo fu proprio così. Al contrario però della zona di Codogno dove l’ospedale venne chiuso, sanificato, dove vennero tamponati tutti e dove venne istituita la zona rossa (il tutto in meno di 48 ore), in bassa Valle Seriana non venne fatto nulla né il 23 febbraio né i giorni successivi. Seppure le persone iniziarono a morire come deboli foglie soffiate via dal vento, seppure gli ospedali arrivarono presto al collasso, seppure la gente cominciò a morire anche in casa senza cure, quello della bergamasca non era stato trattato come un focolaio. «State tranquilli, il virus colpisce solo i soggetti più anzi e fragili»: così ripetevano le autorità regionali e governative durante le conferenze stampa pomeridiane.
Ma qui la gente aveva già smesso di credere agli slogan istituzionali talmente tante erano le ambulanze che facevano su e giù dalla strada provinciale della Valle Seriana. Ben presto, alle interminabili sirene, cominciarono ad alternarsi le incessanti campane a morto e poi… poi il silenzio. Né più sirene, né più campane perché troppo era il dolore da sopportare. Poi il 18 marzo a Bergamo arrivarono i camion militari a portare via le bare che non ci stavano più da nessuna parte. Allora, di fronte a quell’immagine scioccante, il mondo si accorse di noi ma ormai era troppo tardi.

valle
I camion militari portano trasportano le bare da Bergamo, 18 marzo 2020

L’INCHIESTA IN CORSO

A tentare di restituire quantomeno la verità ai parenti delle vittime e a chi è sopravvissuto, l’inchiesta della Procura di Bergamo aperta a inizio aprile 2020. Il fascicolo per epidemia colposa, omicidio colposo e falso è in carico al Procuratore Aggiunto Maria Cristina Rota che, con un pool di magistrati e di consulenti, sta tentando di rispondere alle molte domande che tutt’oggi i cittadini si fanno. Come mai in bergamasca si è scatenato un cluster così violento? Le indicazioni fornite dal Governo e dalle Regione erano in linea con quanto dettato dall’Oms? Il piano pandemico non aggiornato del 2006, se attuato, avrebbe salvato vite? E ancora: la mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo e la mancata zona rossa hanno contribuito all’espansione del virus? Gli inquirenti stanno esaminando migliaia di documenti e hanno sentito centinaia di persone come testimoni. Il lungo lavoro di indagine però parte da molto prima del 23 febbraio: appunto si sta facendo chiarezza sul piano pandemico, sul ruolo dell’Oms e sulle direttive date dal Governo da gennaio in poi. L’attenzione è stata posta anche sulla partita Atalanta-Valencia, giocata a San Siro il 19 febbraio 2020, considerata uno degli eventi scatenanti con l’assembramento di migliaia di tifosi, non solo allo stadio ma anche nei locali e nelle abitazioni mentre il virus già circolava da tempo. Fondamentale è poi il comparto sanitario: a chi spettava fare cosa? È questa la domanda che il Procuratore di Bergamo Antonio Chiappani continua a farsi perché, prima di attribuire delle colpe, bisogna stabilire le responsabilità. Per fare questo i magistrati sono andati anche a Roma dove, per ben due volte, hanno sentito i vertici del Governo e del Ministero della Salute. Un lavoro spinoso, il loro, che si concluderà solo quando anche l’ultimo tassello di questa triste storia sarà messo al posto giusto.

valle
I parenti delle vittime fuori dalla Procura per presentare gli esposti 

LA VALLE NEL VIRUS

La valle nel virus è stato pubblicato ad inizio settembre 2020 per Edizioni Underground? Il testo si apre con una descrizione geopoetica della Valle Seriana a cura di Davide Sapienza per entrare poi nel vivo della cronaca di quei giorni di febbraio vissuti da me e Diego Percassi, rispettivamente direttore ed editore del giornale online per cui scrivo, Valseriana News. Il racconto è asciutto, senza fronzoli, e ricostruisce quelle ore drammatiche, anche grazie alle voci di testimoni interni ed esterni all’ospedale di Alzano Lombardo. Oltre alle voci dei parenti dei primi positivi, importate è il contributo del Comitato Noi Denunceremo, che raccoglie i parenti delle vittime e che ha presentato numerosi esposti. Infine il dottor Guido Marinoni, presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo in una dettagliata intervista spiega il completo abbandono della medicina territoriale dopo la Legge Regionale 23 del 2015, oggi oggetto di una revisione. Il volume affronta anche gli altri snodi cruciali delle prime settimane di gestione della pandemia che hanno portato al lockdown nazionale. Senza censure sono narrate le furtive audizioni dei politici regionali, in particolare quella dell’assessore al Welfare Giulio Gallera scappato dal retro del Palazzo della Procura. E ancora: la visita notturna del premier Giuseppe Conte il 27 aprile arrivato per la prima e unica volta nella città più martoriata al mondo a suon di sirene spiegate. Senza dimenticare la Messa da Requiem del 28 giugno al Cimitero Monumentale a cui parteciparono il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i rappresentati della politica ma alla quale non vennero ammessi i parenti dei defunti. La riflessione finale è di Diego Percassi e riguarda il ruolo del mondo dell’informazione e la necessità per la Valle Seriana di risollevarsi. Una necessità che si sente più che mai oggi, a distanza di un anno. Sarebbe potuto capitare ovunque ma è capitato qui, in questa Valle che non va dimenticata.






Immagini: Valseriana News

categorie
menu