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Scomparire nel metaverso. Come recuperare il nostro senso del reale senza rinunciare al futuro



Capita di rado di essere illuminati da un pamphlet come accade leggendo Contro Metaverso – Salvare la presenza (Mimesis) di Eugenio Mazzarella, professore emerito di Filosofia Teoretica all’Università di Napoli. Si è incuriositi dal titolo provocatorio, attraente nella moda di oggi che vuole venderci il metaverso a tutti i costi e chi non lo compra a scatola chiusa fa la figura del retrogrado. Molto più dei saggi di Byung-Chul Han, anche lui docente di Filosofia, a Berlino, questo piccolo libro svela, in modi a tratti folgoranti, il grande equivoco dell’Intelligenza Artificiale, definendo i confini commerciali del Metaverso, che si prepara a consegnarci a una rete di governo e di controllo, facendoci credere che saremo invece più liberi.

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Il modello paradigmatico dei libri ‘contro qualcosa’ ha il pregio di esprimere con chiarezza e coraggio il punto di vista di chi scrive: in questo caso, inglobando tematiche filosofiche, ma sempre tenute a bada da un rigido controllo empirico, e cogliendo il legame tra il nuovo capitalismo digitale e le realtà artificiali, l’autore ci conduce lungo un percorso nella nostra ignoranza tecnologica e morale, abbagliati come siamo dall’ideologia del progresso come sviluppo necessario delle idee. Il grande tema è quello di una virtualità così invasiva da impedirci di dominarla – mentre dovremmo al contrario “salvare la presenza” (come dice il sottotitolo del libro) – tranquillizzati da quella riserva autoconsolatoria che una volta era demandata al telecomando della tv: si poteva sempre spegnere, mentre il tasto on/off del nostro coinvolgimento digitale sembra difficile da premere; impossibile riassorbire i tempi brevi dell’esposizione del nostro sistema, il mondo di reti artificiali e di AI è un rischio antropologico che vede gli umani contro qualcosa che avvertono come un ‘male’, nel confronto che opporrebbe a questo cosiddetto ‘male’ il bene «che ne nasce dal dirgli no»: inutile negare che esiste un disagio davanti a questo nuovo mondo che gli Zuckerberg prospettano, immerso nel conformismo, dove l’interazione sociale non deve avere frizioni, perché l’efficienza delle reti interconnesse non può mai essere messa in crisi.

La posta in gioco è la grande dismissione del reale nel virtuale, nell’infosfera, «la nuova parola-mondo (…) di un tempo-spazio in cui si trascendono l’uno nell’altro online e offline della vita, dove ciò che è reale è informazione e ciò che è informazione è reale». Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955) chiamava noosfera l’insieme condiviso della collettività umana, dell’invenzione e della ricerca spirituale; l’infosfera è invece il termine utilizzato per concepire appropriatamente uno spazio che comprenda i nostri corpi fisici, mentali ed eterici; coinvolge e incide sul nostro sognare, sulla nostra vita culturale. Come Marshall McLuhan prediceva nei primi anni Sessanta, il nostro sistema nervoso, sempre in evoluzione, può essere ora esteso, fino a diventare un abbraccio planetario, in una «dispositività operativa e di controllo» tipica del mondo della tecnica, simile a quella che la gabbia d’acciaio weberiana era stata per l’economia e la società della seconda modernità.

