12.10.2026

Unica Zürn, attraversando la primavera oscura

Sul confine tra creazione e trauma, un ritratto dell’artista e scrittrice surrealista

Ero a Parigi da pochi giorni. La mattina, all’ora in cui aprivano, arrivavo agli archivi dove facevo una ricerca e, all’ora di chiusura, me ne tornavo a casa. Era luglio dell’anno scorso. All’uscita i marciapiedi sudavano, il calore che mi ero risparmiata durante il giorno, mentre ero chiusa in quei luoghi poco frequentati, saliva dall’asfalto e si avvinghiava alle gambe.
Una sera che, finalmente varcata la soglia, l’aria mi era sembrata meno feroce, mi avventurai verso l’arrondissement confinante, e raggiunsi la libreria di Colette. La frequentavo da quasi trent’anni; dai saluti formali di quando ero una giovane studentessa di provincia, eravamo passate con una certa cautela a brevi frasi di circostanza, qualche sorriso e scambio letterario nel momento di maggiore confidenza. Poi, diversi anni dopo, quando le avevo annunciato di aver scritto un saggio dedicato a Irène Némirovsky, Madame Colette mi aveva sorpresa con un miracolo evangelico: in pochi istanti il suo sangue si era trasformato in ghiaccio, aveva contorto ogni ruga che le spiegazzava il volto in una smorfia di disgusto e aveva chiuso lo scambio con un indispettito «Ma non importa più a nessuno!». Poi aveva abbassato testa e spalle nella copia staffetta dell’ultimo romanzo di Laurent Mauvigner aperta a metà. Ricordavo che lo scrittore era una sua grande passione, e sarà stato anche per quello che, da quel momento, non sono più riuscita a leggerne nemmeno una riga. Comunque, in quel tardo pomeriggio del luglio di un anno fa, dopo che agli archivi avevo letto alcune lettere di Irène in cui reclamava una serie di crediti, entrai in libreria. Trovai Colette stretta nell’ennesimo meraviglioso tailleur di Christian Dior («Non c’è stata altra moda al di fuori della sua» aveva sentenziato anni prima dopo che avevo tentato di elogiare l’arte di Giorgio Armani che avevo incrociato la sera prima sulle scale mobili del Beaubourg, lui scendeva, io salivo, «Grazie», gli avevo mormorato, lui aveva sorriso).
Era in piedi accanto alla cassa che parlava animatamente con un signore di spalle. «Le ripeto: la sua è un’ottima scelta, è un libro assolutamente imprescindibile», e aveva battuto lo scontrino con un sorriso che le aveva squarciato in due il volto abbronzato. Feci un passo in avanti. È più forte di me, non ci posso fare niente: quando sono in metro, in treno, in coda dal medico, o al pronto soccorso, anche nella peggiore delle situazioni, io devo sapere cosa sta leggendo chi mi sta intorno; poi, in base al risultato della ricerca e a qualche altro dettaglio più di matrice lombrosiana, mi faccio una precisa idea della persona che ho davanti, ne immagino la vita nei dettagli, cosa mangerà per cena, se si lava, se ha pagato il biglietto del bus, se ha ancora i genitori o è divorziato, dando vita a simpatie irresistibili o a odi viscerali («Ma come si fa a leggere un libro con una copertina così brutta?»).

