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Il sasso e la valanga: una lettura di Non muoiono le api di Natalia Guerrieri



In un Paese del primo mondo il cloud da cui dipende ogni attività quotidiana cessa di funzionare, sconnettendo le persone e smantellando lo stesso tessuto sociale che le unisce. Non è un’ipotesi così lontana dalle nostre vite, ed è qui che Non muoiono le api, romanzo d’esordio di Natalia Guerrieri uscito per Moscabianca Edizioni, dimostra di aver fatto sua la lezione della letteratura di fantascienza, filtrando il reale attraverso le proprie lenti e restituendo un’immagine lucida e plausibile proprio nel suo essere ipotizzabile.
In accordo con la casa editrice, Limina pubblica la prefazione al romanzo, di Nicoletta Vallorani.

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IL SASSO E LA VALANGA

Non muoiono le api, per come la vedo io, racconta la storia di come un sassolino cominci a rotolare lungo un pendio innevato e in un tempo ragionevolmente breve si trasformi in una valanga. È anche un romanzo che a un certo punto, molto precoce (tipo dopo una ventina di pagine), mi ha fatto provare il desiderio irresistibile (e forse sano) di buttare via il cellulare e staccare tutte le connessioni. E infine è una storia che fa quel che deve fare la buona letteratura di fantascienza (e l’uso del termine “letteratura” è del tutto deliberato): sollevare alcuni problemi di consapevolezza, in bella scrittura.

Nella struttura generale, Guerrieri raccoglie l’eredità di molte narrazioni distopiche nobilissime, a cominciare da quel Nineteen-Eighty-Four orwelliano così spesso evocato come un archetipo e altrettanto spesso dimenticato nel suo essere sapientemente ottenuto attraverso un processo di estrapolazione dal reale. La Londra di guerra, con i suoi edifici deteriorati, le strade ancora invase da detriti e la puzza di cavolo che penetra in ogni dove, è un setting del tutto reale nel quale accade qualcosa di orribile e di (ancora) irreale: il consolidamento di una tirannia i cui strumenti non sono prodigiose tecnologie inesistenti e neanche strategie di potere ignote. Orwell, semplicemente, ragiona sul presente, modificando molto poco e solo quel che è indispensabile per consentire al lettore di comprendere quanto sia breve il passo dalla sicurezza dell’oggi al dispotismo di domani, o domani l’altro. In termini di strategia narrativa, Atwood replica il medesimo modello, e lo fa dichiarandolo anche: «Tutto quello che io racconto», dice in più occasioni, riferendosi in particolare a Il racconto dell’ancella, «è già accaduto in qualche luogo, in qualche tempo e a qualcuno di noi».

Non muoiono le api, Natalia Guerrieri

Questo gioco distopico di rifrazione per così dire circolare è il cardine dell’intreccio che viene proposto nel romanzo di Guerrieri, e, come spesso accade, la realtà si diverte a inseguire dettagli che per certo l’autrice ha pensato solo come ipotesi. L’innesco della vicenda, per esempio, sta nell’improvviso malfunzionamento della rete di connessione globale – Nuvola – che ha una penetrazione capillare e una gestione centralizzata. Ed è di questi giorni (marzo 2021), nel mondo reale, il blocco di WhatsApp, Instagram e Messenger che ha precipitato una quantità di utenti nel panico da isolamento. Guerrieri si spinge un passo più in là, seguendo però il medesimo meccanismo e mantenendo una plausibilità assoluta e la coerenza riconoscibile con le forme del nostro reale.

Nel mondo non troppo futuro di Non muoiono le api, Nuvola è l’entità padrona, che fornisce diagnosi mediche e scodella informazioni. La si usa per ordinare cibi, seguire lezioni, raccogliere dati, lavorare, convocare a riunioni, comprare qualunque cosa e partecipare a competizioni (soprattutto quelle). È quietamente invasiva e impercettibilmente tiranna. Pilota tutto, ma con strategie invisibili. Rende schiavi gli utenti, convincendoli di essere padroni. Il concetto centrale è: si può fare a meno di Nuvola, ma perché si dovrebbe? È così comoda, e si prende cura di ogni cosa, risparmiandoci la fatica di usare le gambe. E la testa. Sa che cosa desideriamo e ce lo propone prima ancora che iniziamo a desiderarlo. E non si arrende finché non ottiene una nostra risposta.

Così si articola, in modo linearissimo, la configurazione dell’ipotetica rete immaginata nel romanzo di Guerrieri. E personalmente non sono terrorizzata dall’invenzione in sé – che molti definiranno prevedibile e persino scontata (sebbene non lo sia affatto) – ma dalla sensazione di familiarità che mi ha trasmesso questa parte iniziale della storia, perché essa deriva dalla consapevolezza che tutto questo sta già accadendo, e non è in alcun modo materia futura.

In altri termini, lo sappiamo già, anche se ci piace farcela raccontare come un’ipotesi futura: il meccanismo di controllo delle nostre opzioni esiste già. E nulla logora lo spirito critico più dell’impressione di una scelta che in realtà non c’è, e che quindi non si paga mai, come si dovrebbe, con una assunzione di responsabilità.

