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Una storia di scoperta e di speranza. Amare gli animali di Henry Mance



I cani della prateria sono in grado di emettere richiami differenti per segnalare la presenza di un predatore agli altri componenti del branco. I bombi sanno indicarsi a vicenda il luogo in cui si trova il nettare. Gli elefanti sperimentano gioia nel rivedersi. I salmoni tornano ai fiumi che li hanno generati. Se oggi sappiamo così tanto delle altre specie, lo dobbiamo in larga parte ai movimenti ecologisti e animalisti della seconda metà del Novecento, che, tra le altre cose, hanno segnato il superamento dell’approccio comportamentista in favore dell’etologia, una disciplina più empatica e attenta al valore emotivo dell’interiorità animale. Gli animali possiedono forme variegate e stupefacenti di intelligenza, utilizzano linguaggi complessi, vantano una profonda attitudine alla cooperazione, dimostrano abilità nel riconoscersi allo specchio, nel fabbricare strumenti, perfino nell’esercitare forme di voto e molto altro ancora. Hanno dunque una personalità, sono esseri senzienti. Vale anche per quelli che mangiamo. Non c’è differenza tra il valore della vita di un animale da allevamento e quella di un selvatico: pecore e cervi, formiche e balene, sgombri e falchi, maiali e leoni hanno pari dignità, pari diritto alla vita.

La domanda che ricorre in Amare gli animali di Henry Mance, tradotto da Lorenzo Vetta per Blackie Edizioni, rimanda spesso a un fenomeno che l’autore definisce «dissociazione cognitiva», cioè la capacità che abbiamo di commuoverci per un cucciolo di cane che viene trovato nell’immondizia mentre addentiamo una bistecca al sangue, senza preoccuparci del controsenso etico che ciò comporta. Come possiamo continuare a cibarci di corpi animali, a permettere che questi conducano esistenze indecorose, o a ignorare che stiamo contribuendo al collasso dei loro habitat quando il ruolo che svolgono nell’ecosistema è così cruciale anche per noi, sono soltanto alcune delle numerose questioni che vengono affrontate in questo ambizioso lavoro. Benché non possa essere considerato «il libro definitivo sui diritti degli animali» (quantomeno da una prospettiva antispecista, cioè quella di chi scrive), quello di Mance, prestigiosa firma del Financial Times, è di certo uno dei testi più esaustivi in circolazione sul perché dovremmo smettere di mangiare carne, pesce e derivati animali, un invito a eludere la distanza attualmente (r)esistente tra noi e le altre specie per intraprendere un’efficace inversione di tendenza a favore della biodiversità e mettere in discussione molteplici aspetti del nostro attuale stile di vita.

Mance

«Quando affermiamo che la carne è economica stiamo dicendo che è la vita di un animale, a esserlo», scrive Mance parlando della sua esperienza tra mattatoi, fattorie “felici” e mercati ittici. Nell’introduzione, racconta: «Volevo andare oltre la loro bellezza fisica e comprendere il posto che [gli animali] occupano nel mondo. […] Ero interessato sia alle questioni su cui non avevamo ancora preso una posizione, sia quelle dove invece, pur essendoci esposti, continuiamo a non agire di conseguenza. […] Sentivo che per me amare e trattare gli animali equamente comportava due cose: non volevo che soffrissero in maniera ingiustificata […], e non volevo che si estinguessero, né che diminuissero di numero. Partivo al presupposto che avremmo dovuto sottoporre le nostre vite ad aggiustamenti accettabili, e in certi casi magari piuttosto significativi, per far sì che ciò accadesse». Quello di Mance è un libro ricco di dati, interviste e varietà di ricerche a supporto, mosso da un incessante bisogno di chiarezza e pervaso da un’autentica forma di umiltà anche quando inciampa o incontra la contraddizione, una lunga e articolata riflessione che vuole innescare una presa di coscienza collettiva oltre che individuale. L’autore descrive con entusiasmo il suo graduale percorso verso il veganesimo, e ripercorre le tappe del nostro rapporto con le altre specie con un approccio lucido e speranzoso, disincantato ma propositivo. Così spazia dagli allevamenti intensivi alle battute di caccia, dagli esperimenti sulla carne sintetica alla biotecnologica, dalle foreste incontaminate alla cultura degli zoo fino al fanatismo moderno per gli animali da compagnia, indagando le diverse forme di relazione che intratteniamo col pianeta animale.

