05.06.2026

Sentieri partigiani. Intervista a Paolo Malaguti

Un saggio attraverso segni e simboli della resistenza, riflettendo sul rapporto con il passato e la sua memoria

Verum esse ipsum factum.
Giambattista Vico

Il racconto è il guardiano del tempo.
Paul Ricoeur

Paolo Malaguti torna in libreria dopo il successo del suo ultimo romanzo (Fumana, Einaudi, 2024) con un saggio dedicato alla resistenza. Non si tratta di un libro di storiografia, il taglio è quello narrativo che già avevamo apprezzato in Lungo la Pedemontana (Marsilio, 2018) e nei due episodi del Sillabario veneto (Santi Quaranta 2011, ora Bottega Errante, 2023; e Neri Pozza, 2016), con un obiettivo pedagogico-critico. L’autore intesse un personale itinerario della resistenza, fatto di luoghi e monumenti, tracce ma anche clamorosi vuoti, reticenze, omissioni. Nelle pagine di Sentieri partigiani (Einaudi, 2026) il rapporto tra monumento, memoria e racconto è arricchito da alcune aporie radicali, che a nostro avviso possono essere lette alla luce di alcune note riflessioni di Ricoeur, come vedremo più avanti. Tra tutte, a interessare maggiormente Malaguti è quella relativa al tempo, e cioè all’attività di rendere presente ciò che è assente.

«Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell’animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l’attesa.»[1]

La citazione da Agostino, per il quale com’è noto il tempo costituiva un nodo concettuale ed esistenziale di difficile soluzione, ci fa da guida nella lettura del testo di Malaguti in cui di frequente lo sguardo presente si rapporta alle tracce (prevalentemente monumentali, ma non solo) della storia, tracce che nel continuo della nostra quotidianità ci parlano da un passato per farci da monito per il futuro:

«Del resto, il compito principale del monumento in quanto tale non sembra essere il ragionamento o la problematizzazione: il monumento, nella sua accezione classica, ammonisce, indica la strada, mostra le cose come dovrebbero essere. Non a caso, se immagino la posizione piú naturale da assumere di fronte a un monumento, mi vedo in piedi, col naso all’insú, intento a guardare una struttura che mi sovrasta, mi domina. Forse è rischioso affidare la propria pedagogia ai monumenti; forse oggi il senso principale che possiamo ancora attribuire a tali strutture è quello della memoria e della pietà per i morti.» [p. 53]

Il monumento entra nel discorso dell’autore come problema, se non come aporia, guidato dal fatto che al di là della sua presenza spesso imponente, rischia di essere sempre più elemento silente quasi integrato nel panorama, cioè in un luogo incapace anche di farsi paesaggio.

Storia e memoria

«Per monumento s’intende, nel senso più originale e più antico del termine, un’opera della mano dell’uomo creata con lo specifico scopo di conservare sempre presenti e vivi singoli atti o destini umani nella coscienza delle generazioni a venire.»[2]

Attorno a un monumento si coagulano differenti valori, che entrano tra loro in rapporto anche conflittuale, come ad esempio quello storico, che potremmo considerare oggettivo, e quello artistico, che risponde più alla volontà creatrice (Kunstwollen), propria di un periodo, di un autore, di una regione. Accanto a questi, c’è un ulteriore valore, quello della memoria, che è una elaborazione moderna in grado di tenere insieme gli altri due.

Paul Ricoeur, soprattutto in La memoria, il tempo, l’oblio e in Tempo e racconto, si interroga sui monumenti e ne mette in luce la natura di «documenti di pietra», luoghi fisici cruciali per la definizione della memoria collettiva. La coscienza storica e la conseguente attività ermeneutica affrontano le testimonianze e le memorie come appartenenti al proprio campo di indagine, inteso come luogo di lavoro e humus originario e fertilizzante.

Così Ricoeur arriva a ipotizzare – e richiedere – che la storia sia attività viva di ricerca e non già semplice archivistica e conservazione nostalgica. Così, la costante ri-narrazione dei nostri ricordi personali è base per quella del passato nazionale e sovranazionale, come un antidoto alla cristallizzazione della memoria storica e collettiva.

