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Contengo moltitudini. Per una riscoperta di Bob Dylan



C’è una striscia dei Peanuts in cui si vedono le teste di Linus e Charlie Brown sporgere da un muretto. I due guardano davanti a sé con aria trasognata. Linus dice: “Bob Dylan compirà trent’anni questo mese”. Silenzio. Charlie Brown gira il tondo testone verso l’amico poi fissa di nuovo il vuoto davanti a sé con un’espressione angosciata sul volto e dice: “È la cosa più deprimente che abbia mai sentito”. Questo mese Bob Dylan di anni ne compie ottanta, mentre Charlie Brown e Linus rimangono eternamente bambini. È una cosa deprimente? Be’, in parte sì, perché se Bob Dylan invecchia, vuol dire che anche noi invecchiamo. È doloroso immaginarci come suoi orfani. Inevitabilmente ci chiediamo: scriverà altre canzoni? darà altri concerti? quando avrà fine, a dispetto del suo nome, il never ending tour? Mi ha fatto una certa pena vedere il video di un concerto del 2019 a Vienna in cui Dylan inciampa su una cassa e quasi rovina a terra. Dylan è un anziano signore che ha rinunciato a suonare la chitarra perché le sue dita non sono più abbastanza svelte, un nonnetto che può perdere l’equilibrio. Sulla sua voce si è depositato uno spesso strato di ruggine, il suo volto è incartapecorito. Eppure, che Dylan compia ottant’anni ha anche qualcosa di consolante, di rassicurante: se persino lui invecchia, anche noi possiamo tollerare di invecchiare e, al limite, di morire. 

Dylan

Inevitabilmente l’ottantesimo compleanno di Dylan è l’occasione per celebrare il festeggiato. Non intendo però propinarvi l’ennesimo incensamento. Prima di tutto perché Dylan non ne ha bisogno. E poi perché io non sono degno nemmeno di slacciargli i sandali o, per meglio dire, di sfilargli gli stivali. Il modo migliore di festeggiare Dylan è ascoltare la sua musica e magari scoprire dischi considerati minori e perciò trascurati dal grande pubblico. Uno di questi è Street Legal, pubblicato nel giugno del 1978 e accolto malissimo dalla critica. La stroncatura di Greil Marcus apparsa su Rolling Stone, benché non così distruttiva come quella a Self Portrait («What is this shit?»), è comunque impietosa: la maggior parte del disco è aria fritta, la qualità della produzione mediocre, la musica suonata in modo indifferente, la voce di Dylan falsa, le canzoni brutte, intrise di misoginia, vacue. Dylan fu accusato di aver fatto un disco commerciale e di aver imboccato «the route to Las Vegas». 

Inutile dire che non sono affatto d’accordo con Marcus. Street Legal è forse un disco minore, ma non per questo mediocre. È certamente uno degli album più scopertamente autobiografici di Dylan, in cui egli dà voce al proprio straniamento, al senso di perdita e di esilio. I «sixteen years» con cui comincia Changing of the Guards, il titolo di apertura del disco, è un riferimento al tempo trascorso dal suo primo disco nel 1962 e quindi la canzone e l’intero album possono essere interpretati come un bilancio esistenziale dell’autore che ha passato da poco “il mezzo del cammino” della sua vita. Forse è utile ricordare che quando Dylan lo compone, si è conclusa da poco la vicenda giudiziaria del suo divorzio con Sara, il film Renaldo and Clara ha avuto un’accoglienza pessima e la tournée americana è stata un mezzo fiasco. Senza voler dare una interpretazione in chiave biografica dell’album, è indubbio che le canzoni di Street Legal sono dominate da un sentimento di disperazione, di sbandamento, di confusione, di attesa, tutti sentimenti che poi si risolveranno nel messaggio di speranza e di fede dei tre dischi successivi: Slow Train Coming, Saved e Shot of Love

Dylan

Si tratta quindi di un lavoro in cui Dylan non solo traccia un bilancio, ma annuncia anche un cambiamento e una transizione, uno dei tanti «changing of the guards» di cui sono costellate la sua vita e la sua carriera di musicista. In Street Legal si ritrovano certi echi del precedente e molto più noto Desire e chiare anticipazioni dei famigerati dischi cristiani degli anni 1979-1981. Il disco anticipa la trilogia cristiana innanzi tutto a livello musicale con l’introduzione di elementi gospel e la presenza di un coro di tre voci nere. Ma lo fa anche nell’immaginario poetico e religioso. Non è certo la prima volta che Dylan scrive canzoni religiose. La sua immersione nella musica popolare americana, dal folk al blues al gospel, implica necessariamente l’attraversamento e l’esplorazione delle radici religiose di quelle tradizioni musicali. Musica e religione sono in qualche modo inscindibili. La tanto contestata conversione al cristianesimo dell’ebreo Dylan può essere letta proprio come l’estrema conseguenza della sua volontà di possedere il black blues e il gospel blues dall’interno ed essere posseduto da loro. In altri termini, di identificarsi totalmente con quella musica. La conversione di Dylan mi ha fatto sempre pensare all’imperatore del IV secolo Giuliano detto L’apostata. Giuliano era cresciuto nella fede cristiana e in età adulta si era convertito al paganesimo (perciò i cristiani gli affibbiarono quel soprannome infamante). Da imperatore aveva emanato un decreto contro i maestri cristiani vietando loro di insegnare la letteratura pagana. Il suo ragionamento era semplice e incontrovertibile: come è possibile insegnare Omero se non si crede a Zeus, Atena, Era e a tutti gli dèi che popolano l’Iliade e l’Odissea? Per i cristiani era possibile, perché distinguono tra lo spirito e la lettera, tra letteratura e verità. Ma Giuliano non accettava questa distinzione. E mi pare che anche Dylan non l’abbia accettata. Certo, non era possibile per lui farsi nero, diventare Robert Johnson o Blind Willie McTell per suonare il black blues. Era possibile però farsi cristiano per suonare il gospel blues, per afferrare l’anima di quella musica.