«Il ritardo con cui abbiamo riconosciuto la complessità mentale degli animali», scrive Mance, «ha comportato uno sforzo notevole per recuperare il tempo perso»[1]. Un processo non scevro da contraddizioni, tenendo conto del fatto che ancora nel Novecento, mentre nasceva il termine “vegetariano”, si andava intensificando un incremento sempre più incontrollato del consumo di carne. Oggi, chiunque sia disposto ad affrontare lucidamente la realtà avrà capito che non abbiamo realmente bisogno di proteine animali, che le risorse marine non sono inesauribili, e che il disboscamento, insieme a un incontrollato sfruttamento dei terreni e delle materie prime, è ciò che sta rendendo le nostre estati sempre più calde e aride, le nostre città sempre più inquinate, la nostra qualità di vita sempre peggiore. È un processo, come questo libro dimostra bene, indissolubilmente legato al rapporto controverso e spesso errato che intratteniamo da millenni con flora e fauna, un rapporto antichissimo che si è cristallizzato – nonostante sporadiche e virtuose eccezioni – sulla base di fenomeni come colonialismo e capitalismo, che hanno contribuito all’irreversibilità della situazione attuale. 

Ammesso che un cambiamento di rotta sia ancora possibile, come spera anche Mance, non avverrà senza una lesta e diffusa presa di coscienza: abbiamo il compito di riconoscere il nostro privilegio, di assumerci una serie di responsabilità, di operare scelte complesse e accettare sfide dall’esito incerto. L’autore parla del «prezzo da pagare per la nostra opulenza», facendo notare che a distinguerci davvero dagli altri animali è soltanto «il potere di determinare il destino di altre specie» (del resto osserverà anche, in uno slancio illuminato, che mentre decidiamo quali animali sacrificare per ripristinare l’equilibrio terrestre, siamo attualmente quella più invasiva del pianeta, e tuttavia nessunə sta pensando di abbatterci selettivamente). La strada per raggiungere questa consapevolezza e le soluzioni proposte per attuare un cambiamento radicale sono lo scheletro di questo libro, il fuoco che lo abita. Se i social ci hanno permesso di avvicinarci agli animali e conoscerli più a fondo, nonché a rivelare le atrocità perpetrate nei macelli e nelle industrie di pollame, Mance dimostra che la riflessione all’orizzonte è ricca di contraddizioni: è legittimo abbattere alcuni animali affinché altri possano prosperare? Unə veganə dovrebbe sentirsi liberə di consumare cozze e vongole, dal momento che queste non possiedono un sistema nervoso centrale? Quando possiamo considerare legittima la sperimentazione animale? Dilemmi che spingono il dibattito a un livello più celeste di quanto non sembri necessario, quando soluzioni più urgenti e alla portata di una maggioranza di noi risulterebbero comunque già abbastanza efficaci. Benché l’aspetto etico e filosofico non debba essere necessariamente cruciale per chiunque, è impossibile ignorare che in questo senso Mance si posiziona in una zona grigia: dichiarando che la vita umana ha più valore di quella di un maiale, pur sostenendo l’importanza di una dieta vegana, si rischia di innescare un cortocircuito etico, e di allontanare chiunque lotti per un cambiamento radicale e lo desideri. Consapevole di quanto sia ancora difficile estendere il discorso alla maggior parte di quantə avranno la fortuna di fruire di letture come questa (resta indubbio che a dare l’esempio debbano essere i paesi più ricchi, benché quelli poveri dimostrino una sensibilità più spiccata riguardo certe tematiche), come scrive Marco Reggio in Cospirazione animale, «è tempo di distinguere tra diritti e privilegi». Per Reggio, essere vegani – come del resto è lo stesso Mance – non significa soltanto modificare la propria dieta, ma intervenire in maniera sostanziale sul proprio pensiero, abituarsi a una condizione di stupore, meraviglia, e anche di «imbarazzo», un imbarazzo che scaturisce da quell’inevitabile avvitamento del pensiero che deriva dalle numerose criticità dell’antropocene, dai suoi rapporti compromessi e dalle sue irreversibilità. Certo c’è un grande bisogno – specie per chi sceglie di accogliere quell’imbarazzo – di risposte e atteggiamenti intransigenti, di narrazioni e opere che non incoraggino troppo l’autoindulgenza, ma che invece sottolineino la differenza tra colpa e responsabilità, che ci insegnino a considerare l’errore una categoria del possibile. Amare gli animali, in questo senso, non è un libro radicale, ma dimostra un grande potenziale nell’affrontare questi argomenti con un’indulgenza che spesso manca al movimento antispecista (benché a ragione), arrivando anche a chi non è ancora prontə a sperimentare tali forme di intransigenza. È evidente a chi frequenta, propugna e desidera un antispecismo radicale che il rapporto tra uomo, animali e ambiente sia pervaso da interrogativi sempre più stringenti, che nel tempo andranno a scontrarsi con decisioni sempre più difficili, in un sistema (quello capitalista) che impone un margine di manovra apparentemente sempre più esiguo, ed è auspicabile che diventi evidente e necessario per tuttə.

