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Un manuale di partecipazione civica. The Good Lobby di Alberto Alemanno



Mahershala Ali nel ruolo del lobbista Remy Denton in House of Cards e Aaron Eckhart nel ruolo di volto e portavoce della lobby del tabacco in Thank You For Smoking. Due uomini carismatici, spregiudicati e senza scrupoli che si muovono dietro le quinte per influenzare la politica nel nome di discutibilissimi interessi economici. Questi erano i riferimenti che evocava nella mia mente la parola «lobby» quando ho cominciato a leggere The Good Lobby. Partecipazione civica per influenzare la politica dal basso di Alberto Alemanno, in libreria dallo scorso giugno per Edizioni Tlon nella traduzione dall’inglese di Priscilla Robledo (era uscito originariamente nel 2017 per Icon Books con il titolo Lobbying For Change: Find Your Voice To Create a Better Society). Molto ironicamente compaiono nella lista dei consigli su che cosa guardare in fondo al libro entrambi i titoli: la famigerata serie Netflix che prima dello scandalo vedeva protagonista Kevin Spacey nel ruolo di Frank Underwood e il film di Reitman.

The Good Lobby

Immedesimandomi nei panni di un fantomatico lettore diffidente, che condividesse i miei stessi pregiudizi – e la mia stessa ignoranza – in materia di lobbying, e ci si accostasse al libro con ostilità le prime domande sarebbero senz’altro: 1) che cosa ci può essere di good, di buono nelle lobby?; 2) come fa a darti consigli su come «influenzare la politica dal basso» uno che nella fascetta leggiamo essere «professore universitario, saggista, avvocato […]. Laureato alla Harvard Law School e con un dottorato all’Università Bocconi»? Di quale basso parliamo?

Ebbene il titolo italiano del libro The Good Lobby è anche il nome della start-up fondata dall’autore e «impegnata nella democratizzazione del lobbying quale forma legittima di partecipazione civica».
La definizione Treccani di «lobby» è la seguente:

«gruppi di persone che, senza appartenere a un corpo legislativo e senza incarichi di governo, si propongono di esercitare la loro influenza su chi ha facoltà di decisioni politiche, per ottenere l’emanazione di provvedimenti normativi, in proprio favore o dei loro clienti, riguardo a determinati problemi o interessi.»

Torniamo quindi alla domanda del lettore diffidente e ostile: come può trattarsi di una cosa buona? La risposta è che dipende da quali «gruppi di persone» e da quali «problemi e interessi». Oggetto del libro non è il lobbying aziendale dei lobbisti di professione, bensì quello civico che

 «fa parte di quel fenomeno un po’ vago – e che spesso gode di cattiva reputazione – chiamato “attivismo”. […] Tuttavia il lobbying civico si differenzia dall’attivismo più generale in una cosa: i cittadini lobbisti utilizzano l’arsenale di metodi e tecniche impiegate dai lobbisti di professione perseguendo un obiettivo preciso, quello di indurre un cambiamento di sistema. In altre parole, organizzare una protesta per esprimere solidarietà a un gruppo di rifugiati che la tua città ha rifiutato è attivismo, mentre lanciare una petizione volta a riformare le leggi sulla protezione dei rifugiati è lobbying civico.»

Una forma di attivismo strutturata, che usa gli strumenti di influenza normalmente propri di gruppi d’interesse particolare per portare nell’agenda politica interessi collettivi. Ecco che nell’Introduzione il nostro lettore ostile e diffidente ha una risposta alla sua prima domanda: l’immagine dei lobbisti malvagi comincia a dissiparsi e comincia a delinearsi qualcosa di non tanto male. Segue la prima parte del libro, intitolata Il problema, a livello retorico quello che si dice la pars destruens. Leggiamo:

«Per capire lo stato delle democrazie in cui viviamo è necessario interrogarsi su chi sono le persone che dicono di rappresentarci. Molte di loro sono maschi bianchi eterosessuali, e vivono in un mondo molto diverso e lontano da quello nel quale viviamo noi. L’esperienza della nostra quotidianità fatta di trasporto sui mezzi pubblici, di code alla posta o al supermercato – è aliena alla maggior parte dei nostri eletti. [La maggior parte] sentono di appartenere a una classe diversa. Non soltanto agiscono ma vivono diversamente da noi. Derivano il proprio privilegio dal successo elettorale. La loro presunta superiorità si basa sul fatto che appartengono a un’élite di governo composta da leader di aziende e altri attori influenti che corteggiano i loro favori. Vanno tutti alle stesse feste, leggono gli stessi libri, mandano i figli nelle stesse scuole e raramente prendono i mezzi pubblici. Man mano che questo piccolo cerchio felice si avvicina sempre di più, la loro distanza dal resto del mondo cresce in modo esponenziale.»

Ecco la risposta anche al secondo dubbio del lettore diffidente: Alemanno esprime consapevolezza delle disuguaglianze, dei privilegi e delle discriminazioni sistemiche in atto, anche se parla da una posizione di privilegio è quel che gli attivisti delle comunità marginalizzate definiscono un alleato e nel corso del libro rinforzerà questa fiducia grazie ai numerosi esempi delle iniziative di lobbying che ha personalmente sostenuto, un esempio fra tutti il suo impegno a sostegno delle leggi a tutela dei whistleblowers: chi denuncia illeciti e tentativi di corruzione sul posto di lavoro, rischiando personalmente ritorsioni e di perdere il posto.
Oltre a essere un alleato l’autore è un ottimista: nella lettura si percepisce con grande forza la sua fiducia nelle persone, nelle loro potenzialità e nei loro talenti, nella loro capacità di impegnarsi, unirsi e fare la differenza, nella possibilità di correggere il sistema dall’interno.

Talvolta forse il libro rischia di sconfinare nella narrazione nociva del «se vuoi puoi», rivolgendosi al lettore con un noi inclusivo o con un tu motivazionale, ma l’intenzione che lo anima è lodevole, carica di speranza e di una forte volontà di contrastare il senso di impotenza che blocca le persone per spingerle a mobilitarsi. E quindi arriviamo al come: un percorso in dieci step con approccio pratico, ricco di esempi, consigli, strumenti utili come per esempio una disamina di pregi, difetti e limiti delle diverse piattaforme per lanciare petizioni online, app da usare per organizzarsi (curiosità: l’autore raccomanda Slack, la stessa app che usa la redazione di Limina), provider per newsletter e blog o come preparare un elevator pitch: una presentazione convincente della propria causa in 30-60 secondi, il tempo di un incontro in ascensore con una personalità che si vorrebbe coinvolgere.

Alemanno (e la sua traduttrice per lui) con un uno stile divulgativo, accogliente e accessibile, prende con garbo per mano il lettore e lo accompagna passo passo, guadagnandosi prima la sua fiducia nell’introduzione, quindi guidandolo in un chiarissimo percorso per gradi verso l’empowerment e quindi l’azione.

Photo credits
Copertina – Bekky Bekks tramite Unsplash
Ritratto di Alberto Alemanno – The Giannino Bassetti Foundation, Public domain, via Wikimedia Commons

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