Nota. Quello che segue è un esperimento di formalizzazione deontica a scopo ricreativo, se ne scoraggia pertanto la diffusione o l’uso in contesti accademici.
Nota 2. Nel testo uso variamente la definizione di «book blogger», sapendo quanto è in odio ai book blogger, che ci tengono a non essere definiti book blogger: è la stessa dinamica aspirazionale per cui qualsiasi sicario di Herbalife o titolare di merceria vuole arrogarsi la definizione di «imprenditore».
Nella teoria degli Speech acts di John Searle «locutorio» è l’atto di produrre un enunciato con un dato contenuto proposizionale (articolo parole, costruisco una frase corretta dal punto di vista grammaticale, esprimo una qualsiasi proposizione p), «perlocutorio» indica invece l’effetto dell’atto sul destinatario (lo convince, lo spaventa, lo commuove, lo irrita ecc.). Un atto linguistico non si esaurisce nella sola enunciazione, chi lo compie gli assegna una forza: dal punto di vista del parlante una frase non si limita a «dire», una frase «agisce», «fa». Searle lo chiama atto «illocutorio»: promettere, ordinare, domandare, ringraziare, ognuno di questi atti ha una forza illocutoria (oltre a un ovvio contenuto proposizionale), regole costitutive e soprattutto intenzionalità.
Immaginiamo per un momento che «leggere» non sia un processo cognitivo in cui qualcuno ricava qualcosa da un testo ma, rovesciando Searle, un «atto illocutorio» che agisce sul testo, cambiandone lo stato. Niente come la clamorosa performatività della lettura propagata oggi dai social network ci autorizza ad assumere una posizione teoricamente forte:
Un testo non possiede uno stato ontologico indipendente dalla lettura. La sua esistenza è condizionata dall’atto che lo attualizza.

Nei termini di Searle significa individuare un testo come entità deontica: non un oggetto fisico, ma un oggetto istituzionale la cui esistenza dipende da regole costitutive del tipo:
X conta come testo T nel contesto C della lettura L.
Dove la lettura L è la regola costitutiva che fa esistere il testo come testo. Quali sono le implicazioni? La prima è abbastanza evidente: la forza illocutoria della lettura – chiamiamola F – instaura il testo come un evento. A questo punto il contenuto proposizionale – chiamiamolo p – non è più «ciò che il testo dice», ma ciò che la lettura fa al testo: p = «il testo viene attualizzato in un nuovo stato interpretativo». Cos’altro succede? Che il testo passa dalla situazione di potenzialità a quella di attualità, assumendo una configurazione semantica determinata dall’atto della lettura: questa trasformazione è un cambiamento di stato che definiremo ΔS.
Secondo Searle, ogni atto illocutorio è definito da regole costitutive del tipo:
F(p) = l’atto di compiere F con contenuto p.
Noi qui introduciamo una nuova classe del tipo:
L(T) = l’atto di lettura L che instaura T (il testo) come evento.
Le cui regole costitutive saranno:
- RC1 – Attualizzazione L conta come attualizzazione di T nel contesto C.
- RC2 – Cambio di stato Ogni L produce una trasformazione ΔS del testo T.
- RC3 – Non‑neutralità Non esiste lettura neutra: ogni L modifica T.
- RC4 – Indipendenza dalla correttezza L è illocutoria anche se p è errato, incompleto o incoerente.
L’ultima, in particolare è quella che ci più interessa, perché generalizza la possibilità del nostro atto illocutorio inverso: non ciò che l’enunciato fa al lettore, ma ciò che il lettore fa all’enunciato. In questa chiave anche quando fraintendo un testo sto compiendo un atto illocutorio, perché:
- Avviene una modifica ΔS del testo.
- Si produce una nuova configurazione semantica.
- Si instaura un mondo interpretativo alternativo.
- Il testo viene ricollocato in un nuovo contesto C’.
