«[…] La carne viva della storia» – ha scritto Mario Tronti – «[è] indispensabile frequentarla, armato di un punto di vista sovversivo, inattaccabile, incatturabile, autonomo, in una parola, libero»1. Alle porte di un tempo mosso, più che da un divisivo sentire, dalla presunzione mortifera di una inevitabilità della mano armata, il professor Luciano Canfora torna in libreria con un saggio che condensa spinte, visioni ed eterni ritorni, troppo spesso non considerati o interessatamente sottaciuti.
L’ultimo atto di un Occidente preso dal suo riarmo traghetta con sé una storia di conflitti che, per esser compresa appieno, necessita infantilmente del solo e più genuino appello alla memoria del tempo trascorso. Nei meandri silenziosi di un metaforico ricordo, gli ultimi dieci anni della storia italiana incontrano la questione ucraina con l’assassinio (insabbiato o deposto sotto il gelo e la neve) di un giovane uomo, Andrea Rocchelli, che come i molti e i tanti che abbiamo pianto nell’orrore della Striscia di Gaza, svolgeva l’attività di fotoreporter.

Andy Rocchelli viene assassinato a colpi di mortaio nella periferia di Slovjansk, nel Donbass, lungo una linea del fuoco e della lotta, che larga parte dell’Occidente si curava di non dare in pasto all’informazione, secondo una strategia ben dimostratasi catastrofica un decennio più tardi. Chiunque abbia in laica e pura fede l’importanza della conoscenza e la necessità dell’informazione non potrà esimersi dal realizzare che l’immagine di questo giovane uomo non è certo riducibile alla sola esperienza esistenziale di un reporter coraggioso e indomito, ben pacificante nel ricordo di chi, pur potendo e dovendo, non ha mai affiancato una ricerca di verità e giustizia sulla sua morte. La tragicità di un conflitto, che continua a maciullare esseri umani, intere città e giovani costretti al fronte, restituisce la presenza di un appassionato ragazzo di trent’anni ucciso in nome dell’onestà a cui, nelle scelte e nel suo operato, non è mai venuto meno differentemente da quanti, dopo di lui, non si sono mostrati eticamente alla medesima altezza.
Come ne ha scritto Mario Calabresi nell’introduzione al volume dedicato:
«[…] È quello che Andy fa fino alla fine, fedele al suo metodo di lavoro. Siamo nel 2014, in Ucraina, sul fronte del Donbass, sulla linea di frattura dell’Europa, e qui segue due storie: quella di due ragazzi amici d’infanzia divisi dalla guerra e diventati nemici pronti ad uccidersi e quella dei bambini rifugiati nei bunker, terrorizzati dai bombardamenti notturni, dalla perdita dei genitori, dallo stravolgimento delle loro vite. Scatta e registra. Mette insieme tutti i pezzi che mostrano la follia della guerra e il prezzo che ne pagano i civili, intervista con pazienza tutti quelli che entrano nelle sue foto. Sarà il suo ultimo lavoro e fatale gli sarà proprio la scelta di stare su quella linea del fronte, colpevole per i miliziani ucraini, che lo colpiscono per non essere stato da una parte, ma per aver messo i suoi occhi e il suo obiettivo al servizio di chi in mezzo si era trovato, di chi stava pagando il prezzo più alto.»2

Se larga parte della stampa, lungo le strade dell’informazione, pare aver dimenticato i suoi passi al punto tale da ribadire la generosa possibilità concessa ai giornalisti di sondare e attraversare l’Ucraina, va a intellettuali come Luciano Canfora il merito, certamente non gelosamente ricercato, di aver dato voce e spazio ad un racconto integro e disinteressato della vicenda russo-ucraina. Con una recente collana, inaugurata per la casa editrice Dedalo3, il professor Canfora ricostruisce, pezzo a pezzo, i contorni variegati di un presente troppo complesso e sfaccettato per esser supinamente consegnato ai sogni del trionfo, o della disfatta, del demagogo menzognero di turno.
Curando la pubblicazione dei saggi La NATO in guerra (2025) di Fabio Mini, e Le guerre che ti vendono (2025) di Sara Reginella, Canfora ha per tempo ricucito la traiettoria di una contemporaneità da poter leggere oltre il vel di qualsiasi propaganda. Reginella, il cui racconto della guerra e dell’esperienza specificatamente ucraina, peraltro, ben riporta alla cupa e semisconosciuta vicenda delle liste di proscrizione intentate dai governi ucraini contro alcuni reporter e giornalisti, come Andy Rocchelli e la stessa autrice del saggio, rei colpevoli del non essersi piegati ad una narrazione faziosa di quanto osservato sul campo.