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Ci prepariamo a una vita che sarà una fluida transitività tra esperienze online ed esperienze offline, senza maggiore o minore autenticità delle une rispetto alle altre e senza che ci sia motivo di ritenere che ciò che avviene online sia meno vero di ciò che avviene offline. Scordiamoci di immergerci temporaneamente nel mondo digitale per poi riemergere, scrollarci tutto di dosso e riprendere la nostra vita normale, le due esperienze saranno costantemente e profondamente intrecciate. Quella digitale e dell’Intelligenza Artificiale è la quarta rivoluzione della modernità, che ci fa perdere l’ultima ‘centralità’ dell’uomo, che ci era rimasta dopo la perdita già patita della nostra centralità nell’universo (rivoluzione copernicana), nell’evoluzione (con la crisi dell’antropocentrismo e del darwinismo), nell’io-cosciente (con la scoperta freudiana dell’inconscio). Ora l’ultima centralità residua, quella della nostra capacità di calcolo e delle nostre prestazioni intellettuali, «quella che ci faceva dire cose tipo ‘a scacchi non potrà mai batterci nessuno’ oppure ‘vorrei proprio vedere se un robot è in grado di parcheggiare in uno spazio così stretto’», oggi che l’AI sconfigge facilmente i campioni di scacchi e le auto si guidano e si parcheggiano da sole, anche la nostra centralità nell’universo del calcolo è ormai obsoleta. Ma la truffa dell’Intelligenza Artificiale sta nel fatto – scrive Mazzarella – «che non è affatto intelligenza, come ben sanno tutti gli addetti ai lavori, ma computazione artificiale automatizzata». Ripulire il conio linguistico della parola-guida dell’infosfera vuol dire eliminare un errore dovuto al linguaggio che non corrisponde alla realtà e che ne corrompe o impedisce una corretta conoscenza. Perché l’errore è intenzionale, a uso delle masse facilmente suggestionabili: è sotto gli occhi di tutti l’uso lucrativo della rete da parte di uomini su altri uomini, mentre il capitalismo digitale ridisegna il lavoro e le relazioni sociali. Si preferisce indirizzare il senso comune colonizzandone l’immaginario e alimentando il mito dell’Intelligenza Artificiale come possibile replica di quella umana, capace «come induce implicitamente a pensare il lessico, di intus legersi, sì da poter avere in sé un’intenzionalità e persino una sorta di agency morale. E capace per la sua superiore potenza di calcolo di soppiantarla, l’intelligenza umana; ovviamente a beneficio di una vita più facile per l’intelligenza soppiantata, per gli umani, soddisfacendone attese bisogni desideri ed esonerandoli dalla fatica individuale e collettiva, psichica e sociale, di raggiungerne il soddisfacimento: un mondo di macchine che ci capiscono e ci prendono in cura, dall’inizio alla fine». 

Questo libro così radicale contro il metaverso, e i digital twins che vorrebbero replicare le nostre vite fisiche in vite digitali, richiama l’attenzione sul fatto che noi costruiamo la nostra identità attraverso il ricordo delle persone e degli eventi che sono avvenuti nei diversi luoghi che frequentiamo. «Siamo lavoratori perché andiamo in azienda, siamo tifosi perché andiamo allo stadio, siamo studenti perché andiamo a scuola»: all’interno del nostro cervello c’è una serie di neuroni specifici, chiamati anche neuroni Gps, poiché funzionano in modo simile al Gps delle nostre auto, che si attivano ogni volta che occupiamo una posizione nell’ambiente che frequentiamo e che perciò ci definisce. Ma cosa succede ai neuroni Gps quando invece di andare in azienda o allo stadio o a scuola svolgiamo le nostre attività su una piattaforma in videoconferenza o quando il nostro avatar compie azioni (anche sessuali) al posto nostro nel visore che avremo davanti agli occhi? Per il nostro cervello le piattaforme Zoom e Teams non sono luoghi, come non lo sono quelli cui accederemo attraverso il teletrasporto. Per l’antropologo Marc Augé (1935) i ‘non luoghi’ erano gli aeroporti, spazi di transito, focalizzati solo sul presente, in cui è praticamente impossibile costruire un’identità condivisa. L’eterno presente digitale non lascia segni nella nostra storia. «Se questi sono gli effetti di vivere nel metaverso – si chiede l’autore – perché dovremmo entrarci?».
La stanchezza dell’uso tecnologico è ancora una protesi faticosa dell’umano, anche se è la mixed reality a comandare: nel metaverso l’esperienza nel mondo fisico e in quello virtuale si influenzano. «Se in realtà virtuale faccio partire la lavatrice digitale, anche quella fisica presente nel mio appartamento comincerà a funzionare». Rendere possibile il senso di presenza è una delle caratteristiche e delle sfide del metaverso, ma credere che la nostra esperienza corporea sia il risultato di una simulazione è, per ora, difficile da accettare. Il metaverso è una tecnologia trasformativa (al contrario dei social media che sono tecnologie persuasive), non sarà più un prodotto commerciale, come Facebook o Instagram, sarà la vita stessa. Il dossier digitale è sul tavolo del futuro, conclude Eugenio Mazzarella nel suo densissimo libro: «è inutile, e irresponsabile, rifiutarsi di sfogliarlo».

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