07.05.2026

La metafora della formica. L’arte visiva di Edgar Calel

Un’esplorazione delle mani e della mente di un artigiano dell’arte

Per le incontaminate terre e gli occhi indigeni dei suoi abitanti, il presagio del peggio figurò nella sagoma sofferente di schiavi portati dal mare e innumerevoli sacchi di sale che, di peso, affliggevano le loro spalle e le loro carni. Il resoconto tragico e spietato di una lunga storia di sfruttamento e saccheggio è stato sommamente restituito dalle pagine commoventi di Le vene aperte dell’America Latina (1971), l’opera maestosa e ostinata dell’indimenticato Eduardo Galeano (Montevideo,1940 – 2015) . Evocando il colore e il sapore acre di un indicibile itinerario della conquista, lo scrittore uruguaiano ricorda:

«Dalla piantagione coloniale, subordinata alle necessità straniere e in molti casi finanziata dall’estero, deriva in linea diretta il latifondo dei giorni nostri. E il latifondo è uno dei colli di bottiglia produttivi che strangolano lo sviluppo economico dell’America Latina, nonché uno dei fattori primordiali di emarginazione e povertà della popolazione latinoamericana. […] Quanto più un prodotto è richiesto sul mercato mondiale, maggiore è la disgrazia che esso porta al popolo latinoamericano, che lo crea con il proprio sacrificio. […] Dove tutto germogliava con esuberante vigore, il latifondo zuccheriero, dominatore e distruttivo, lasciò soltanto rocce sterili, suoli dilavati, terre erose. Il tappeto vegetale, la flora e la fauna vennero sacrificati, sull’altare della monocultura, alla canna da zucchero1».

Evocando il macigno e le ferite sanguinanti di una triste storia di ingessate disuguaglianze, l’artista visivo Edgar Calel (Chi Xot, Guatemala, 1987) fa approdo alla Kunsthalle Bern nella promessa di figurar per l’animo il disagio portato dall’agire egoista di un sistema umano, assetato di gloria e di un potere sconfinato. Dedicando il far dell’arte all’agire minuzioso, relazionale e invisibile delle formiche, Calel restituisce una patina di rame e di oro alla presenza maestosa e tristemente poco considerata di quanti son sfruttati in un lavoro senza sosta e orizzonti godibili.

Edgar Calel. Bergen Kunsthall (Photo by Thor Br)

Tra le mani e nella mente di un artigiano dell’arte, che ha scelto di relazionare la sua pratica entro la comunità indigena di Maya-Kakchiquel, la presenza della formica si fa metafora del lavoro iper-sfruttato, maltrattato e reso insopportabile sulla pelle di donne, uomini e bambini costretti da secoli alla macchina infernale di uno sfruttamento colonialista, crudele e corrotto. Appellandosi ai crimini commessi dagli emissari delle grandi potenze europee, accanitisi sulle carni torturate degli indigeni e dei nuovi schiavi provenienti dall’Africa, Galeano ebbe parimenti modo di riscontrare:  

All’inizio del XVIII secolo, mentre nelle isole inglesi gli schiavi colpevoli di reati morivano stritolati dai tamburi dei frantoi della canna da zucchero, e quelli delle colonie francesi venivano bruciati vivi o sottoposti al supplizio della ruota, il gesuita Antonil rivolgeva tenere raccomandazioni ai proprietari degli zuccherifici brasiliani, invitandoli a evitare eccessi simili: «Non si deve assolutamente permettere agli amministratori di dar calci, soprattutto nella pancia, alle donne incinte, né di dar bastonate agli schiavi, perché nella collera non si misurano i colpi, col rischio di ferire alla testa uno schiavo efficiente, che vale molti soldi, e di perderlo».

A Cuba, i caporali picchiavano con la frustra di cuoio o di canapa la schiena delle schiave incinte che avevano commesso un qualche errore; ma non prima di farle distendere bocconi, con la pancia in un buco, per non rovinare la merce2. Tra un ricamo realizzato in lode di un’antica tradizione comunitaria e il percorso emozionale restituito per mezzo di cumuli di sale, Edgar Calel indirizza una riflessione partecipata sull’azione quotidiana, e spesso non propriamente consapevole, dell’agire umano.

Installation Photography Gathering Ground at Tate Modern, 2025

Se quella dello sfruttamento di suolo e corpi non è una storia da poter discernere dalle più piccole scelte di ogni giorno, va a un orizzonte collettivo, aperto e internazionale, l’invito a prestare ascolto a una costante e feconda interrogazione di carattere etico e partecipativo. Oltre «l’irresponsabilità della bolla», la vita rifulge della bellezza dell’ascolto e di un incontro richiedenti consapevolezza e viva empatia. Lungo le rotte di eterni conflitti, che drenano sangue soprattutto alla vita sofferente degli sfruttati di ogni angolo di mondo, la poetica di Calel abbozza maestosamente l’itinerario di un impegno per l’arte conscio della necessità di una ricevibile uguaglianza e di una incorruttibile giustizia.

Edgar Calel Between Markus Gradwohl

Tra coloro che devastarono le terre più fertili con metodi brutali c’erano personaggi di raffinata cultura europea, che sapevano riconoscere un Bruegel autentico e avevano i mezzi per comprarlo; dai loro frequenti viaggi a Parigi portavano vasi etruschi e anfore greche, tessuti francesi e paraventi Ming, paesaggi e ritratti degli artisti inglesi più quotati3. Intessendo il tratto focoso di una luce intenta a scorrere controcorrente giù dall’altura del vulcano, Edgar Calel intona la preghiera laica di una partecipazione umanitaria da volersi in risveglio rispetto a una diffusa pigrizia, che sa di indifferenza e distratta connivenza. Probabilmente, un’alternativa visiva al mito disonesto di una crescita senza fine e nessuna conseguenza4

  1. Eduardo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, Edizioni SUR, Roma 2021, pp.131-133. ↩︎
  2. Ivi, pp.167-168. ↩︎
  3. [1] Ivi, p.144. ↩︎
  4. La personale d’artista sarà fruibile sino al 10 maggio 2026 negli spazi estesi della Kunsthalle di Berna, in Svizzera. Per ulteriori informazioni si rimanda ai canali ufficiali dell’istituzione museale ↩︎

In copertina: Edgar Calel exhibition view, 2026, Kunsthalle Bern, Svizzera

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