Unica Zürn
Unica Zürn ritratta da Man Ray, 1956

Quel pomeriggio, nascosta dietro ciglia artificiali ogni anno più folte, Madame aveva palesemente finto di non vedere né me né il cenno di saluto che le avevo rivolto. Mi chiedevo che libro potesse mai essere quello che aveva magnificato e per il quale aveva addirittura sorriso mostrando due scintillanti file di denti porcellanati. Non ero riuscita a vedere altro: il cliente aveva lesto infilato il volumetto in tasca. Quando toccò a me si comportò come se non mi avesse mai vista prima, «Irène Némirovsky è sempre stata divisiva», pensai. Quando con coraggio le chiesi di che libro stava parlando poc’anzi, sospirò disturbata e sibilò qualcosa di incomprensibile e un «e comunque di quello me ne restava una copia sola». Si alzò dalla sedia e – secondo miracolo – senza parlare mi chiese di seguirla. Ci ritrovammo fianco a fianco a osservare uno scaffale occupato da un nugolo di volumi, tutti diversi e di piccolo formato. Mentre l’intera libreria straripava di libri e riviste, in doppia e terza fila, pile per terra, negli angoli, sui tavoli, quello, realizzai solo in quell’istante, era l’unico ripiano con dello spazio libero, comodo, un discreto altare laico, senza fiori né foto, con solo una targhetta a indicare il nome a cui era dedicato: Unica Zürn (1916-1970). «Imprescindibile», aveva ripetuto Colette, mentre poco dopo le allungavo la carta di credito per pagare Primavera oscura (Dunkler Frühling, 1969), un libricino dalla elegante copertina grigio perla certa che, più tardi in metro, nessuno avrebbe potuto dubitare dei miei gusti librari.
La lettura di quel formidabile testo (di cui esce in questi giorni una bella edizione per la casa editrice Scaldasole di Milano), attraversato da lampi e intuizioni di bellezza sorprendente, a tratti inquietante, mi aveva spinta in ricerche che durarono fino all’alba, dopo una notte insonne, nella quale avevo ricevuto visite da fantasmi in carne ed ossa (prima di partire la padrona di casa aveva scordato di mettermi a parte di un accordo con la vicina e, poco dopo mezzanotte, mi ero ritrovata, nel bilocale, una giovane pallida che reggeva su entrambe le braccia stese in avanti lunghe lenzuola bianche, mentre, illuminata solamente dalla luce del lampione che filtrava attraverso la finestra, cercava di usare la lavatrice in cucina). La mattina dopo arrivai più tardi del solito agli archivi, ero stata prima in libreria dove la delusione era stata cocente. Avevo scoperto, infatti, che il misterioso cliente di Madame Colette mi aveva preceduta e si era accaparrato tutti i volumi restanti della scrittrice berlinese, lasciandomi a mani vuote. Lo scaffale bianco ora era nudo, ricoperto da un lieve filo di polvere sul quale restavano disegnate, in rettangoli regolari, le sindoni delle coste dei libri che avevano atteso chissà per quanto tempo. Mai un’assenza parve altrettanto trionfante. Raggiunsi gli archivi e, dopo un caffè annacquato alle macchinette con la responsabile, passai la giornata su gli ultimi documenti che mi restavano da sfogliare.