Soltanto due anni fa, come ricorda Mance, in Australia sono morti bruciati due miliardi di animali, e ognunə di noi, in maniera più o meno incisiva, ha un ruolo in questo processo. Creare nuovi surrogati, sfruttare le biotecnologie per ridurre la sofferenza animale, o modificare geneticamente alcune specie per soddisfare l’egoistica pretesa di soddisfare il proprio palato non sembrano soluzioni accettabili, né sufficienti. Come sempre, ricorda l’autore, un reale cambiamento avverrà soltanto grazie a una combinazione di fattori, a una moltitudine di azioni attraverso cui potremo fare la differenza come singolə[2]. I tentativi di replicare la carne sembrano avere poco a che vedere con l’etica, e più con l’ambito delle operazioni commerciali: in fondo propongono modelli di carne surrogata molto costosa e povera di proteine, ad appannaggio də pochə che potrebbero permettersela. La biotecnologia, come riporta l’autore, sta sperimentando progetti ambiziosi, che affrontano problemi anche morali, uno su tutti l’eliminazione delle sofferenze dei selvatici (non sempre minore di quella degli animali in cattività), attraverso una selezione più accurata e l’eradicazione di specie decretate “inutili” per l’ambiente (la zanzara tropicale sembra essere una di queste) a favore di altre. Resta comunque evidente che una parte di dolore sia impossibile da evitare, e il libro di Mance mette in gioco nuovi interrogativi, come per esempio se sia giusto clonare geneticamente degli individui, veicolando così non la scomparsa, ma lo sviluppo di nuove forme di sofferenza. «Dovremmo ammettere di non poter salvare le specie o cercare di aiutarle?», si chiede Mance. «L’ottimismo tecnologico e il pensare a lungo termine […] ci spingono a credere che l’ingegno umano sistemerà ogni cosa, e a pensare che la crudeltà nei confronti degli animali e la sesta estinzione di massa siano solo fasi da attraversare». Esperimenti come l’evoluzione e la migrazione assistita (allevare selettivamente gli animali per poi liberarli o spostarli da un habitat all’altro) rischia di danneggiare molte specie autoctone e diffondere malattie. La risposta migliore, non soltanto per Mance, sembra essere ancora una volta il rewilding, ovvero la reintroduzione dei predatori e la creazione di corridoi naturali e aree protette, dove questi e le loro prede possano prosperare.

Se Amare gli animali mette in campo argomenti e soluzioni non prive di criticità e controsensi, fornisce comunque una gran quantità di spunti facilmente praticabili. “Che fare?”, si domanderà chiunque avrà il piacere di leggere questo libro. Le proposte sono numerosissime. Eliminare il consumo di latticini, uova, carne e pesce è il punto di partenza necessario per iniziare a (ri)pensare al pianeta come una serie di relazioni; ma Mance invita anche a fare esperienza della natura selvaggia, a trovare un equilibrio tra animali da compagnia e donazioni a favore di associazioni conservazioniste, a ridurre l’impatto ambientale comprando meno oggetti di plastica, prendendo meno aerei, privilegiando i vestiti di seconda mano. Promuovere il cibo vegano potrebbe costringere la produzione ad abbassarne sensibilmente i costi rendendolo alla portata di tuttə, rappresentando al contempo un metodo di contrasto allo sfruttamento intensivo dei terreni, a favore di un’agricoltura più sostenibile. Possiamo educare i nostri figli, creare più parchi naturali e lasciarne il controllo alle popolazioni locali, creando nuove forme di impiego; possiamo smantellare gli zoo, smettere di andare al circo, ridurre le emissioni di gas serra come singolə, e costringere i governi a raggiungere la cosiddetta «neutralità carbonica». È tempo di inaugurare la «rivoluzione compassionevole» di cui parla Mance, che citando Iris Murdoch ricorda che l’amore è «un concetto centrale della filosofia morale, una forza che si fonda sulla capacità di prestare attenzione agli esseri viventi». Il recupero di questa capacità sarà forse ciò che ci permetterà di riconoscerci e guardarci con nuove forme di ottimismo allo specchio.


[1] La nostra convivenza inizia 8000 anni fa, eppure è soltanto di recente (verso la fine del Settecento) che abbiamo iniziato a chiederci se gli animali siano in grado di soffrire, e se sia legittimo dotarli di pensieri complessi e individualità.
[2] Scegliendo una dieta vegana, per esempio, una persona ha la possibilità di salvare circa 150 animali ogni anno.





Photo credits
Copertina – Pyotr Nosov, Urss, anni Settanta.

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