Parliamo di lettura fraintesa e introduciamo la variabile adeguata. Se dunque L è l’atto di lettura e F è il fraintendimento, allora:
L(F(T)) = ΔS(T)
dove ΔS(T) ≠ ΔS(T) previsto dal contenuto proposizionale del testo. Questo è interessante perché suppone ab origine per il testo T la facoltà di soggiacere a un qualsiasi ΔS (previsto dal suo contenuto proposizionale). Più interessante ancora rilevare che perfino il fraintendimento è un operatore trasformativo del testo.
Facciamo due esempi estremi. Immaginiamo un contenuto formale previsto ma nascosto, anche maniacalmente nascosto, in un testo T. È il caso della lettura della Commedia che dà Charles S. Singleton nel saggio Il numero del poeta al centro. Il critico americano scopre che al centro esatto dell’opera dantesca ci sono sei canti che per numero di versi «incorniciano» simmetricamente (tre prima e tre dopo) il canto centrale di tutta l’opera. Questa condizione architettonica è unica nella Commedia, è predisposta accuratamente da Dante, ma per sette secoli fino a Singleton non se n’è accorto nessuno. La lettura illocutoria di Singleton costringe il poema a rivelare un significato ulteriore e una progettualità «segreta» che poi è tipicamente medievale (chi la vede quella microstruttura occulta? La vede Dio). Una condizione formale di T (Commedia) diventa contenuto proposizionale in L (Singleton), la comunità dei lettori la accetta nel contesto C (la critica dantesca), istituzionalizzando la simmetria come significato riconosciuto nell’opera.

Ora l’esempio opposto: il book blogger-bookinfluencer-progettista-emotivo Simone D’Ercole, mentre propone in un video di pochi secondi tre libri «da leggere quando non sai più chi sei: squarciano davvero la solitudine per restituirti la vita». Da un punto di vista searliano, la forza illocutoria dei due atti può sembrare equivalente, anche l’assoluta non-comprensione dei testi che si fa «atto» nei video di Simone D’Ercole possiamo dire che a) sospende il contenuto proposizionale; b) apre uno spazio semantico indeterminato; c) formula un nuovo stato T° del testo. Attenzione: con non-comprensione non si intende un deficit, quanto il fatto che nei suoi video Simone D’Ercole non parla mai puntualmente dei testi.
Andiamo a formalizzare il caso specifico: se N è la non‑comprensione (o non-comprensività), ecco che:
L(N(T)) = T°
dove T° è uno stato del testo caratterizzato da incompletezza, indeterminazione, potenzialità semantica dirottata fuori dal testo T (Simone D’Ercole parla di sé stesso, o del suo generico follower: questo libro ti farà davvero… proposizione illocutoria al quadrato!). Ora però proviamo a generalizzare la teoria, che per funzionare dovrebbe includere sia il rigoroso Singleton sia il divagante D’Ercole:
Ogni atto di lettura L è un atto illocutorio che instaura il testo T come evento, producendo un cambiamento di stato ΔS(T) indipendente dalla correttezza o dall’acume interpretativo. Il fraintendimento e la non‑comprensione sono atti illocutori inversi che trasformano T in stati T’ e T° secondo le regole costitutive RC1–RC4.
Così formulata, la nostra teoria incorpora alcuni aggiustamenti epistemici che mancavano all’inizio. Siamo partiti dal riconoscere che un testo non è un oggetto ma un processo istituzionale. Da qui la lettura come produzione di stati del testo. Adesso la parte decisiva: l’interpretazione sensata o intelligente non è privilegiata. Il lettore è un agente illocutorio. Il testo è una funzione dell’atto.
Non ci resta che applicare la teoria a un book blogger-bookinfluencer-progettista-emotivo da diciamo 500.000 follower. Abbiamo detto che ogni lettura L produce un cambiamento di stato ΔS(T) del testo T. Nel caso in questione:
- L non è un atto privato.
- L è un atto pubblico.
- L è un atto istituzionale (nel senso di Searle: crea fatti sociali).
- L è un atto iterabile (Derrida): viene replicato dai follower.