Unica Zürn

La sera raggiunsi Le neuvième pays, una piccola libreria tedesca, di fronte a Saint Sulpice, la ricca chiesa con la facciata asimmetrica e stramba. Mi accolse un’affascinante libraia, dagli occhi bistrati di nero e voce profonda, che, inizialmente compita, aveva accolto la mia richiesta con giubilo incontenibile. Mi spiegò di tenere una personale statistica e di poter concludere, con una certa sicurezza, che chi incappava per la prima volta nell’opera di Unica Zürn se ne innamorava immediatamente, colpito da un ineluttabile coup de foudre.
Si prodigò in una ricerca un po’ complicata tra scaffali e mensole della bottega che si sviluppava in due stanze di legno cigolante. Mentre ci salutavamo infilò in uno dei libri che avevo acquistato – tutti quelli che aveva trovato di Unica – il suo bigliettino da visita. Mi propose di restare in contatto a proposito della ricerca che avrebbe fatto alla rentrée di un testo che purtroppo le mancava e che sembrava tutt’altro che semplice reperire (gli editori, la distribuzione, i costi, le vacanze, la crisi). Quella sera, poco dopo mezzanotte, avevo disteso davanti a me tutti i volumi che avevo recuperato. Le due gatte di casa si erano acquattate sul comò di fronte. In sottofondo il lieve gorgoglio della fontana del giardino sul quale avevo poco prima spalancato le vetrate della veranda. Avevo iniziato a sfogliare Mistake, la raccolta dei testi che Unica scrisse direttamente in un francese approssimativo, quando da due pagine di carta elegante e morbida scivolò un cartoncino quadrato bianco. Non mi ricordavo più del biglietto da visita, lo rigirai distrattamente tra le dita, ammirai l’eleganza della scelta dell’inchiostro rosso porpora, quella sì che era classe, mi dissi. Sophie Semin Handke era il nome stampato sopra. Semin… Handke. Handke? Feci una verifica in rete ed ebbi la conferma: la libraia che, poche ore prima, aveva rischiato la vita su una scaletta traballante, altri non era che la moglie di Peter Handke («Vai troppo spesso a Parigi», avevo annotato sul giorno della mia partenza in agenda). Fui presto distolta dalla curiosa coincidenza da un’improvvisa telefonata dall’Italia: con voce a stento trattenuta i miei vicini, credendomi a casa, mi invitavano a raggiungerli in giardino, «Esca immediatamente, così com’è!». C’era un incendio, sì, sì, proprio da lei, mi ripeteva la signora che aveva strappato di mano il telefono al marito e che non riusciva a nascondere la paura. Mi raccontarono che dalla finestra della mia cucina usciva un acre tanfo di plastica bruciata. Era mezzanotte passata e mi trovavo a più di mille chilometri. Dopo ore di ansia si scoprì che odore e fumo arrivavano da un’altra casa. Un materasso era stato accidentalmente colpito dalle fiamme di un fornelletto da campeggio sul quale, da anni, la vecchia svitata del terzo piano scaldava, giorno e notte, pentolini riempiti di aceto per contrastare gli effetti nocivi delle scie chimiche. Alle 3 del mattino, a pericolo scampato e spente le fiamme italiane, mi stesi finalmente a letto, con La casa delle malattie (Das Haus der Krankheiten, 1977) tra le mani, il diario allucinatorio che Unica aveva tenuto durante i ricoveri nelle cliniche psichiatriche, dove un giorno consigliava al medico che l’aveva in cura di stare attento ai nemici, poi, finito di parlare, aveva sentito il primo usignolo annunciare l’arrivo della primavera: Luscinia Megarhynchos, l’uccello della notte e delle tenebre che canta gli amori impossibili, l’usignolo dalla voce più soave della natura. Sentendolo Unica si era calmata, speravo accadesse la stessa cosa a me. Dopo l’apparizione notturna della sera prima e l’incendio della successiva, quello mi era parso il testo più consono alla situazione e adatto a conciliare il sonno dopo ore di truci pensieri durante le quali mi ero immaginata le mie future notti tormentate dai fantasmi dei miei gatti carbonizzati e tutti i libri ridotti a un mucchietto di cenere fumante. Se non altro, pensai accarezzando la copertina del libro che stringevo, avrei comunque salvato l’ultima arrivata, la piccola Unica giunta nella mia vita solo da poche ore. Poco dopo mi addormentai chiedendomi con quale nomignolo l’avessero chiamata i genitori da bambina.

Unica Zürn
Unica Zürn, senza titolo, 1961

Nora Bertha Unica Zürn era nata il 6 luglio 1916 nel ricco quartiere Grunewald di Berlino. Il nome aspirava a un’esistenza eccezionale, e la sua lo fu. Crebbe in una casa grande, piena di oggetti d’arte piuttosto originali e che avrebbe rimpianto fino alla fine dei suoi giorni. Il padre, Ralph Zürn era stato tenente di cavalleria, poi giornalista, scrittore e infine editore. Instancabile viaggiatore, uomo di cultura, appassionato d’arte e di civiltà straniere, Ralph fu sposato in prime nozze con Dorrit Strohal che aveva firmato due romanzi di ambientazione coloniale con lo pseudonimo Orla Holm. La coppia divorziò nel 1910; tre anni dopo Ralph convolò di nuovo a nozze, questa volta con la scrittrice Hélène Puline Heerdt, una ricca borghese e futura madre di Unica che, per macabra coincidenza, nacque lo stesso anno in cui si suicidò col veleno la prima moglie del padre. In Primavera oscura Unica dedicò al padre, spesso assente, pagine innamorate e straripanti di nostalgia.
«Sola, senza essere vista, ella cerca nella biblioteca paterna disegni edificanti. Si reca nello studio paterno e si immerge nell’analisi delle immagini oscene di Eduard Fuchs». Da sacro luogo del sapere, la biblioteca del padre assume presto i contorni di uno spazio che, insieme alla desacralizzazione edipica, si tinge di un eros perverso: «Si è nascosta con il libro in un angolo, dietro la grande poltrona di cuoio, e si masturba guardando le immagini». Unica oscillava tra un cieco amore verso il padre e un odio sconfinato per la madre, dipinta come mostro manipolatorio ed egoista, mentre i rapporti col fratello vengono descritti all’ombra dell’incesto. «Anche se il fratello e la madre venivano per scusarsi del male che le avevano fatto, lei non li avrebbe perdonati». Ciononostante, da qualche parte Unica scrisse che «l’infanzia è la felicità della mia vita». L’immaginazione in cui si rifugiò fin dalla primissima età trasformò il senso di solitudine e abbandono in uno spazio meno ostile, forgiando in lei una serie di fantasie erotiche segnate da traumi e ferite. A dodici anni tentò il suicidio lanciandosi dalla finestra.

