Ci sono passaggi che segnano un prima e un dopo, nella storia. La cesura tra il mondo che poteva essere e quello che è stato. Sono, spesso, eventi di portata globale, ma possono essere istanti minimi, personali, non per questo meno decisivi. E a volte, storia singola e storia collettiva si intrecciano. Così come succede nel romanzo di Francesca Pongiluppi, Come le Lucciole, edito da Solferino grazie alla vittoria della Fellowship del festival romano Inquiete. Un romanzo che è, con eleganza e sincerità, prima di tutto, lo squadernamento su pagina dell’istante del confine. Il 2001 è stato, forse non solo per il nuovo millennio, lo spartiacque del presente. Di cui ci si ricorda settembre, ma non – o comunque non abbastanza, luglio. I torridi giorni in cui, a Genova, si è consumata “la più grande sospensione dei diritti umani dalla seconda guerra mondiale”. E si cancellano spesso, tutte le vite. che da quei giorni non sono state più le stesse. Non solo dopo la Diaz e l’assassinio di Carlo Giuliani, ma anche dopo la più grande partecipazione popolare della storia recente, dopo i giorni in cui si è creduto, e agito, perchè un mondo diverso fosse davvero possibile. Anche scegliendo di non stare nell’occhio del ciclone. Così come fa Sonia, la protagonista del romanzo. Da Genova, dall’amico Carlo e dalla sensazione che qualcosa di tremendo stesse per succedere, in quei giorni si allontana, affrontando il senso di colpa di “chiamarsi fuori dalla lotta”, e sceglie di affrontarne un’altra, verso se stessa, tornando nel paesino della liguria montana fuori Albenga dove è cresciuta, con l’amatissima vicina di casa Jolanda e i suoi nonni. E dove – con la voce di questa donna che le è stata famiglia scelta – la Storia non solo la raggiunge, ma la chiama a tenere tutto insieme: il propro senso e le proprie radici, quello che sta accadendo e la persona che sarà. A 24 anni da quei giorni, abbiamo attraversato con l’autrice una storia in cui la finzione diventa il modo di essere più sinceri, e un quasi alter ego consente di ricostruire, di rendere giustizia a una narrazione ancora troppo distorta, di respirare – attraverso la pelle di chi c’era – un tempo dopo il quale non siamo più stati gli stessi.

“Conosciamo noi stessi fino a dove siamo stati messi alla prova” apri citando Wisława Szymborska: fino a dove e in che cosa quella che racconti nel romanzo è una messa alla prova?
Sonia è costretta a mandare in pezzi le figure cristallizzate dentro di sé di chi l’ha cresciuta, e di conseguenza la sua identità, che si è costituita prendendole a modello. E in pezzi va anche la sua militanza, consumata dai suoi dubbi, devastata dalla violenza subita dal movimento no global a Genova. Per molto tempo, l’esergo del mio romanzo è stato questa citazione di Susan Sontag:“Meglio conoscere che essere innocenti”.
Ecco, Sonia perde la sua innocenza, intesa come ignoranza del male, nel corso del romanzo. Non ignoranza del Male macroscopico: quella del fascismo, del capitalismo, dell’imperialismo, della globalizzazione, più facile da identificare, contro cui lottare. Sonia si imbatte e si dibatte nel male piccolo, quello delle storie vicine, con la S minuscola, che subiscono e al tempo stesso determinano la Storia. Sonia è così costretta a contaminare le idee che ha dei suoi cari, ma anche di sé: si contamina con le ambiguità dell’umanità. Lei, che è abituata a vedere solo bianco e nero, finisce col percepirsi grigia, ma intera, forse per la prima volta in vita sua.
Cosa, scriverla, ti ha permesso di conoscere di te?
Di sicuro ho potuto rimettere mano alle viscere. Fa ancora male. Ho scoperto che non sono guarite. Per mia formazione, sono assistente sociale, sono stata abituata a ricostruire genealogie. E ho realizzato quanti tasselli manchino, tra i miei ascendenti, e quanto poco in verità io conosca anche di quelli che ho incontrato. Chissà, forse anch’io come Sonia potrei fare scoperte scomode.
