Ormai è cosa nota a chiunque: Taylor Swift non è solo una cantante. Il suo straordinario successo ha ridefinito il concetto stesso di popstar, trasformandola in un prodotto in grado di muovere enormi quantità di denaro e allo stesso tempo catalizzare idee, opinioni e persino voti politici. Se è vero che i fenomeni di delirio collettivo vanno da sempre a braccetto con la musica pop – basti pensare a Elvis, ai Beatles, ai Duran Duran, a Madonna, ai Take That, fino ad arrivare a Beyoncé e agli One Direction – è altrettanto evidente che con il fenomeno Swift stiamo assistendo a qualcosa di nuovo, alla creazione di un modello più avanzato, una sorta di star 2.0. Al centro di questa evoluzione c’è il rapporto senza precedenti che la cantautrice è riuscita a costruire con il suo pubblico. Quando si osserva o si sente parlare i fan di Taylor Swift, i cosiddetti swifties, sembrano permeati da un particolare senso di comunità, uno spirito un po’ diverso rispetto a quello cui siamo abituati. Se il pubblico del pop mainstream è in genere guidato dal desiderio (anche sessuale) verso la star di turno, i fan di Swift, oltre a essere desessualizzati, più che volere s’illudono di ottenere qualcosa.
Stephanie Burt prova a raccontare e approfondire tutto questo nel saggio Taylor’s Version. Il genio poetico e musicale di Taylor Swift, pubblicato da nottetempo con la traduzione di Milena Sanfilippo. Burt è una critica letteraria transgender che il New York Times ha annoverato tra le più influenti della sua generazione; titolare di una cattedra di Inglese all’Università di Harvard, nella primavera del 2024 ha tenuto un corso interamente dedicato alle canzoni di Taylor Swift. Il saggio è il risultato di quel corso, un’analisi attenta e minuziosa di tutta la carriera della cantautrice, sia da un punto di vista tecnico/musicale – scelta dei giri armonici e struttura dei brani – sia poetico – collegamenti con le influenze più o meno consapevoli di Swift, dai giganti del country come Joni Mitchell, a poeti inglesi “classici” come John Keats e Alexander Pope.

Anche se si tratta di un libro accessibile a chiunque, di certo risulterà più apprezzabile per chi ha già dimestichezza con l’universo-Swift, mentre qualche non-fan potrà storcere il naso di fronte ad alcuni accostamenti con la cultura “alta”. Eppure l’approccio entusiasta di Burt offre degli spunti di riflessione che travalicano perfino il suo obiettivo di analisi. Fin dalle prime pagine, l’autrice mette in chiaro che lei è innanzitutto una swiftie, una fan sfegatata. La sua non è un’analisi condotta con la seriosità del docente o l’erudizione del critico, il suo saggio non è neutro, né oggettivo, potremmo anzi ironicamente definirlo militante.
Se l’analisi dei singoli brani ci chiarisce il percorso dell’artista, il tono generale ci dice qualcosa in più sulla nascita del culto a lei dedicato, talmente potente da invadere perfino l’ambito accademico, trasformando uno studio critico in una sorta di compendio teologico. L’adorazione viscerale di Burt per la sua beniamina trasuda da ogni pagina, l’autrice ne esalta a più riprese le qualità artistiche, le conferisce l’appellativo di “genio” adducendo valide motivazioni, la difende dai suoi detrattori confutando le critiche, ne giustifica gli errori di percorso e ne minimizza – pur evidenziandole – le contraddizioni. Emerge dunque il ritratto di una brava ragazza che ha lavorato duramente per diventare quello che nessuna popstar prima di lei era mai stata: la migliore amica di ogni singolo fan, un’amica ermeneutica dice Burt citando Allen Grossman – un’amica geniale, potremmo aggiungere noi.
Burt sottolinea più volte come Swift sia riuscita a ottenere questa sorta di effetto rendendosi allo stesso tempo aspirazionale e accessibile. Insomma da un lato un modello irraggiungibile, dall’altro – e contemporaneamente – una persona che chiunque può sentire vicina. La domanda che viene da porsi è: come ci è riuscita?
In gran parte delle sue canzoni Swift racconta di sé, dei suoi amori finiti, dei suoi stati d’animo in un determinato periodo della vita. Burt stessa afferma che è praticamente impossibile apprezzare e seguire la discografia di Swift senza conoscerne la biografia, quanto meno la parte relativa alle vicissitudini sentimentali. Facendo però un ulteriore e forse temerario passo in avanti, possiamo dedurre che la grande intuizione di Swift, una possibile chiave del suo successo, sia quella di aver creato una sorta di cantautorato social, dove ogni canzone può essere vista come una condivisione studiata, mediata, filtrata, di un pezzo di sé. I suoi brani hanno quasi la caratteristica di un post, con in più la potenza emotiva e trascinante della musica. Se è vero che Swift ha saputo usare le piattaforme sin dai loro albori, padroneggiando strumenti oggi quasi dimenticati come Myspace, ciò che potrebbe averla resa una star è stato unire il linguaggio musicale a quello dei social.

Questo spiegherebbe anche il motivo per il quale la fetta più grossa del pur eterogeneo fandom di Taylor Swift sia composta da ragazze e ragazzi della Gen-Z, quindi persone nate letteralmente dentro i social, che si sono immediatamente riconosciute non solo nelle storie vissute da Swift (gioie e delusioni comuni più o meno a tutti gli adolescenti) ma anche nel suo modo di condividerle. Se l’amore cantato dai Take That o Madonna era per lo più generico, quello narrato da Swift è incredibilmente specifico, molte canzoni sono legate a un vissuto preciso, a un ex-fidanzato di cui tutti sanno nome e cognome. Swift riesce così a restare vicina e allo stesso tempo inaccessibile, come un amico lontano su cui sei, grazie ai suoi post, costantemente aggiornato.
Swift però non smette mai di essere star, la sua ambizione non conosce limiti e dunque il successo la rende inevitabilmente un prodotto di sé stessa. Quel rapporto di lontananza-vicinanza allora non si esaurisce più nella metafora del social network, ma si eleva fino ad assumere i caratteri di una fede religiosa, laddove essere intimamente vicinissimi ma materialmente intoccabili è effettivamente una prerogativa degli dei. Se l’accostamento tra star e divinità è vecchio come il mondo, Swift con le sue canzoni, i suoi concerti, i suoi rituali (come i braccialetti dell’amicizia, indossati dagli swifties in occasione dei live) è riuscita a renderlo un pochino più aderente: idolo tra gli idoli, dea tra le dee, Taylor ha saputo rendersi più sacra degli altri.
Eppure c’è qualcosa che forse ancora le manca per assurgere definitivamente allo stato di artista divina, di artista-genio, come direbbe Burt, inteso stavolta nell’accezione di creatura magica, leggendaria, di quelle intrappolabili nelle lampade. Le canzoni di Swift sembrano non possedere ancora quella capacità di adattarsi ai tempi, di restare oltre le contingenze, di bastare a sé stesse man mano che la ragazza diventa donna. Lei stessa deve averne una qualche contezza, tant’è che ha reinciso interamente alcuni dei suoi primi dischi, aggiungendo al titolo la dicitura Taylor’s Version. Una scelta determinata certamente da motivi artistici e produttivi, ma che pure somiglia molto a un tentativo di rincorrere quell’immortalità che ancora le sfugge.