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Scoprire Milano tra Montale, Stendhal, Hemingway, Eco. Le dieci passeggiate milanesi di Kerbaker



È una “viuzza sbilenca” nascosta nella periferia nord di Milano. Intitolata, chissà perché, a un famoso astronomo tedesco. Guadagnò un quarto d’ora di celebrità giornalistica come teatro di uno spaventoso fatto di cronaca. E conquistò la consacrazione letteraria come soggetto di un racconto di Gadda. Inizia con L’incendio di via Keplero – «…fra persistenti urla, angosce, lacrime, bambini, gridi e strazianti richiami e atterraggi di fortuna e fagotti di roba buttati a salvazione giù dalle finestre…» – Milano in 10 passeggiate (Rizzoli), il nuovo libro di Andrea Kerbaker, intellettuale eclettico qui in versione flâneur metropolitano.
Formato quaderno, comodo da sfogliare camminando, grafica di sapore ottocentesco, scandita da disegni e mappe, ben scritta e ricca di curiosità, merita un posto tutto suo nell’affollato scaffale delle “guide” locali (qualche suggerimento di lettura: Milano in mano di Guido Lopez, Milano non è Milano di Aldo Nove, La traversata di Milano di Maurizio Cucchi, Milano di carta di Michele Turazzi). Peccato solo che manchino gli indici, dei nomi e dei luoghi. Che sono moltissimi. Centrali e periferici. Famosi e dimenticati. Sacri e profani. Dalle chiese più scintillanti ai più tetri crocevia della cronaca nera (e degli anni di piombo). Dalle sale teatrali alle architetture fasciste: che, piacciano o no, hanno segnato il volto della città novecentesca. Dai moderni grattacieli di Porta Nuova e CityLife, simbolo di un’effervescenza post Expò traumaticamente sedata dalla pandemia, agli antichi sepolcri del cimitero Monumentale.

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Il testo riflette le qualità dell’autore. Manager culturale (con Telecom Italia organizzò le memorabili letture dantesche di Sermonti alle Grazie), scrittore, segretario dello storico Premio Bagutta, editorialista culturale sulle pagine milanesi del Corriere della Sera, docente in Cattolica, ma prima di tutto bibliofilo – la sua Kasa dei libri (trentamila) in largo De Benedetti, recentemente affiancata dal Kapannone dei libri di Angera, sul lago Maggiore, è uno dei più vivaci salotti letterari della città – Kerbaker trasferisce sulla pagina le sue doti migliori: la conversazione colta, mai però pedante, l’erudizione affabile, alleggerita con gocce di ironia e insaporita da pungenti giudizi. Casa Manzoni, per esempio, si capisce che non gli piace granché: «L’insieme è un po’ vecchiotto, scricchiolante», ha un aspetto freddo, incapace di suscitare emozioni. E gli piacciono ancor meno le tre torri di CityLife, firmate da archistar ma irrimediabilmente compromesse dagli «immensi loghi che le sovrastano, di dimensioni che oltrepassano di miglia ogni ragionevole buon gusto».

Milano d’autore è il titolo della passeggiata numero uno. Eccoci in via Solferino, nelle stanze del Corriere, con un redattore ordinario, poi critico musicale, che vincerà il Nobel della poesia: Montale. Alla Scala con il giovane Stendhal, che ricorderà i suoi anni milanesi come «il miglior tempo della mila vita». In via Armorari con Hemingway, soldato in Italia nella prima guerra mondiale, ferito al fronte del Piave, qui ricoverato all’ospedale americano (gli estrassero 237 schegge di granata): celebrerà il suo Addio alle armi tra le braccia di un’infermiera, innamorandosi anche di Milano: «La città più moderna e vivace d’Europa», scrive alla madre. In Foro Buonaparte Kerbaker ritrova la casa di un vecchio amico scomparso, Umberto Eco, complice di passioni bibliofile, mentre in Sant’Ambrogio ricorda il soggiorno milanese di Petrarca, che qui incontrò Boccaccio.
Con Due parole in croce (passeggiata numero due) ci ritroviamo in giro per chiese. Alle Grazie, oltre al Cenacolo di Leonardo, Kerbaker raccomanda di guardare la grande Crocifissione che gli sta di fronte, opera di Donato Montorfano, penalizzata dall’imbattibile fama del dirimpettaio: «Bellissima, e nessuno la degna di uno sguardo». A San Maurizio, tra gli affreschi di Luini, avverte il rischio di una sindrome di Stendhal, «per accumulo di bellezza». In San Satiro non smette di stupirsi per la finta abside del Bramante, capolavoro di illusionismo prospettico, «uno dei più noti esempi mondiali di trompe-l’œil».