Sacralizzazione e mnemotopi

«Il monumento, il piú delle volte, ci consegna una voce (chiara, luminosa, semplice) di parte, perlopiù quella dei vincitori, e dunque riflette le ideologie e gli equilibri di potere presenti al momento della sua edificazione.» [p. 46]

Riprendendo la citazione iniziale da Sant’Agostino, possiamo ricollegarla alla riflessione sulla memoria iniziata negli anni Venti del secolo scorso da Maurice Halbwachs, per ricordare che l’atto del ricordare è di per sé un atto presente, e ciò che costituisce il contenuto del ricordo non è dato una volta e per sempre, ma muta al mutare dei quadri sociali di riferimento. La memoria diviene, si fa, in relazione a come gli attori sociali agiscono e reagiscono, definendo quella che chiamiamo memoria collettiva.

«Ogni comunità costruisce un racconto di sé, e questo racconto, come ogni testo narrativo, è fatto di scelte, di omissioni e reticenze. Il problema è che non è detto che le scelte fatte dalle generazioni passate (e consegnate a noi) debbano per forza andarci bene. Il bello della Storia è che ci richiede una costante e difficile sfida interpretativa. Siamo chiamati a illuminare il nostro passato alla luce dei nostri valori e delle nostre convinzioni di oggi.» [p. 85]

Dall’altra parte, gli esempi portati da Malaguti dei raduni di Giulino e di Dongo, dove continuano ogni anno manifestazioni nostalgiche del regime e della Repubblica Sociale, o l’accenno a una possibile realizzazione di un museo del fascismo a Predappio (di cui sembra si discuta da un decennio senza alcunché di fatto), mostrano che alcuni luoghi sono caratterizzati da elementi magici, mitici o religiosi, simili a quelli che Jan Assmann ha definito mnemotopi, ovvero spazi utili al ricordo collettivo la cui struttura testuale viene dall’investire di specifici codici culturali una determinata topografia; lo spazio in questione diviene così iscrizione.

Se da un lato il rischio è quello di svuotare i luoghi del loro significato storico, caricandoli di una banalizzante estetizzazione, dall’altro la necessità è di non cedere di fronte a questo movimento di deriva, ma opporvi una rifondata volontà storica che non miri a sacralizzare ma a vivificare i luoghi come spazi di interpretazione, di narrazione, di dibattito. Resistere significa innanzitutto chiedere, poi comprendere, poi mettere in questione e alzare la voce se le cose non reggono, se il racconto cede.

A questo punto entra in gioco, ed è soprattutto il capitolo finale del libro a farsene portavoce, la questione pedagogica. Dove, se non tra i banchi della scuola – una scuola ripensata, logisticamente e dinamicamente – possiamo desiderare che si formino le coscienze di questa nuova resistenza? La didattica può e deve essere ricalibrata sul “centro” della classe, sempre variabile nel tempo e nelle situazioni, intesa come luogo in cui le persone sono chiamate a formare e mettere alla prova un pensiero e le sue possibili alternative. Pensata in questo modo, anche l’idea di sapere si farebbe meno monumentale e resisterebbe meglio agli attacchi dei nuovi assolutismi.

«Ecco, forse il nostro modo di «fare resistenza» a scuola dovrebbe passare di piú attraverso la possibilità, offerta ai nostri studenti, di ricavarsi spazi, di difenderli, ma anche di sbagliarci dentro, di perdersi in essi.» [p. 130]

