21.10.2026

Nera civiltà

Appunti di lettura su "Cristo si è fermato a Eboli" di Carlo Levi


Per molti motivi Cristo si è fermato a Eboli è diventato un classico del nostro Novecento. Per la compostezza lontanamente epica e a tratti incantevole dello stile, intanto. E poi per la compresenza, nello sguardo dell’autore sul mondo che osserva, di lucido distacco e di pietas infinita. Ma soprattutto perché questo libro, che non è facile incasellare esteriormente in un genere – un po’ romanzo, un po’ reportage, un po’ diario –, è una felice rielaborazione artistica, rispettosa ed amorosa, di una traumatica esperienza dell’alterità.
Per un periodo della sua vita Carlo Levi, raffinato esponente della borghesia torinese, è precipitato in una realtà a lui del tutto sconosciuta, è stato gettato di colpo in un mondo infero fuori dalla storia e regredito alle scaturigini remote, quasi incontaminate della nostra civiltà. Questo corto circuito deve averlo prima sconvolto e, subito dopo, etimologicamente, affascinato. Tra l’esperienza e la sua rielaborazione letteraria sono passati alcuni anni, quelli necessari e sufficienti perché il trauma si tramutasse in innamoramento. Quando descrive le credenze e le leggende di quel misero mondo arcaico di pastori e di contadini, Levi, per lunghi tratti, traduce il loro stesso linguaggio magico e pensa il loro stesso pensiero mitico. Tra esperienza e scrittura, nella sua personale rivisitazione interiore, lo scrittore ha bruciato molto della sua distanza culturale da quella realtà, tranne il dominio intellettuale (colto, coltissimo) della scrittura stessa. È essenzialmente questo, forse, che fa il valore – notevolissimo – del libro. Non un resoconto meramente descrittivo né soltanto una memoria ad uso degli storici e degli antropologi di professione (benché, anche su questo versante, esso offra un contributo rilevante). Piuttosto l’appropriazione di un mondo, la sua vigile, dolorosa ed empatica interiorizzazione. Scrivendo Cristo si è fermato a Eboli Carlo Levi è riuscito spesso a spogliarsi, senza però dimenticarla mai, della sua civilitas. Ha saputo muoversi sul filo di un equilibrio miracoloso e precario. Diventare l’Omero e il Verga di quell’universo primordiale. Solo così ha potuto scrivere pezzi memorabili.

Carlo Levi

Memorabili come quello in cui narra di un drago che infestava quei luoghi desolati fino a quando non venne sconfitto da un valoroso principe del posto: una favola raccolta a lui oralmente negli anni Trenta del Novecento in Lucania, ma che sembra coeva alle tante narrate dalla poesia greca antica. E lo è, per la sua scontata e antichissima trama mitica, ma soprattutto per la apparente ingenuità con cui Levi la racconta, senza filtri razionalistici che avrebbero potuto distruggerne l’incanto:

«Il drago, a quello che mi raccontarono, abitava in una grotta vicino al fiume, e divorava i contadini, riempiva le terre del suo fiato pestifero, rapiva le fanciulle, distruggeva i raccolti. Non si poteva più vivere, in quel tempo a Sant’Arcangelo […] Il principe venne, tutto armato, sul suo cavallo, andò alla grotta del drago e lo sfidò a battaglia. […] A un certo momento, quel valoroso si sentì tremare il cuore […] quando gli apparve, vestita di azzurro, la Madonna che gli disse con un sorriso: – Coraggio, principe Colonna! – e rimase da una parte, appoggiata alla parete […] A questa visione, a queste parole, l’ardimento del principe si centuplicò, e tanto fece che il dragone cadde morto ai suoi piedi. Il principe gli tagliò la testa, ne staccò le corna, e fece edificare la chiesa perché vi fossero per sempre conservate.»1

Il mostruoso flagello, l’eroe che lo uccide con l’assistenza – sorridente! – della divinità, l’edificazione di un luogo sacro per conservarne le spoglie: se rimuoviamo la vernice cristiana, questo racconto presenta tutti gli ingredienti delle antiche favole eroiche pagane, quelli che si ritrovano anche nelle saghe di tanti eroi del mito classico. Anche i tratti e le prerogative della Madonna nera di Viggiano hanno una riconoscibile, antichissima matrice precristiana:

«La madonna dal viso nero […] non era la pietosa Madre di Dio, ma una divinità sotterranea, nera delle ombre del grembo della terra, una Persefone contadina, una dea infernale delle messi. […] La Madonna nera non è, per i contadini, né buona né cattiva; essa è molto di più. Essa secca i raccolti e lascia morire, ma anche nutre e protegge; e bisogna adorarla.»2