Da questo punto di vista, quel che Guerrieri racconta funziona con le stesse regole di straniamento cognitivo che troviamo, per esempio, in Il cerchio (Dave Eggers, 2013), e prima di allora anche in Microservi (Douglas Coupland, 1995). Però è una distopia, e dunque si spinge oltre, delineando alcuni rischi possibili e mettendoli in atto nella narrazione. Difficile ignorare la lezione di Orwell in questo sviluppo. L’evocazione dell’oppressione esercitata dal teleschermo si evolve qui in una tecnologia sofisticata che tuttavia funziona sulla base del medesimo meccanismo: la diffusione di informazioni manipolate, il totale controllo di movimento e comunicazione, l’effetto gregge incoraggiato dalla diffusione del panico (e anche questo sappiamo bene che cosa significa). La sfida, in un contesto così concepito, è quella di riuscire a raccontare le piccole storie, ovvero quel che accade alla gente comune quando bruscamente tutto cambia.

Guerrieri lo fa scegliendo tre voci e frantumando in questo modo la tranquillizzante omogeneità di una narrazione unica. È un atto di coraggio strutturale che funziona benissimo e moltiplica felicemente le prospettive della storia. Gli sguardi attraverso i quali si vede il mondo cambiare sono differenti per età, genere e appartenenza di classe.

C’è Andrea, la prima a occupare la scena, con un capitolo brevissimo e saettante. I suoi cinque anni misurano il mondo in termini di presenze e assenze, applicando la struttura del gioco alla comprensione del reale. Gli affetti umani somigliano al legame con i suoi giocattoli preferiti – la tigre e l’orso – e tuttavia il suo istinto la induce in breve tempo a comprendere quanto sia più fragile la vita umana di quella delle cose. Andrea si accorge presto che tutto è cambiato e anticipa tutti nella comprensione del fatto che la natura resiste al cambiamento e sopravvive, a dispetto e anche senza la collaborazione del genere umano.

Poi c’è Anna, quietamente madre e al tempo stesso figlia di una madre anziana. Fragile solo in apparenza, indifesa soltanto per definizione, Anna sfodera una capacità di resistenza insospettabile, nascosta e “femminile”, nel senso che essa si esprime nella cura ostinata delle persone anche nei contesti e nelle situazioni nelle quali questa cura è impossibile. Il suo è il percorso più complicato, scandito da tappe che si tracciano sul suo corpo e lo segnano, rendendolo in parte irriconoscibile e simbolicamente e praticamente molto diverso da quello che era.

Che è poi quel che sempre accade alle donne.

Infine, c’è Leonard, che odia “la grande città pietrificata”, ama Kaleb, vuole fare il giornalista e ha un rapporto complicato con suo padre. Leonard è un ponte e uno strumento di transizione. È il primo a offrire una rappresentazione attendibile della città fatta di luoghi anonimi, misteriosamente identici nella loro cifra di benessere, dove tutti abitano, felici e sedati, fino al momento del disastro. Ma è proprio a Leonard che la città si rivela segretamente dotata di memoria nelle biblioteche conservate per dimenticanza, nei musei chiusi ma non distrutti o nei quartieri rimasti com’erano perché abbandonati. Nulla si cancella mai veramente, e da queste tracce, forse, è possibile ricostruire una forma diversa di stare al mondo.

Da tutti i personaggi emerge anche una necessità corale che sta nell’improvviso rendersi conto dell’inconsapevolezza come fragilità, una debolezza che consente a forme di potere dispotico di affermarsi in modo spesso silente. L’inconsapevolezza è il vero garbuglio che le piccole comunità resistenti delle cittadelle cercano di portare alla luce, non tanto per dipanarla, ma per esibirla come difficoltà da aver sempre presente per diventare capaci, come scrive Donna Haraway, di vivere con il caos (Staying with the Trouble, 2016). Si tratta, insomma, di prendere coscienza della presenza immanente del caos in un universo in apparenza ordinato. E a questo universo appartengono anche api e fantasmi, animali resistenti e presenze intangibili.

Quest’ultima è forse la novità poetica più interessante del romanzo di Guerrieri: la relazione differente che i personaggi stabiliscono con l’essere vivi. Andrea, che è la prima a vedere i cerchi di luce e profili familiari, è una piccola fiammiferaia distopica che impara ad accendere il cerino dell’assenza per consolarsi di quello che non riesce a comprendere o ad accettare. Per questa strada, lei come altri personaggi si riconcilia con quel che ha perduto e con quello che non può ottenere. E per questa strada, diventa grande.

Alla fine dei conti, Non muoiono le api, come tanta buona letteratura di fantascienza, racconta di quello che stiamo vivendo, non nei fatti ma nel metodo, nel processo. Racconta la facilità con cui si passa dalla vita normale alla condizione di schiavi. E racconta che magari, per salvarci, si ha solo bisogno di procurarsi in autonomia gli strumenti per capire quel che ci accade, per evitare che il sassolino, appunto, diventi una valanga.




Credits: illustrazione di copertina (c)Marino Neri

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