29.01.2026

Per tutte le volte che ci abbiamo provato…

Poteri occulti e Venezuela. Digressione sulla politica dell’Impero

[…] è indispensabile riempire gli spazi vuoti della nostra memoria collettiva,
dando ai poteri occulti la parte che meritano. 

Stefania Limiti, 2018 



Nel 2018, la Rubettino Editore portò all’attenzione dei lettori un piccolo saggio della giornalista Stefania Limiti dal titolo evocativo Poteri occulti. Nell’abisso di un dichiarato ritorno alla politica dell’Impero, appare quantomai illuminante ritornare sui passi di uno scritto che, con gran passione e puntuale cura, restituisce la lunga storia di soprusi e strategie occulte di un tempo, nelle sue tristi dinamiche, ancor non reso noto. 

Nella prefazione al volume, Enzo Ciconte ben sottolinea: 

«È conclusa la Guerra Fredda, non certo l’operatività dei poteri occulti. Quello che avvenne tra il 1992 e il 1994 con l’attivazione gigantesca di mafie e massonerie, di altre varie entità, è la prova migliore che quelle forze che avevano alzato la bandiera dell’anticomunismo erano ancora operative dopo la fine dell’URSS. Ciò ha una importanza rilevante perché era chiaro da tempo che il Pci non costituiva più un pericolo per la democrazia, ma l’allarme era stato tenuto in vita per giustificare attività illegali, invisibili, criminali di altra natura. E, infatti, i poteri occulti continuano a operare senza più una copertura ideologica e privi di una giustificazione formale1

potere

La più pervasiva realtà social (che del sociale, propriamente inteso, non conserva alcunché) e l’impiego distopico e prepotente, che i governi fanno dell’utilizzo diretto dei suoi canali, sono materia viva e fervente anche dell’ultimo intervento militare statunitense in Venezuela. È bastata la lunga diretta in conferenza stampa del presidente americano Donald Trump per ritornare candidamente alle parole espresse da Ciconte. Operare senza più una copertura ideologica e privi di una giustificazione formale – è quanto sarà venuto in mente agli spiriti meno avvezzi alle lusinghe di una propaganda martellante e diffusa, quando il Presidente ha espresso la decisa rivendicazione di appropriarsi dell’oro nero (e delle fabbriche, a suo dire, malmesse) del Paese latino-americano.

C’è un film capolavoro del 2001, diretto dal regista Michael Bay e dal titolo memorabile Pearl Harbor, che nel suo finale enfatico ricorda per mezzo delle parole della protagonista, la crocerossina Evelyn Johnson, quanto sia sempre il giorno dopo, l’alba del giorno dopo ad aprire la strada, e la vista, a quanto finalmente può apparire più chiaro e quanto, differentemente, resta e resterà per sempre celato. Per la grave vicenda che oggi vede protagonista, suo malgrado, il Venezuela, quella giornata è rappresentata dal 3 gennaio 2026 e dall’arrivo ammanettato, con chiare difficoltà nella discesa da un imponente aereo di stato statunitense, del suo presidente Nicolás Maduro.

Il corpo del capo, il dittatore per alcuni sconfitto nella sua affermazione del potere, è l’immagine somma e greve di una realtà geopolitica, che corteggia e rende sommo e lecito l’abisso. Ci si potrebbe chiedere se un mondo che avanza sempre più verso un metaverso iper-tecnologizzato, che non si cura delle piccole mani che muoiono nella ricerca del coltan, abbia in qualche modo il diritto di piombare nell’intimità di una dimora e imporre morte e catene. Si potrebbe tergiversare nell’interrogazione di quanto pericoloso sia aprire alla possibilità che il già fioco diritto internazionale venga sovrastato dalla scelta arbitraria del più potente di turno. Ci si potrebbe spaventare all’idea che sulla scena internazionale tornino giustificazioni e provette della condanna fittizie, come quelle per tempo sollevate dal Segretario di Stato statunitense Colin Powell (5 febbraio 2003). 

L’attuale intervento statunitense (definito di polizia) in Venezuela si colloca sulla lunga scia di almeno altri tre tentativi (decorsi negli ultimi trent’anni) volti ad appropriarsi della gestione del ricco Paese latino-americano. A motivar la scelta, il Presidente americano ha per mesi avanzato la narrazione di una partecipazione viva di Maduro all’attività di gestione e smercio di sostanze stupefacenti verso gli Stati Uniti. Dopo il canto assordante e a suon di propaganda della re-immigrazione, dopo le gabbie condite dai coccodrilli e una manciata di cappellini colorati e dagli slogan ferventi e assetati, la grande portaerei made in USA, sondando l’oceano, aveva già anticipato gli spettri del tentato finale. 

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Come insegna l’impegno appassionato e la missione contro l’operato delle mafie di magistrati e uomini di Stato del calibro di Nicola Gratteri, sull’America Latina, assieme allo sfruttamento di stampo chiaramente neocoloniale e imperialistico, muove tutta la prepotenza e violenza delle organizzazioni mafiose che, parimenti, governano un mondo diffusamente sporco. Una violenza e prepotenza criminale che per l’Italia ha il nome di una delle più sanguinose organizzazioni, la ‘Ndrangheta. 

Nel libro commemorativo per El Pibe de Oro, L’amico di Dio (2024)Mariano Israelit ha per tempo ricordato, con il sorriso e la commozione, quella che fu l’ospitalità offerta dal presidente cubano Fidel Castro ad Armando Maradona, ai tempi della tanto ricercata disintossicazione dagli stupefacenti. 