Nella sua potenza – temibile, imperscrutabile, arbitraria – questa figura ha moltissimo degli dèi del mondo classico. Una affinità profonda che dipende, ovviamente, dalla comune appartenenza di entrambi i mondi (quello classico, appunto, e quello rurale osservato da Levi) a un primigenio sostrato pagano mediterraneo. Ma certo sorprende l’intatta sopravvivenza nel nostro meridione di questi tratti ancestrali ancora in pieno Novecento.
La solida cultura classica di Levi (di cui affiorano evidenti indizi qua e là nel testo) lo agevola peraltro non poco nel riconoscere consapevolmente i caratteri più primitivi del mondo che osserva. Lo aiuta a misurarne meglio la loro tremenda arcaicità e al tempo stesso a medicarne l’estraneità profonda con il filtro di un linguaggio (una Persefone contadina) culturalmente familiare. Ma lo spinge anche in vari punti – curiosamente – a cogliere il rovescio della medaglia. Un po’ come succede spesso in certi etnografi antichi sul fondo atemporale e pre-civile di quel mondo pietrificato nella preistoria, in cui risaltano in controluce, per un contrasto accecante, i mali e le brutture dell’italianità sua contemporanea: non solo la sovrapposizione recente e brutale a quel mondo del regime fascista e/o dello stato unitario, ma anche la difformità – non di rado giudicata in termini sorprendentemente elogiativi – del costume locale rispetto a certi tratti tristemente noti del malcostume nazionale. Vedi le considerazioni, amare ma davvero penetranti, che Levi sviluppa intorno alla sconcertante figura di un barbiere analfabeta che esercita con destrezza il mestiere di chirurgo:

«Aveva davvero una certa abilità, e io lo chiamavo perché mi aiutasse nei piccoli interventi chirurgici, o lo incaricavo di andare a fare le iniezioni. Che cosa importava se non era autorizzato? Le faceva benissimo: ma doveva agire di nascosto, perché l’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego. Molti contadini camminano ancora, a Gagliano, che sarebbero rimasti zoppi, ad opera della scienza ufficiale, per tutta la vita, grazie a questo figaro – contrabbandiere dall’aspetto furtivo, mezzo stregone e mezzo medicone, in guerra con l’autorità e i carabinieri […]»3

Carlo Levi

Frame dal film Cristo si è fermato a Eboli (1979), regia di Francesco Rosi

Anche la rapida conclusione del libro, il breve resoconto del lungo viaggio di ritorno in treno nel suo Piemonte, merita qualche attenzione, perché culmina in una visione che è insieme catarsi e riepilogo interiori della sua esperienza. L’autore, risalendo verso il nord, fa tappa ad Ancona e sale a visitare, alta sul porto, la cattedrale di San Ciriaco:

«Salii alla cattedrale di Ancona, e mi affacciai, per la prima volta dopo tanto tempo, sul mare. Era una giornata serena, e, da quella altezza, le acque si stendevano amplissime. Una brezza fresca veniva dalla Dalmazia, e increspava di onde minute il calmo dorso del mare. Pensavo a cose vaghe: la vita di quel mare era come le sorti infinite degli uomini, eternamente ferme in onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento. E pensai con affettuosa angoscia a quel tempo immobile, e a quella nera civiltà che avevo abbandonato.»4

Sono le ultimissime righe del libro: la visione panoramica dell’Adriatico in una giornata trasparente e luminosa richiama da lontano (fra altre suggestioni letterarie) il riemergere dantesco, nel celebre incipit del Purgatorio, alla luce del sole dopo la dolorosa discesa nel sottosuolo infernale (di lontano / conobbi il tremolar de la marina, Purg. 116-17).
Nella limpida serenità di quello scenario marino si proiettano tuttavia ancora le ombre di irrisolte antitesi, di sentimenti chiaroscurali che affiorano alla sua coscienza snodandosi, nello sguardo retrospettivo sulla sua vicissitudine in terra lucana, in una sequenza di ossimori: onde uguali, mosse in un tempo senza mutamento (~ tempo immobile)… affettuosa angoscia… nera civiltà.
Dalla considerazione (universale) della mobile immutabilità della sorte umana il suo pensiero subito retrocede a quella (particolare) della miserabile sorte dell’umanità dei luoghi che ha appena lasciato. E l’emozione finale è ambivalente e paradossale come quella che attraversa tutta l’opera: affettuosa angoscia, amore e sgomento insieme di fronte a quel mondo che appariva a Levi un enigma, un inferno sulla terra, una nera civiltà. Una condizione tragica storicamente non riscattabile e tuttavia degna della più alta pietà umana.


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  1. Cristo si è fermato ad Eboli, Novara, De Agostini, 1985, p. 96. ↩︎
  2. Ivi, p. 104. ↩︎
  3. Ivi, p. 111. ↩︎
  4. Ivi, p. 235. ↩︎

In copertina: Carlo Levi, Vigna, olio su tela, 1962. Roma, Collezione Spallone

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