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Donato Montorfano, Crocifissione, Santa Maria delle Grazie, Milano

L’architettura del Ventennio, a volte insopportabilmente retorica (il Palazzo di Giustizia di Piacentini), altre capace di geometrica eleganza (villa Necchi Campiglio di Portaluppi) è al centro della passeggiata numero tre (titolo, politicamente scorretto ma spiritoso, Casetta nera). In San Babila alziamo lo sguardo verso la Torre Snia Viscosa di Alessandro Rimini, il primo grattacielo di Milano, battezzato a suo tempo “Rubanuvole”. Un soprannome infelice ha invece inchiodato la Ca’ Brutta di Muzio, in via Turati, a una cattiva fama. Immeritata, avverte Kerbaker. La Ca’ Brutta è «semplicemente bellissima».
La città che sale (passeggiata numero quattro, sulle tracce di un celebre quadro di Boccioni) esplora storici e nuovi grattacieli. Il Pirellone di Giò Ponti resta campione di eleganza. La Torre Galfa è il «torracchione di vetro e cemento» (in realtà un nitido parallelepipedo) che il protagonista della Vita Agra di Bianciardi sognava di far saltare in aria. Palazzo Lombardia, frutto della «megalomania» di Formigoni, «coronamento del sogno esagerato di una giunta che si credeva onnipotente», non è poi male, ma non è entrato nel cuore e nelle abitudini della gente: «I milanesi non lo hanno adottato». A Porta Nuova, Kerbaker loda la Biblioteca degli Alberi, oltre alla Torre Unicredit e al Bosco Verticale. Di CityLife abbiamo detto. Salva solo il «bellissimo» centro commerciale.

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Torre Galfa, Milano

Ed eccoci alla passeggiata numero cinque, Delitti esemplari. In largo Zandonai rivive la ferocia della Banda Cavallero. In via Cherubini, l’assassinio del commissario Calabresi. All’84 di corso Magenta un delitto che sconcertò la “Milano da bere”: al termine di una notte di sesso e droga la modella americana Terry Broom uccise con due colpi di pistola il playboy Francesco D’Alessio. Non meno orribilmente famoso – e siamo in via San Gregorio – il caso di Rina Fort, che ammazzò la moglie del suo amante e i loro tre bambini. Qui Kerbaker, che sa alternare con sapienza parole sue e citazioni letterarie, recupera una pagina della sconcertante confessione messa a verbale dalla Fort, «parole che sembrano prese in prestito dal miglior Dostoevskij di Delitto e castigo»: «Le vittime agonizzavano ancora quando accostai la porta e discesi le scale. Andai a casa, mangiai due uova fritte con grissini. La notte non potei dormire. Il giorno seguente mi recai normalmente al lavoro».
La vocazione teatrale (passeggiata numero sei) alza il sipario sulla storia della Palazzina Liberty, occupata dalla coppia Fo-Rame nel 1974 con la complicità «più o meno ufficiale» dell’allora assessore al Demanio Tognoli (futuro sindaco), laboratorio e palcoscenico di memorabili spettacoli ribelli, su tutti Mistero buffo. L’itinerario procede dal Piccolo di Grassi e Strehler («Non un teatro, ma un manifesto, un modo di stare al mondo e di intendere la vita») al Portaromana dove Kerbaker ricorda di avere scoperto il giovane Benigni appena lanciato in TV da Arbore. Ma il cuore dell’autore batte per il Parenti che la direttrice Shammah (donna insieme visionaria e pratica, che «conosce il fascino del potere e anche l’arte di flirtarci») è riuscita a trasformare, complice l’architetto De Lucchi, in uno dei luoghi più affascinanti di Milano: «Uno spazio multiforme, poliedrico, animato, che in certi angoli ricorda le costruzioni fantastiche di Escher».

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Teatro Franco Parenti, Milano

La passeggiata numero sette, Con i piedi di piombo, rievoca la tragica vicenda del pensionato Giuseppe Tavecchio, cui Kerbaker aveva già dedicato un toccante libro, La rimozione. Ucciso per errore durante gli anni di piombo, mentre attraversava piazza Scala, colpito da un lacrimogeno sparato dalla polizia, «non essendo inquadrato in nessuna parte politica» il suo ricordo è stato rimosso, la sua morte dimenticata, neanche un lapide alla memoria.
Una citazione manzoniana, «Grand’abbondanza dev’esserci a Milano», battezza la passeggiata numero otto, dedicata ai luoghi dei Promessi Sposi. Il Lazzaretto, per esempio, di cui si conservano la chiesa (San Carlo al Lazzaretto) e tracce di muri oggi occupati dalla chiesa ortodossa russa. E l’Ambrosiana, con la biblioteca e la pinacoteca donate alla città dal cardinale mecenate Federico Borromeo.

Da Manzoni a Foscolo, eccoci infine All’ombra dei cipressi e dentro l’urne (passeggiata numero nove). Kerbaker confessa di avere iniziato il corteggiamento della futura moglie (inglese) portandola a fare una passeggiata al cimitero Monumentale. Lo aveva fatto anche Buzzati con Almerina. Il Monumentale, del resto, è un autentico museo a cielo aperto, un sorprendente catalogo di monumenti d’autore che scolpiscono nel marmo la storia delle grandi famiglie milanesi. Il suggerimento è di «abbandonarsi al piacere della flânerie mentre lo sguardo vaga lungo i sepolcri e i vialetti ».
E siamo al congedo. Tutta mia la città (passeggiata numero dieci) è una riflessione personale dell’autore sulla Milano di oggi. Il libro, concepito alla vigilia del contagio, scritto nei mesi del lockdown, esce nel momento della riapertura. Kerbaker ripensa ai giorni di «silenzio e vuoto, con la città ridotta a una immensa pittura di De Chirico». Giorni “insopportabili”, certo. E tuttavia anche «ideali per pensare».

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