Mi sono accorta che, seppur si tratti di narrativa, abbia la necessità di mettermi a servizio del lettore, ricostruendo più accuratamente possibile il periodo storico in cui la storia è ambientata, soprattutto trattando di grandi rimossi.
E poi, per lo stesso motivo, ho capito che ho bisogno di immergermi nel luogo di cui scrivo, e nella musica dell’epoca, per restituire una scrittura sinestesica. Ammiro molto Salgari, per tutta la distanza che c’è tra il suo processo creativo e il mio.
E una conferma, su tutte: non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo, una frase del Talmud utilizzata anche da Anaïs Nin, che, non per nulla, è la musa che ha ispirato la mia attività di cantautrice.
Come è nato il tuo attivismo e qual è adesso, dopo aver attraversato anche questo racconto, il tuo rapporto con la militanza politica?
Sono cresciuta con una nonna simile a Tecla, la nonna di Sonia: comunista così, coi due pugni alzati alla Mario Brega, e femminista. Il mio attivismo è nato per affetto e per emulazione, e da quel volano ha preso poi una direzione necessariamente diversa, in uno scenario politico e sociale trasformato. Attualmente non mi definirei attivista, sebbene spesso altri mi definiscano così: forse perché ho ancora una visione vetero, di un impegno ben più radicale e pervasivo della quotidianità. Di sicuro però l’attivismo permea la mia attività letteraria e artistica: è la lente attraverso cui mi pare di poter contribuire a innescare il dubbio, a mettere in discussione lo status quo, a dar spazio e voce alle voci discordanti o minoritarie.

“Stiamo sottovalutando qualcosa: siamo già convinti di vincere”: i giorni prima del G8 suonano come una profezia cupa: ma cosa si sentiva, in quei giorni, quali possibilità e, invece, quali presagi?
Se chiedi a me, e ad altri tre compagni del partito in cui allora militavo, con cui avevo preparato un documento mai inserito agli atti del congresso provinciale del 2001, alcuni segnali si potevano captare. In fondo c’erano stati già gli scontri a Davos, a Napoli e a Göteborg, dove già si contestavano le politiche neoliberiste adottate dal Fondo Monetario Internazionale e in generale dalle organizzazioni sovranazionali. E il clima di terrore che era stato diffuso tramite i media, si parlava addirittura della possibilità che Bin Laden si aggirasse per la città, la militarizzazione di Genova, la delimitazione in zone tramite grate alte 4 metri a scopo difensivo dei capi di governo, la privazione della libera circolazione urbana, tutto sembrava funzionale a sabotare l’alleanza dell’opinione pubblica e la riuscita delle manifestazioni.
Questo romanzo esplora, con grazia e precisione, l’eterno conflitto tra individuale e collettivo, essere dentro la realtà che ribolle o in qualche modo allontanarsene. Pensi che sia necessario “allontanarsi da sè per accettarsi”?
Penso che allargare l’inquadratura, anche quella su di sé, consenta di ricomporre uno scenario. Sfocare la vista per percepirsi parte di qualcosa di più grande. Lasciare spazio tra le parti di sé quando confliggono. Quello che porta Sonia via da Genova e la mette sulle orme del suo passato è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente: e trasforma la sua identità
La tua protagonista rievocando se bambina riflette su in che misura diventare adulti è tradire e tradirsi: da adulti, la coerenza è un valore?
Non un valore assoluto, sicuramente uno slancio cui tendere, sempre contemperato dal dubbio. Le nostre verità sono soggette a verifica, degli altri, ma anche di noi stessi. Mi preoccupa la fedeltà, perché si auto-conferma: diventa dogma. Trovo più interessante il coraggio: di mettere in discussione, di far corrispondere le azioni alle proprie idee, anche qualora, in futuro, cambino. Il famoso centro di gravità permanente, per citare Battiato, che risuona nel mio romanzo, potrebbe essere questa corrispondenza tra le proprie idee e la pratica di vita. Essere autentici, prima che coerenti. Anche Sonia, alla fine del romanzo, concorderebbe.

Anche nel tuo romanzo la storia passa dal corpo delle donne, dall’uso e abuso che gli altri ne fanno e dalle scelte che ne scaturiscono: anche quella di quella speranza di cambiamento è una storia di corpi?