Dopo anni di infedeltà reciproche, i genitori divorziarono nel 1930. La madre di Unica si sarebbe rispostata con un alto dignitario del Terzo Reich, mentre al padre, che si sposò successivamente con un’ebrea di origine danese, sarebbero stati affidati i figli: la madre con gli assassini, il padre con le vittime. A diciassette anni Unica dovette abbandonare l’amatissima casa e gli studi commerciali, dopo che il padre aveva perso tutto in una serie di fallimenti. Nel 1932 venne assunta come archivista all’UFA, la casa di produzione cinematografica e di propaganda nazista dove ben presto ricoprì il ruolo di sceneggiatrice e autrice di pubblicità. Contestualmente iniziò a pubblicare articoli e racconti su riviste. Il padre morì in Italia nel 1939, mentre l’ascesa del nazismo e la guerra stravolgevano il fragile equilibrio di Unica. In L’uomo nel gelsomino avrebbe spesso alluso al tradimento del suo paese e le allucinazioni descritte avrebbero avuto come ossessivi protagonisti figure di ebrei. Quelli furono gli anni in cui Unica visse un momento di distensione con la madre che, grazie alle conoscenze del marito, facilitò alla figlia la frequentazione dei circoli intellettuali dell’alta società nazista del momento. Nel 1942 Unica si sposò e, nell’arco di tre anni, ebbe due figli, nati in un matrimonio banale e scontato che, nel 1949, l’avrebbe spinta a risolversi per il divorzio, rinunciando al diritto di tenere con sé i bambini. Unica accettò di poterli vedere una volta al mese: «Non ero abbastanza forte da sola». A Berlino si abbandonò a una vita bohémienne, sbarcando faticosamente il lunario firmando racconti comici e radiofonici per giornali tedeschi e svizzeri. Nel frattempo non smise di fare angosciosi disegni a china e a frequentare gli scoppiettanti ambienti artistici dell’epoca.
Erano gli anni in cui a Berlino si rincorrevano mostre di Picasso, Max Ernst, Mirò, Braque e fu nel 1953, in occasione di una vernice, che conobbe l’artista Hans Bellmer, ideatore della bambola, un manichino disarticolato, e che aveva da poco illustrato l’opera di Georges Bataille. Fu un colpo di fulmine per entrambi. I due decisero di trasferirsi a Parigi, andando ad abitare in condizioni di estrema povertà e degrado in un appartamentino in rue Mouffetard. Sarebbe stato in quegli stessi anni che Man Ray avrebbe realizzato un intenso ritratto di Unica, il volto scavato, la frangetta di capelli perfettamente simmetrica, un bianco e nero così potente che sarebbe rimasto tale anche se fosse stato a colori. Con Bellmer, Unica frequentò l’ambiente surrealista e i suoi maggiori esponenti, legandosi, nel 1957, in una profonda amoureuse amitié con Henri Michaux che sarebbe diventato l’oscuro protagonista di L’uomo nel gelsomino. Nel libro avrebbe descritto le impressioni di una malata mentale durante i ricoveri ospedalieri negli anni Sessanta, in cliniche e ospedali dominati da crudeltà e inadeguatezza, in una ideale continuazione delle Memorie di un’alienata (1883). Le donne continuavano a essere curate male, o in modo inappropriato e approssimativo. Insieme Unica e Henri avrebbero consumato la mescalina, probabilmente all’origine di una serie di crisi allucinatorie che culminò in un grave episodio schizofrenico che la costrinse a un lungo ricovero. Unica imparò a scrivere e a parlare male in francese, mentre lavorava usando il tedesco, sua lingua madre, ma vivendo in Francia, il paese che fecondava la sua opera. «Grazie ad Hans ha trovato una nuova patria. Parigi, città infinitamente più bella e seducente di Berlino». Bellmer avrebbe immortalato Unica in una serie di fotografie, dove il corpo nudo e indifeso della donna veniva spersonalizzato e parcellizzato, sezionato da fili e corde, in un informe bondage, trasformando l’amata nella sua nuova bambola pornografica. Una delle fotografie sarebbe stata usata da André Breton per la copertina di “Le Surréalisme, même”, la rivista surrealista che dirigeva. Nel frattempo Unica si dedicava a disegni – sempre più inquietanti, con corpi di animali contratti in pose innaturali -, e agli amati anagrammi, pubblicandoli nel 1954 in Hexentexte, una prima preziosa selezione in volume. 