Paolo Malaguti

Intervista

La tua narrativa è, se escludiamo L’ultimo carnevale (Solferino, 2019), di tipo storico. In Sentieri partigiani, di natura saggistica seppur con un taglio narrativo, lo sguardo è parzialmente diverso e racconta di un nesso tra ciò che appartiene al passato e ciò che, di quel passato, mantiene nel presente un segno, una traccia. Quindi non tanto mettere in scena narrativamente qualcosa che potremmo aver perso, ma interrogarsi sulla tenuta delle memorie materiali, è così?
Certo, il libro ha un taglio saggistico e cerca di riflettere sulla tenuta attuale dei segni della memoria resistenziale. In questo mi pare di vedere una sorta di continuità di metodo rispetto alla narrativa storica. Quando provo a costruire un romanzo storico mi piace far interagire i protagonisti con determinate forze della Storia che restano al mutare dei secoli: in particolare osservando in prospettiva romanzi come Il Moro della cima, Fumana, Piero fa la Merica, Prima dell’alba, I mercanti di stampe proibite, noto che in essi ho provato a raccontare di persone “umili” che di fronte alla violenza del potere (politico, militare, mediatico) non si rassegnano a un ruolo totalmente succube. Questo interesse per le forze negative della Storia e per il modo con cui gli individui nel tempo si sono ad esse rapportate spero possa riflettersi nel presente. Credo cioè che un romanzo storico possa piacere proprio nella misura in cui continua a parlarci. In “Sentieri partigiani” faccio lo stesso: osservo dei segni della memoria (monumenti, lapidi, cippi) e cerco di verificarne l’efficacia.

Il titolo rimanda a un immaginario geografico, o topografico che forse è leggermente fuorviante. Non si tratta di una guida vera e propria, ma certo è presente un’idea di tracciato, una personale proposta di un itinerario partigiano. Il tuo è stato dunque un viaggio esplorativo di alcuni luoghi della memoria o, significativamente della memoria negata?
L’immagine dei sentieri rimanda, forse, a un duplice aspetto che mi interessava sottolineare. Da un lato la difficoltà del percorso. Quando ti confronti con i problemi e cerchi di ragionarci passo passo, senza preconcetti o chiusure ideologiche, non è come andare in autostrada, a grande velocità, lasciando perdere ciò che ti sfila attorno, è invece come salire per un sentiero di montagna. Inciampi, fai fatica, devi stare attento alle tracce perché rischi di perderti… Ma strada facendo il piacere è incomparabilmente maggiore. Su un altro versante, mi piaceva la dimensione solitaria del percorso “su sentiero”: credo che uno dei rischi della nostra contemporaneità iperconnessa sia il pesantissimo rischio di distrazione. In qualche modo non siamo mai soli, siamo sempre interpellati o interpellabili, e questo, se da un lato è ovviamente una grande risorsa, dall’altro costituisce un rallentamento, una costante interruzione, una perdita di “pensiero lungo” che invece sarebbe il caso di preservare. Quando ho iniziato la scrittura dei “Sentieri” non sapevo cosa avrei trovato: non ho cioè sciorinato una verità già bella e pronta ai lettori, l’ho incontrata e messa a fuoco poco per volta, e questo mi è stato possibile credo anche per gli spazi di solitudine che mi sono ricavato durante il percorso di scrittura, in particolare sfruttando le pedalate in montagna.

Un aspetto su cui insisti è che la resistenza, rispetto ad esempio alle precedenti glorificazioni monumentalistiche fasciste, si esprime per elementi più contrastati, ambigui, fluidi, a cause delle molte anime che la componevano. Servono dunque più attenzione, più strumenti, più conoscenza per decodificare questi messaggi?
Questa “difficoltà” della memoria resistenziale è uno degli aspetti più interessanti e scivolosi su cui mi sono imbattuto. Da un lato, infatti, di fronte a segni così complessi una prima reazione è quasi di disappunto, specie se li guardiamo in parallelo alla memoria “facile e diretta” dei segni fascisti. Perché hanno voluto che facessimo così fatica? Non sarebbe stato più efficace che anche gli eredi della Resistenza proponessero proclami chiari e netti, visto che oggi quei monumenti rischiano di essere dimenticati e di soccombere? Ma dall’altro lato forse quella difficoltà è proprio figlia della sfida pedagogica insita nella democrazia: il messaggio fascista è chiaro e unilaterale perché è imposto. Il messaggio resistenziale è complesso perché raccoglie la sfida della molteplicità delle opinioni, della difficoltà della Storia. Insomma: per fortuna che abbiamo segni difficili, che non ci additano una sola verità. Vuol dire che siamo liberi. La libertà però non è facile, per certi aspetti è certamente più comodo vivere sotto un regime che decide per te: di fronte ai segni della memoria democratica dobbiamo darci da fare per capirli e per riconoscerci (o non riconoscerci) in essi.