Sicuramente. Sono corpi che reclamano il loro posto, che per questo si spostano (sia Jolanda sia Sonia migrano alla ricerca di una diversa dimensione). Sono corpi su cui si agisce violenza e sfruttamento, sono corpi irrimediabilmente concavi, in grado di accogliere, ma anche di restituire, e trasformare: corpi generativi, anche nella sterilità procreativa.
Poi è un viaggio di ricerca di una memoria: è l’unico appiglio a un tempo di disorientamento?
Un tempo senza bussole, il nostro. Seguire le radici, rispecchiarsi e lasciarsi ispirare da chi ci ha preceduto, dalle sue virtù, dalle sue cadute. Sentirsi meno soli: anche a questo serve la letteratura, al di là del tempo, dello spazio. A fare comunità.
C’è spazio per riflettere anche sulla memoria rimossa: su quanto siamo disposti a perdonare e quanto no. Come fare quando chi c’è accanto non somiglia all’idea che ne proteggiamo?
Sonia se lo chiede, si accusa di non aver capito prima. Poi arriva al perdono, non dei fatti, ma delle ambiguità umane. Non si tratta di giustificare, di assolvere, ma di accettare che l’amore viene riposto anche in chi ha commesso nefandezze, perché anche quelle si integrano nella personalità di chi amiamo, sovente senza essere riconoscibili.
È la plasticità umana, che da un lato dà speranza a tutti noi, quando si tratta di superare traumi, ma dall’altro non ci mette al sicuro da sorprese spiacevoli che riguardano il passato o l’inconscio, o la parte segreta, di chi amiamo. Amare è un atto che sfugge al nostro controllo molto più di quanto desidereremmo, e forse per questo ci spaventa.
Chi abbiamo amato davvero? Chi stiamo amando?
Alla luce del nostro apparato culturale o ideologico di riferimento, possiamo scegliere come risponderci. Se ci interessa davvero risponderci. In questo, il maestro, il vero eroe, è Giannetto, che di Jolanda accoglie tutto, anche il non detto, lo sconosciuto.
A proposito di memorie rimosse, c’è quella dell’Africa, della Libia. E la complessità del reale: i colonizzatori che hanno, di sè, un’immagine sfumata: come leggere, con gli occhi di oggi, le vite di quelle persone?
White saviorism: oggi lo chiameremmo così. Sonia ancora non usa il termine, ma percepisce quell’atteggiamento ambiguo nei suoi avi, e anche la contraddizione umana di chi, mosso dalla fame e manipolato dalla propaganda del regime fascista, si ritrovava in quell’Italiani, brava gente che ha impedito loro di percepirsi sfruttatori, invasori. E di cogliere i reali rapporti di violenza instaurati e perpetrati anche in episodi che oggi definiremmo crimini di guerra.
C’è chi ha lottato e rifugge la dimensione dell’appartenenza, e chi invece la abbraccia come forma di riscatto: nel tempo dell’individualismo, che valore ha l’idea di essere parte di qualcosa, fosse un partito o un movimento?
Credo che questo periodo, denso di termini come social, community, condivisione, evidenzi più che mai quanto avevamo ragione, nel 2001: il capitalismo, la globalizzazione, ci hanno disegnato persino il modo e il luogo (virtuale) con cui tentare di superare l’individualismo a cui ci ha relegati, ed esprimere il dissenso. Obbedendo alle loro prescrizioni.
Percepisco però una grande necessità di rispecchiamento reciproco. Forse gli anticorpi li abbiamo sviluppati, non sempre siamo in grado di assecondarli.
Sonia arriva da una storia lunga decenni: come rapportarsi, oggi, all’eredità di quel tempo? Vale con gli anni Settanta per Sonia, vale per noi col G8.
Riguardando indietro i movimenti, sul medio e lungo termine, è possibile cogliere con più facilità le ingenuità, i limiti. Il famoso senno di poi.
Sonia in parte subodora alcune leggerezze del Social Forum, che l’entusiasmo, la convinzione di essere dalla parte giusta della storia e di agire in uno scenario di rispetto istituzionale dell’antagonismo necessariamente ha portato il movimento a sottovalutare. In fondo, loro avevano il potere, noi ragione, parafrasando i Mano Negra. E avevamo smosso le maree, per citare invece il femminismo degli anni Settanta.
