A vederlo dall’alto, Largo Maria Judite de Carvalho è un rettangolo circondato da alti edifici e alberi che sconfinano nell’azzurro del cielo portoghese. Le inserzioni immobiliari di questa porzione di città offrono appartamenti chilometrici, open space dotati di finestre che guardano verso altre finestre, balconi, palazzi e che odorano di mare. Sono case che lasciano intravedere una certa libertà di movimento che ogni singolo locale offrirebbe ai suoi abitanti: cucine, camere da letto, spazi di condivisione, ognuno dipinto di un candido bianco tale da renderli così luminosi che quasi sembra di intravedere quella parte di Tejo che presto si offre all’oceano. Sembrerebbero non avere nulla in comune con l’impressione di casa che restituiscono gli scritti di Maria Judite de Carvalho, l’autrice portoghese alla quale è intitolato questo «largo» a pochi passi dal lungo fiume, nel quartiere di Parque das Nações. Le abitazioni in cui si muovono i suoi personaggi sembrano chiudersi su e in se stesse, fino a diventare intimi riquadri a specchio delle loro stesse personalità.

Mariana Toledo, la protagonista del racconto che porta il suo nome, Tanta gente, Mariana edito Sellerio, rivive nella sua stanza il lungometraggio della sua vita; appoggiata a una nuova solitudine, prende congedo dagli eventi che l’hanno plasmata fino a inasprire, alterare e rifuggire tutte le occasioni che avrebbero potuto ma non sono state. Gli ambienti dominati dall’odore «di carte vecchie e di formica […] l’odore che aveva questa casa i primi tempi» e da una vecchia fotografia scattata a Gouveia sono permeati dall’impassibilità del silenzio: «il silenzio dei rumori della casa, della voce vecchia, rotta, monocorde […] A volte è solo silenzio, a volte sono rumori che non voglio sentire, perché non sono più miei, hanno smesso da tempo di appartenermi, sono degli altri, di quelli vivi». Nonostante l’autrice portoghese, per tramite del protagonista del racconto «La vita e il sogno», consideri «sempre così triste voltarsi indietro», in quelle stesse case è l’agitazione dei ricordi a manifestarsi continuamente sotto forma di fantasmi, di vite vissute, di desideri inespressi, inesauditi. Quell’uomo, Adérito, appassionato lettore dei libri di Emilio Salgari, abituato «a sognare e a vivere», ma «senza alcuna ambizione», spinto ogni giorno fuori dalla propria casa per andare a lavorare, si ritrova a sostare di fronte alle imbarcazioni del porto. In quei frangenti, concede a se stesso l’opzione di collezionare ricordi trascendenti, bellissimi e non suoi: «non sapeva neanche lui che cosa cercava in quei momenti, senza dubbio i più felici, i più ricchi, i più completi della sua esistenza senza vita». La metafora della sua esistenza che conduce fuori da una stanza, ma in verità costretta in un recinto misurabile e definito, sta proprio in quelle imbarcazioni «sempre in movimento e sempre ferme, legate con spesse funi a una colonnina di ferro. Legate per non prendere il largo. Legate come lui», un andare e tornare come il sogno e la vita.
Piccole realtà in cui, anziché dotarsi di balconi e terrazzi dai quali osservare il mondo esterno, la priorità di Maria Judite de Carvalho è mostrare ciò che le spesse mura contengono: una visione introspettiva dell’esistenza umana, tutta stretta e compiuta in pochi ambienti: «faccio nuovamente ingresso nella mia vita, che è solo mia e che si svolge nella mia stanza». Case popolate da famiglie ferite, impresse, auspicate, in cui la vera grandezza degli ambienti è dettata dal taglio delle ombre che ogni singolo oggetto, mobile e persona è in grado di gettare su tutto il resto. Solo i fantasmi sembrano avere la disinibizione data dagli ambienti angusti: «la cosa peggiore sono le notti lunghe. Interminabili. Piene di fantasmi. Alcuni vecchi anche se recenti, quasi senza volto e senza voce, altri nuovi eppure così antichi, corpi aerei la cui decomposizione non è ancora iniziata, non vuole iniziare nonostante il passare del tempo».