Il libro è puntellato da varie citazioni tratte da capolavori della narrativa sulla resistenza italiana. Anche questo conta, e cioè la possibilità e la ricchezza di tornare a nostro piacimento sui luoghi letterari dell’evento partigiano: quali sono le domande nuove a cui questi classici rispondono?
Generalmente, in termini di metodo, direi che i classici sono davvero dei serbatoi potenti di risposte, e quindi dovremmo abituarci a interrogarli di più, a non rinunciare alla loro ricchezza, oltre che alla loro bellezza. Nel caso specifico, le pagine dei romanzi da cui ho attinto di più (Pavese, Meneghello e Fenoglio) hanno l’enorme pregio della complessità e della trasferibilità. I monumenti lanciano dei messaggi, non raccontano delle storie. Anche i nomi elencati sui monumenti risultano appiattiti, resi quasi succubi dei messaggi di memoria e glorificazione che li accompagnano. In un libro come I piccoli maestri invece i protagonisti hanno paura, ridono, sbagliano, insomma vivono, e questo rende la loro storia e le loro scelte più vicine a noi. Per questo credo che in generale la nostra memoria collettiva dovrebbe essere veicolata più da “narrazioni” che da “proclami”.

Tu sei un insegnante e lungo tutto il libro affiorano riferimenti alla pedagogia, e cioè al rapporto che si dovrebbe creare tra luoghi e monumenti storici da un lato e insegnamento dall’altro, come a dire: è compito della scuola, in genere, e di ogni docente nello specifico, far sì che il segno in-segni. È così?
Insegnare letteratura o storia ti pone sulla lama sottile di una scelta probabilmente sempre incerta, da rinegoziare. Da un lato hai dei contenuti che riguardano inevitabilmente il passato. Magari parlano al presente, sono attuali o attualissimi. Ma sono testimonianze di un mondo che, nel momento in cui è entrato nella Storia o nel canone letterario, non è più presente. Dall’altro hai le urgenze degli studenti, che in qualche modo, con qualche messaggio o sintomo, vogliono portare istanze diverse in aula. Nell’attrito tra “ultra-passato” storico e “ultra-presente” adolescenziale sta l’insegnante, cercando di non fare troppi danni. Nello specifico di quanto scritto nei Sentieri partigiani, ha senso oggi “additare” una memoria data una volta per tutte, o non sarebbe meglio incoraggiare la “criticabilità” del passato e dei suoi segni? Ovvio, la critica è un esercizio sottile, che impone a monte studio, conoscenza, metodo. Ma a volte a scuola si rischia di proporre lo studio, e di lasciare indietro la critica.

In finale, possiamo dire che dietro a questo libro c’è la volontà di insegnare la Resistenza come una didattica del resistere, in ogni tempo, contro i vari autoritarismi?
Sì, nell’ultimo capitolo mi confronto appunto con questa provocazione. A scuola si spiega la Resistenza, certo. Ma si promuove la “competenza del resistere”, della disubbidienza civile? Riusciamo a fare capire ai nostri studenti che ubbidire non è sempre un bene, e che quando si riceve un ordine da una autorità prima di tutto dobbiamo vagliare quell’ordine alla luce della nostra etica e della nostra morale? Non è un gioco facile, ma è necessario, appunto perché la democrazia non è una conquista eterna e immodificabile, il nostro presente ce lo dimostra fin troppo bene. La democrazia va difesa, rinegoziata, alimentata di continuo, sennò muore.


[1] Agostino, Le confessioni, XI, 20, 26
[2] Alois Riegl, Il culto moderno dei monumenti. Il suo carattere e i suoi inizi, Trad. it. di Renate Trost, Abscondita, Milano 2020, p. 11


In copertina: Illustrazione di Andrea Calisi | Progetto grafico: 46XY






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