I numeri dei manifestanti, la trasversalità delle anime del movimento erano strabilianti, parametrate ai mezzi di comunicazione e organizzativi che avevamo a disposizione.
Una cosa che dico ai ragazzi di oggi che ho incontrato nelle scuole: liberatevi dal complesso di uguagliare quei risultati di mobilitazione. L’ansia da prestazione. Troverete il vostro modo di dissentire, di fare massa critica, se prima deciderete di essere davvero scomodi al sistema.

Scoprire è liberare? O lo è avere lo spazio, rispettato, in cui custodire le proprie ferite?
In questo romanzo ci sono strade diverse per arrivare alla liberazione. E ci sono liberazioni reciproche, silenziose, e a distanza di decenni. Per Sonia, scoprire è liberarsi. Ed è liberare anche chi ama da un ruolo stereotipato, vederlo nella sua autenticità, riconoscere di amarlo anche così. Scoprire è un percorso che Giannetto, il marito di Jolanda, volontariamente sceglie di ignorare, e di fatto consente a sua moglie di avere, finalmente, quella stanza tutta per sé di woolfiana memoria, la camera verde, dove depositare i propri dolori, le proprie gioie, dove rinascere.
Tutti hanno una parte attiva nel proprio processo di liberazione, finché si arriva al momento in cui si smette di cercare le risposte fuori di sé, perché si è pronti a riconoscerle dentro, e a liberarsi.
Questo romanzo pone un tema di narrazioni: intorno al G8 si è scritta una storia, e poi c’è quella accaduta davvero: come parlarne, per chi c’è stato dentro?
Evitando di farsi travolgere dalla rabbia, che è ancora molta, per la mistificazione di cui sono stati oggetto quei giorni. Ho dovuto lasciare ai personaggi che si muovono nel 2001 la loro innocenza, liberi dalla mia disillusione e dal rancore. È una narrazione dei fatti del G8 per sottrazione: a partire dal corpo di Sonia, che si allontana, e del G8 vive i vuoti, le attese delle notizie, i riferiti dei compagni.
Per me è stato poi fondamentale distinguere la mia esperienza dalla narrazione: anche per questo Sonia non è mai descritta fisicamente. Volevo che chiunque potesse rispecchiarsi, che le mie pagine fossero un modo per restituire condivisione a chi è stato deprivato del proprio vissuto attraverso l’imposizione di una versione di Stato.
La costruzione del nemico con cui si è giustificata la violenza va smontata da dentro, anche a decenni di distanza: io non ero il nemico, e nemmeno chi mi legge. Il re è nudo, se abbiamo il coraggio di vederlo tutti insieme, se non ci vergogniamo di essere ancora feriti. L’elaborazione di un trauma collettivo non può essere individuale.
In questo romanzo c’è anche Carlo Giuliani: prigioniero di un’immagine che lo tradisce. Chi era, per come lo ricordi? Qual è la verità sua, e dei suoi amici, dietro il racconto del potere?
La preoccupazione di Sonia, appena comprende chi sia il manifestante ucciso, è che Carlo diventi un simbolo, come di fatto è accaduto. Ho cercato di non attribuire a Sonia la mia consapevolezza di oggi, che per lei sarebbe stata prematura. Su questo punto però ho avuto le idee chiare da subito. Da quel 20 luglio ho la necessità di proteggere Carlo dallo strattonamento, da una parte e dall’altra, per dimostrare tesi su quei giorni, usando le sue fragilità per dimostrare che, come il resto dei manifestanti, se l’era andata a cercare. Carlo era un animo delicato, amante della poesia, riflessivo, e congelarlo in quel gesto, non rende giustizia a chi davvero fosse. Anche fisicamente: Carlo era alto un metro e sessanta, era esile, aveva un rotolo di scotch da pacchi infilato al braccio: e la fotografia della Reuter che lo schiaccia a ridosso del Defender non restituisce le reali distanze tra i protagonisti di quella scena. Sono circa 4 metri quelli che separano Carlo da chi spara. E l’estintore, che rotola a terra come latta, è vuoto. E la camionetta non è affatto bloccata, come la versione ufficiale ha sostenuto, se riesce a fare retromarcia e passare due volte sul corpo di Carlo, per lasciare Piazza Alimonda.