Unica Zürn
Hans Bellmer, Unica Zürn e La Bambola, anni Sessanta

«Non ho più il diritto di usare la mia macchina da cucire. Ci sono due o tre omini, ancora più piccoli del mio pollice, che ci vivono dentro. E quando cucio, iniziano a lanciare urla terribili e a piangere, perché l’ago li trafigge da parte a parte. E anche di notte i loro singhiozzi mi svegliano perché le ferite li fanno soffrire tantissimo. Non so come andrà a finire tutto questo, perché mi guadagno da vivere cucendo. Senti delle voci, senti cose che non esistono, tutto qui. Oh, so benissimo com’è quando si sentono delle voci. Me l’hanno spiegato. Lo sanno tutti. Le voci si sentono solo nella propria testa. Ma io sento le voci di questi omini nella mia macchina da cucire. È una cosa completamente diversa.»

La malattia colpisce e devia la realtà circostante, non gli strumenti umani per leggerla. Unica Zürn avrebbe sempre parlato di sé alla terza persona, ponendosi allo specchio, osservandosi, senza nessuna pietà né condiscendenza, mentre l’autorappresentazione declinava verso una narrazione impersonale. Pittura e scrittura inventarono una donna diversa, un’altra Unica che andò a fondersi nel sogno di un’opera che cambiava e si muoveva, come i disegni antropomorfici. Negli scritti, Zürn avrebbe fissato, in una sintassi minimale e parole di diamante, le vertigini in equilibrio su abissi infiniti. Nel 1960, durante un ricovero in clinica a Berlino, tentò di nuovo il suicidio, rientrando successivamente in Francia su una sedia a rotelle. Pochi mesi dopo, fu ricoverata al Sainte-Anne dove sarebbe rimasta due anni. Nel susseguirsi di ricoveri in cliniche psichiatriche sempre più frequenti, Unica, ormai ridotta in stato catatonico, continuò a scrivere e pubblicare raccolte di anagrammi. Nel 1967 intraprese la scrittura di Primavera oscura, il cui titolo inizialmente era Primavera nera; il libro uscì in tedesco nel 1969 accompagnato da tre disegni di Bellmer che, nel frattempo, era rimasto gravemente colpito da un episodio cerebrovascolare che lo aveva lasciato emiplegico. Col profondo senso di colpa di non potersene occupare, Unica decise di farsi ricoverare presso la Maison Blanche. Consigliato dai medici, Hans le avrebbe spedito una lettera di addio, mentre l’editore Gallimard aveva acquistato i diritti di traduzione per L’uomo nel gelsomino. Unica sprofondò in crisi di delirio sempre più violente, mentre Bellmer non stava meglio: «Per me la solitudine è diventata l’inferno della depressione, della paura, del dolore… La separazione da Unica mi ha tolto la voglia di vivere».

Chi avrebbe deciso di chiudere definitivamente quella lunga e penosa agonia sarebbe stata Unica che, dopo una lunghissima notte passata a parlare con Hans, decise di porre fine ai suoi giorni, lanciandosi dalla finestra dell’appartamentino del sesto pianto. Morì il 19 ottobre 1970, non prima di aver indossato il suo pigiama più bello. «Mi guardi negli occhi», le aveva chiesto anni prima il dottor Mortimer, ma gli occhi di Unica, in fondo ai quali tempo prima lo psichiatra aveva visto due cuori che ora non c’erano più, non volevano saperne e sfuggivano verso la finestra dello studio dove si trovavano, ancora una finestra che gli occhi scavalcavano per andare a tuffarsi nell’orizzonte, oltre l’albero di fronte, lontano, altrove.




In copertina: Unica Zürn, anni Quaranta

categorie
menu