Come scriveva la Redazione del Fatto quotidiano, al tempo della morte del campione: 

«[…] Maradona è morto nello stesso giorno, a quattro anni di distanza, di colui che considerava un “secondo padre”, Fidel. Con il leader cubano aveva un rapporto stretto, nel quale l’ammirazione era reciproca in uno strano intreccio di passione politica e amore per lo sport. Era il 1987 quando El Pibe de Oro andò per la prima volta nell’isola. Poi negli anni della dipendenza dalla cocaina fu a Cuba […] che soggiornò per disintossicarsi e l’amicizia divenne sempre più stretta. «È il più grande della Storia», disse Diego di Fidel. «Sei il Che Guevara dello sport», ribatté il leader per il quale lo sport era un “diritto del popolo”. E Maradona lo prese in parola facendosi tatuare sulla spalla e sul polpaccio l’immagine dei due volti della Rivoluzione del 19592

Si potrebbe, a tal proposito, narrare delle copiose campagne contro l’assunzione di droghe portate avanti dalla dirigenza dell’isola cubana, ma si tralascerà questo aspetto per ragionare l’abisso che, sotto la morsa estera, ha nel tempo soffocato il canto e una vita, realmente libera, per l’America Latina. Tra le più ingegnosamente infernali limitazioni (nonché i decennali embarghi imposti dai più disparati presidenti USA) gli stati latino-americani, che non si sono arresi alla possibilità di diventare il giardino di casa statunitense, hanno sofferto e continuano a soffrire della pena e delle infamie decise e attribuite altrove. Per la più opportuna conoscenza – andando oltre il vel di propaganda che da sempre accompagna il tema in area europea – ci si dovrebbe appellare, non solo alla Dottrina Monroe (1823), ribattezzata da Trump per l’occasione come nuova dottrina Donroe (conferenza del 3 gennaio 2026) o, ancora, al Plan Condor per le Americhe del 1975, ma anche e soprattutto a una vicenda, ai più poco conosciuta, che Stefania Limiti ha ben ripercorso nel saggio primariamente annoverato.

Scrive Limiti, a proposito del luminoso Sessantotto e delle piazze animate da giovani e lavoratori: 

«[…] come è possibile che una intera generazione di giovani contestatori sia finita in fumo? – o riassorbita dai meccanismi di quel sistema che intendeva colpire a morte? Nell’estate del 1967 la CIA […] avviò una grande covert operation – che significa operazione condotta per interferire negli affari interni anche di uno Stato estero, con il massimo grado di riservatezza e tutela, anticamera dell’illegalità e l’arbitrio. L’operazione si chiamava in codice CHAOS, chiusa nel 1974 da quel che risulta dai documenti ufficiali. Consisteva nell’infiltrare, [per] provocazione, propri agenti o fiduciari all’interno di gruppi, associazioni e partiti dell’estrema sinistra extraparlamentare in Italia, Francia, Gran Bretagna, Spagna e Repubblica Federale tedesca. In sostanza, attraverso la diffusione di droghe sintetiche o del radicalismo, si tentò di inquinare e depotenziare il vasto movimento di protesta studentesco. In Italia ebbe una versione locale con l’Operazione Blu Moon, attuata dai servizi statunitensi e da strutture che facevano capo alle rappresentazioni ufficiali di quel Paese in Italia Nota3[…]»

Se l’iniziativa del buon potente di turno, soprattutto quando condita di narcisismo e spettacolarità, giunge decisamente affine alla dissimulazione delle profonde maglie degli interessi e dei più temerari affari, occorre munirsi del più spiccato raziocinio per proteggersi da un abisso, che nel farsi abisso, necessita realmente dell’abbandono e del pressappochismo di intere comunità.

Che fare allora?

Tenersi saldi sulle spalle, osservare l’uomo, osservare un uomo in catene e credere fermamente nella possibilità che la dignità non debba mai essere un lusso al di fuori concesso. 

Come asserì Norberto Bobbio, soffrendo tra le pagine dell’inchiesta parlamentare sulla P2, condotta dall’indimenticabile Tina Anselmi: 

«[…] la graduale sostituzione della rappresentanza degli interessi alla rappresentanza politica è una di queste. Ma rientra insieme con altre nel capitolo generale delle cosiddette trasformazioni della Democrazia. Il potere occulto no. Non trasforma la Democrazia, la perverte. Non la colpisce più o meno gravemente in uno dei suoi organi vitali, la uccide. Lo Stato invisibile è l’antitesi della DemocraziaNota4




Photo credits
In copertina Alejandro Cartagena, 
Fragmented Cities, Escobedo, 2005-2010. © Alejandro Cartagena


  1. Enzo Ciconte (a cura di), Prefazione, in Stefania Limiti, Poteri occulti, Rubettino Editore, Soveria Mannelli 2018, p.11.  ↩︎
  2. Redazione, Maradona, morto il 25 novembre come il suo “secondo padre” Fidel Castro e l’altro ribelle George Best, in «il Fatto Quotidiano.it», 26 novembre 2020.  ↩︎
  3. Stefania Limiti, Poteri occulti, op.cit., pp.27-28. ↩︎
  4. Norberto Bobbio in Stefania Limiti, Poteri occulti, op.cit., p.21. ↩︎
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