Per anni ho urlato che Carlo non fosse un delinquente, che pure io, esasperata da una giornata di violenza ingiustificata, avrei reagito con la stessa veemenza. Ho cercato di restituire a chi non lo conosceva la sua autenticità, e nella narrazione, a detta di Haidi, sua madre, ci sono riuscita. Ma quello è il Carlo privato.
E però non si può negare che Carlo sia vittima dello Stato: in una certa misura, è inevitabile consegnarlo alla Storia e alla gente, perché si possa contestualizzare la sua morte. Nella sua generosità, lo avrebbe consentito anche lui.

Pur attutito, arriva tutto il tradimento, la caduta dell’illusione. Come è uscita, la tua generazione, e il mondo, da quei giorni?
Silenziata, tramortita. Nei giorni successivi ai fatti del G8, molte sale della città proiettavano i primi documentari su quei giorni. A seguire era previsto dibattito. E invece si lasciava la sala con lo sguardo nel vuoto. Afasici, traditi. Anche dalla Storia, che ci ha sorpassati nel giro di un mese e mezzo, col crollo delle Torri Gemelle. E archiviati. Moltissimi hanno smesso di fare politica. “Non chiedermi più di credere a qualcosa”, grida Anna, l’amica di Sonia che a Genova ha assistito al massacro dei compagni. E Sonia si convince che la violenza delle forze dell’ordine sul movimento sia stata la versione più recente dell’operazione Blue Moon con cui si era controllata una generazione di dissenso, quella degli anni 70.
Non tutti hanno rinunciato all’attivismo: di sicuro le proporzioni all’interno della popolazione, tra disinteressati e propulsivi, si sono sbilanciate molto, rispetto a quegli anni.
Le braci però non si sono spente. Mi sono resa conto, scrivendo, di quanto sia distante il 2001 per molti aspetti culturali e sociali. Penso alla comunità LGBTQIA+. A quanta strada si è fatta, da quando ci si riferiva genericamente ai diritti degli omosessuali.
Allora sono accadute cose che ci si rifiutava di credere possibili: in questi giorni, stanno diventando leggi pratiche che, allora, avrebbero probabilmente generato una rivolta: cos’è successo alla nostra coscienza politica? Chi siamo?
Il Decreto Sicurezza è anche figlio di quei giorni. Non è forse sbagliato scomodare l’esperimento della rana bollita. Siamo stati anestetizzati nei confronti di crescenti dosi di autoritarismo, contro cui non siamo stati in grado di prendere davvero posizione. Anzi, paradossalmente l’opinione pubblica ha spesso giustificato l’uso della violenza per garantire sicurezza e decoro, allora come oggi. E allora si commenta che l’italiano è di destra. In verità, il ricorso alla violenza è qualcosa che seduce spesso in maniera bipartisan: è la motivazione con cui si giustifica che cambia.
Servirebbero ancora, le piazze, quelle forme di protesta? O col tempo sono cambiati anche i linguaggi?
Di sicuro sono cambiati gli spazi della protesta, e con loro, i codici. È l’epoca delle community virtuali, dei trend su Tik Tok. La dimensione collettiva si è dematerializzata. Ma senza i corpi, perlopiù l’impatto della lotta resta simbolico, basta a se stesso e derubrica a mera messinscena del dissenso, privandolo dell’azione concreta e lasciando a chi contesta la frustrazione di non incidere davvero. Inevitabilmente poi la virtualità rende il dissenso volubile, perché i tempi social e dell’informazione ai tempi di Internet bruciano ad un’altra velocità, e spostano il focus rapidamente da una contestazione all’altra.
È ancora possibile un finale di redenzione?
Touchée. Jolanda, il personaggio che si muove nel passato, ha un finale di redenzione, una rivalsa concreta dei suoi traumi, che supera, dando forma ad una vita più dignitosa. Ma oggi, dove sarà Sonia? Sarà riuscita a elaborare il lutto del movimento? In piazza, o dietro uno schermo?