Ma con Street Legal Dylan è ancora nella fase dell’avvicinamento, è un God-fearer che non ha ancora fatto il passo della conversione. È, proprio come Dante, un’anima in esilio, smarrita in una foresta di simboli. Procede a tentoni cercando la propria via di salvezza in direzioni diverse, non soltanto in quella cristiana, e affidandosi a guide disparate, ora una Beatrice velata (Changing of the Guards) ora un impenetrabile Señor, protagonista dell’omonima canzone, forse la più bella di  quel disco e la sola che Dylan abbia continuato a suonare nei concerti. Un’immagine presente già in Desire e poi ripresa, che ben traduce il sincretismo religioso di Dylan in quegli anni, è quella dei tarocchi. Sul retro della copertina di Desire figura la carta dell’Imperatrice, identificata con Iside, che è anche il titolo (Isis) di una delle canzoni più celebri e misteriose dell’album. Allusioni a Iside si trovano anche in Street Legal, in Changing of the Guards

They shaved her head
She was torn between Jupiter and Apollo
A messenger arrived with a black nightingale
I seen her on the stairs and I couldn’t help but follow,
Follow her down past the fountain where they lifted her veil

Il sollevamento del velo della dea è un motivo tipico della tradizione esoterica per indicare il disvelamento dei segreti della natura e la scoperta della verità da parte dell’iniziato. Potrebbe essere identificata con Isis anche la Sacerdotessa che compare nei versi di No Time to Think: «Judges will haunt you, the country priestess will want you. Her worst is better than best».
L’immagine rimanda alla carta chiamata The High Priestess, la Somma Sacerdotessa, identificata anche con la Sacerdotessa di Iside nei tarocchi illustrati da Pamela Colman Smith, quelli utilizzati da Dylan per la copertina di Desire.

L’iconografia dei tarocchi è di per sé una miscela sincretistica di elementi cristiani, ebraici e pagani, in particolare egizi, che assumono significati esoterici. Si prenda ad esempio la già menzionata carta della High Priestess: essa si presenta come una donna con un lungo velo azzurro che calpesta una mezzaluna, incoronata da un copricapo che richiama sia la tiara papale sia il diadema di Iside, con una croce sul petto, un rotolo in grembo con sopra scritto Tora. Il trono della Sacerdotessa si trova tra due colonne con sopra le lettere J e B, che stanno per Jachin e Boaz. Si tratta di due colonne del Tempio di Salomone (1 Re 7:15, 1 Re 7:21; 2 Re 11:14; 23:3). Dietro il trono, teso tra le due colonne, il velo del Tempio su cui sono raffigurate palme e melograni. Esso può anche essere interpretato come il velo di Iside, la cui origine si fa risalire a un passo del De Iside et Osiride di Plutarco (cap. 9). In realtà Plutarco parla di una statua di Iside a Sais che riportava l’iscrizione: «Io sono tutto ciò che è stato, ciò che è, ciò che sarà; e nessun mortale mai scoprì il mio velo». In ogni caso la tradizione del velo di Iside come emblema esoterico si diffonde nel XVIII secolo e ha una grande fortuna nella letteratura romantica e in quella esoterica. Il libro di Madame Blavatsky, la più celebre teosofa fin de siècle, si intitolava significativamente Isis Unveiled, a master key to the mysteries of ancient and modern science and theology. Non è escluso che sia capitato in mano a Dylan.

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I tarocchi svolgono un ruolo importante in Steet Legal non solo come repertorio di immagini e simboli religiosi, ma anche a livello di tecnica compositiva. Canzoni come Changing of the Guards e No Time to Think sembrano descrizioni di un mazzo sparso davanti all’autore, con il loro vorticoso avvicendarsi di figure giustapposte. Ma all’immagine dei tarocchi possiamo assegnare anche un valore più ampio e in essa compendiare l’intera esistenza di Dylan, la sua vita artistica, le sue molte maschere, le sperimentazioni musicali, la tormentata ricerca religiosa, la tumultuosa vicenda sentimentale. Dylan è un mazzo di tarocchi da cui ha trascelto di volta in volta la carta con cui identificarsi, il lato della sua persona (che in latino significa maschera) da mostrare al pubblico. Dylan è, come gli eteronimi di Pessoa, una sola moltitudine e, come Walt Whitman, contiene moltitudini. Il verso di Whitman I Contain Moltitudes dà il titolo a una magnifica canzone dell’ultimo album, Rough and Rowdy Ways (2020). Nella sua vasta personalità egli sa tenere insieme le cose e i personaggi più disparati e inconciliabili: Edgar Allan Poe e William Blake, Anne Frank e Indiana Jones, le sonate di Beethoven e i preludi di Chopin, perché:

I’m a man of contradictions, I’m a man of many moods
I contain multitudes

Così, nel giorno del suo compleanno, ci chiediamo quale sarà la prossima carta che estrarrà dal suo sterminato mazzo di tarocchi. E non possiamo che augurargli e augurarci che l’Arcano senza nome venga il più tardi possibile. Al limite, mai. Happy birthday, Mr Dylan. 




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