Con il recentissimo scritto Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto (2025), edito da Laterza, Canfora ripercorre una storia dell’Occidente lungo le incognite, le zone d’ombra, le certezze e i pregiudizi di una parte di mondo, che ha sempre amato decantarsi in lode del buono e giusto. Dalle guerre causate ed esportate «in nome della democrazia e dei suoi più alti ideali», sino alla psicosi fortemente attuale di un pericolo, eterno e imminente, di attacco e accerchiamento, muove tutta la precarietà di un pezzo di mondo, che nell’impugnare la sua sete di egemonia e comando, ha scordato l’essenzialità del dialogo e della vera diplomazia.
Sottolinea lo studioso a tal proposito:
«L’allarme ricorrente genera un riflesso condizionato. Come ogni dominatore, l’Occidente si sente costantemente assediato e minacciato. Perciò ha bisogno di additare un “nemico”: perché questo è un ritrovato che mobilita […] “Arginare il mondo” […] L’Occidente armato e post-democratico, al di là dei conflitti locali, ha uno stabile punto di attrito diretto e violento contro il “resto del mondo”: l’ondata migratoria. Su questo terreno fanno la stessa politica il socialista Sanchez, il laburista Starmer, il fringuello liberale Macron, il “duro” Trump, la nazionalista Le Pen, la AfD tedesca, Minniti (PD) al tempo suo, e il governo Salvini-Meloni”»4
Con la più profonda e spiccata propensione ad abbracciare il lettore per mezzo di un vivo e pulsante racconto storico, Luciano Canfora si appella all’opera somma di una figura carismatica e appassionante come Erodoto per restituire il resoconto di una storia di superiorità e pregiudizio, che probabilmente, nella caccia al diverso (al cosiddetto barbaro), trova le sue origini poco più in là della notte dei tempi:
«[…] il “Gran Re Dario” […] dopo la sconfitta della rivolta ionica […] invia a Sparta degli araldi che ingiungono agli spartani […] la sottomissione. Questi araldi vengono gettati in un pozzo e uccisi, analoga operazione Erodoto dice fu fatta anche da Atene. […]
[A Sparta] la vicenda ha uno sviluppo inatteso: una potente famiglia, […] che pretendeva di discendere dall’araldo del re Agamennone, […] deplora il comportamento che Sparta ha adottato nei confronti di questi araldi. La città vive un momento di disagio […] per aver commesso questo operato [e così] due nobili spartani si offrono di andare in Persia per essere uccisi e così lavare con il proprio sangue il crimine commesso.»5
Il racconto prosegue con l’arrivo dei notabili in Persia, dove saranno immediatamente ricevuti dal satrapo della città di Susa di nome Idarne. Quest’ultimo, appreso il motivo della visita, invita ancora una volta gli astanti a sottomettersi al Gran re persiano con la promessa di una conseguente concessione del governatorato affidatario per la Grecia. Erodoto riporta allora la risposta enfatica dei due nobili spartani: «Si vede che non hai mai assaporato la libertà, non sai cosa sia, perché se l’avessi saputo non parleresti in questo modo».
Appresa la definitiva posizione degli astanti, Idarne decide così di condurli alla presenza somma del re Dario, il quale presta orecchio alla necessità di quest’ultimi di prestarsi al sacrificio, pur di salvaguardare la propria patria dalla vendetta più cieca.
«Il Gran Re risponde: “Mi guardo bene dal farvi morire, vi rimando a Sparta, noi persiani non violiamo le leggi umane, noi non uccidiamo gli araldi”, e li rimanda indietro.»6
Come Erodoto fu, nel tempo e da talune voci, vestito di una probabile propensione filobarbarica, l’Occidente delle medio-grandi potenze sembra oggi muovere secondo rigide e guerresche posizioni di avversione, che fattualmente riportano a deleterie e maleodoranti spinte alla chiusura, nella storia del tempo, già attraversate per mezzo di occhi e movenze di stampo neocoloniale. «È una nuova fase, quella attuale» – scrive Canfora – «[riguardo] la partita della colonizzazione. È, quell’ondata, la risposta – imprevista – del mondo più esposto agli effetti devastanti della ricolonizzazione»7.
Ecco allora che, in un presente governato da rigurgiti sempre più reazionari, occorrerebbe, forse, far nuovamente approdo alla lezione di Calvino, quel giovane uomo, partigiano per necessità e passione, che lungo le macerie di un tremendo conflitto incise:
«[…] costruire un’umanità senza più rabbia, serena, in cui si possa non essere cattivi. […] Io credo che il nostro lavoro politico sia questo, utilizzare anche la nostra miseria umana, utilizzarla contro sé stessa, per la nostra redenzione, così come i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro l’uomo».8
- Mario Tronti, Il proprio tempo appreso con il pensiero. Scritto politico postumo, il Saggiatore, Milano 2024, p.21. ↩︎
- Mario Calabresi (a cura di), Andy Rocchelli. Il valore della testimonianza, Contrasto, Roma 2024, p. 10. ↩︎
- La collana si confà alla figura di coraggiosa e libera di George Orwell. ↩︎
- Luciano Canfora, Il porcospino d’acciaio. Occidente ultimo atto, Editori Laterza, Bari 2025, pp.65-66. ↩︎
- Luciano Canfora, Il porcospino d’acciaio, op.cit., p.44. ↩︎
- Ivi, p.45. ↩︎
- Ivi, p.66. ↩︎
- Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Einaudi, Torino 1947, pp.106-107. ↩︎
Copertina: Celestino Arce Lavin/Avalon/Sint via Colletiva