Il nostro book-quello-che-è prende a questo punto la fisionomia di un agente illocutorio amplificato, con capacità di istituzionalizzare il proprio ΔS(T) presso 500.000 persone. Che non vuol dire semplicemente «magnetizzare una massa di coglioni». Andando nelle conseguenze formali ecco che: se L è l’atto di lettura del book blogger, e F è il fraintendimento, allora:
L(F(T)) = ΔS₍dist₎(T)
dove ΔS₍dist₎(T) è il nuovo stato del testo, e non corrisponde al contenuto proposizionale originario ma diventa lo stato istituzionale del testo nella comunità. Questo ci conferma, peraltro, che il fraintendimento non si stabilizza come semplice errore cognitivo ma è un operatore trasformativo che produce un testo T′. Al punto successivo si dovrebbero osservare gli effetti sulla community del nostro book-illocutory-agent. Ed è piuttosto chiaro che la community di 500.000 follower non riceve il testo T: riceve T′, cioè il testo trasformato dall’atto illocutorio del book blogger. Su questo T′ lavora il follower, e ognuno dei follower. Formalmente:
∀u ∈ Community, L₍u₎ (T’) = T”
Ovvero: per ogni individuo u appartenente alla Community, l’atto di lettura di u applicato al testo T’ produce il nuovo stato del testo T”.
Dove T′′ è insieme una iterazione del fraintendimento, una stabilizzazione del nuovo stato del testo, e in particolare un’istituzionalizzazione del ΔS₍dist₎(T). La community ora agisce come un corpo illocutorio collettivo, che si allontana sempre di più dall’originale T, mentre il testo T′ del book blogger-ecc. va a confermarsi come normativo (perché socialmente reale o comunque percepito come tale) e culturalmente operativo. Come è del resto ovvio la community non riceve più T o una parte proposizionalmente sensata di T, riceve le proposizioni illocutorie del book blogger.
Il mondo – mi si passi il termine – così instaurato tende a essere (per le note dinamiche algoritmiche) semplificato, estetizzato, moralizzato, privo di complessità, orientato alla performatività social. A furia di interazione e a giudicare dai commenti sul profilo Instagram dei «progetti emotivi» alla Simone D’Ercole, questo mondo è in competizione (quando va male) o in collaborazione (quando va bene) con l’ambiente cognitivo dei follower. E senz’altro orienta – altrimenti perché parlare di influencer? – il rapporto dei follower con altre dimensioni cognitive. Nella bolla, il nostro book blogger assurge a fonte primaria, ovvero a garante di senso e agente costitutivo del testo. La sua lettura non-comprensiva o le sue performance di self-help emotivo non sono più un’opinione, ma atti istituzionali che definiscono la natura del testo. A sua volta la community, reiterando T′, produce T”, T”‘, T(n), cioè una catena di stati del testo sempre più distanti da T.
Mettiamo il tutto a teorema:
In presenza di un book blogger con 500.000 follower, l’atto illocutorio deformante produce un nuovo stato istituzionale del testo che viene adottato dalla comunità come normativo. Il fraintendimento si stabilizza come mondo interpretativo condiviso, generando una catena di stati T′, T′′, T′′′ che sostituiscono T e ridefiniscono l’orizzonte cognitivo della community.
Cioè la massa di coglioni magnetizzata dal book-coso diventa a sua volta operativa in una sorta di cascata o deriva matematica che è quella dei modelli epidemiologici, e si spera non oltre il punto critico in cui l’orizzonte cognitivo della community finisce per coincidere univocamente col contenuto proposizionale «eccoci: siamo una massa di coglioni impegnata a rincoglionire per catene di stati successivi».
Aggiungiamo un piccolo corollario non formalizzato: su un ipotetico modello epidemiologico fa comunque meno danni un Simone D’Ercole da mezzo milione di follower del wannabe-influencer-dei-libri da dieci/quindicimila – costui convince con più facilità altri aspiranti «divulgatori» che quello sia un mestiere, che sia figo, che «si può fare».