Se la casa in cui vivono riduce all’essenza quel lessico esperienziale che ogni individuo accoglie quando lascia che l’ambiente lo influenzi e lo trasformi, i personaggi di De Carvalho spesso attingono da una nostalgia di futuro, quella previsione mancata, irrealizzabile, tormentata della speranza, traducendo per essi nuove prospettive: «all’improvviso il mondo è un ammasso di cose strane che vedo per la prima volta», dice Mariana, «e che esistono con una forza inaspettata». La commistione di sogno e di vita che si unisce e alimenta l’esistenza di Adérito, ogni giorno, nell’osservare le navi o i treni in partenza, gode del privilegio di immaginare un interscambio esistenziale: «a volte restava lì finché la nave non scompariva. Sperimentava una specie di angoscia, sentiva come se qualcuno di molto caro se ne fosse andato per sempre. Ma non era esattamente così. Quel che provava era un grande dolore perché quella persona, che era lui stesso, rimaneva». Nella complessità del microcosmo narrato dall’autrice portoghese, fatto di donne e uomini che convivono e combattono tra loro, per loro stessi, al centro della scena quotidiana e domestica, sta l’inesorabile accettazione del tempus fugit, quello stesso tempo che riconoscono «mi scappava tra le dita e io non volevo farmelo sfuggire», ma che vedono tornare e ritornare sotto forma di tormento, ossessione, lucidità assolute.
Il tempo di Clara, la protagonista di «Nonna Cândida», è un tempo dilatato; spesso ha la percezione che le lancette del suo orologio si siano fermate e scuote con violenza il polso perché il meccanismo torni convenzionalmente a ruotare. Alla notizia che l’uomo che ha sempre amato sta per sposarsi, Clara vorrebbe entrare in letargo e rinnovarsi alla vita ormai vecchia, «vecchia come nonna Cândida, vecchia senza remissione». Sono gli amori contrastati, impossibili o difficili – per riprendere l’espressione di Italo Calvino – di Emília, Dores o Luísa a delineare l’orizzonte di vita delle protagoniste di De Carvalho; nelle loro case fatte di stanze sagomate dalla penombra, si relazionano con corpi che, provando desiderio o il ricordo di un desiderio che è stato vita ma non assecondato, sentono se stessi destarsi da quel sopore di anni; dalla compressione e frammentazione diventano liquidi, sparpagliati, irrecuperabili. Corpi vuoti, inabitati, come quello di Mariana che vive con «il ricordo del figlio che non avevo mai avuto»; corpi violati, come quello di Arminda che non può disconoscere o allontanare perché fatto di parti con cui stare insieme. E ancora Luísa, il cui corpo rivive l’incontro mancato – titolo del racconto – con Duarte, quella possessione di una felicità mai ottenuta: «gli anni passano e perdiamo la certezza delle cose […] non sono sicura di ciò che ho pensato o provato». Maria Judite de Carvalho ritrova donne e uomini che nel corso della loro vita compiono un gesto di parsimonia: di fronte a grandi stravolgimenti, a cambiamenti epocali, a rinunce e possibilità di rinnovare il futuro alle porte, rallentano a dismisura. Quel tempo che sfugge diventa alleato; inframezzano le emozioni di ragionamenti consapevoli, mettendo se stessi al centro della scena. L’autrice portoghese pone ognuno di loro su un piedistallo, al di sopra e dentro alle umane vicende, osservandoli nelle loro rinunce, nei loro «non posso», nelle complessità delle relazioni interpersonali, nella disfatta delle radici. Sono donne e uomini con solo la memoria come madre patria a cui tornare. E allora il tempo, ormai trascorso e mai stato, si tramuta in rievocazione: il cibo idoneo per sopravvivere, un nuovo glossario per addomesticare un futuro impenetrabile.
In copertina, Maria Judite de Carvalho (credits blogletras)