06.05.2026

L’arte di lasciar andare. Una lettura dell’Orfeo di Cesare Pavese

Destino, scelta e consapevolezza nella riscrittura pavesiana

C’è una ragione se certi autori, pur non essendo mai davvero usciti dal canone letterario, tornano oggi a circolare con rinnovata forza e assurgono al rango di vere e proprie guide spirituali dei lettori contemporanei. È il caso di Cesare Pavese. Oggi assistiamo al crescente successo dell’autore piemontese, testimoniato da una solida attenzione critica all’opera pavesiana, dalla ristampa dei suoi volumi presso le più importanti case editrici italiane e, non ultimo, dalla diffusione social che ha portato Pavese a una quasi mitizzazione.
Non è infrequente imbattersi in post, stories, meme che hanno come protagonista il nostro autore, con citazioni che vanno dalla solennità tragica di certi passi del diario, dei romanzi, delle poesie, all’arguzia e alla caustica ironia che informano molte lettere del suo epistolario.
La ragione è che Pavese ha saputo, come pochi altri, preconizzare e vivere la crisi delle relazioni, ha raccontato con una lucida consapevolezza l’incolmabile distanza che ci separa dall’altro, l’irrimediabile scarto tra l’aspettativa e il reale, restituendo con una sensibilità che risuona contemporanea il peso di vivere in una società bulimica.
E Pavese fa tutto ciò non perdendosi in minute descrizioni iperrealistiche della realtà, ma spesso attingendo ad altri tempi, ad altri luoghi: i tempi e i luoghi impalpabili di quel sostrato mitico che abita il reale e che ci restituiscono una parola imperitura. È il caso dei Dialoghi con Leucò.

Pavese

Sulla storia editoriale di quest’opera sorvoleremo. Basti sapere che il testo è una riscrittura dialogica e moderna di alcuni miti dell’antica Grecia e che Pavese la considerava la sua opera più riuscita, tanto da tenerla con sé sul comodino della camera d’albergo in cui si tolse la vita, affidando al frontespizio le sue parole di congedo dal mondo.
Tra i Dialoghi, a giudizio di chi scrive, ce n’è uno che torna a parlarci con una forza attuale e con un coraggio che non accetta compromessi: L’inconsolabile. In esso sono condensati in maniera esemplare alcuni nuclei centrali della riflessione pavesiana: il rapporto tra destino e scelta, la discesa interiore come esperienza di conoscenza e la maturazione che nasce dall’accettazione della perdita. Temi che si riconnettono profondamente alla sensibilità di molti lettori contemporanei.
In L’inconsolabile, Pavese riprende il mito di Orfeo, cantore tracio, figlio del re Eagro e della musa Calliope, che con la melodiosità della sua lira e la profondità del suo canto riusciva a commuovere e ammaliare ogni creatura vivente e non, esseri umani e dèi.
Nel mito classico, Orfeo si innamora ed è ricambiato da Euridice, ninfa dei boschi, che ne diventa la sposa. Ma ogni mito ha il suo riverbero tragico. Nella versione di Virgilio, Euridice, durante la fuga dal pastore Aristeo, invaghitosi di lei, viene morsa da un serpente e muore. Dilaniato dal dolore, Orfeo decide di imbracciare la sua lira e varcare le soglie del regno dei morti per riavere con sé la moglie. Il cantore riesce grazie alla commozione suscitata dal suo canto a convincere Ade e Persefone, sovrani dell’oltretomba, a lasciar tornare Euridice tra i vivi. Ma una condizione deve essere rispettata: durante la risalita Orfeo non dovrà mai voltarsi a guardarla, pena l’irrimediabile perdita dell’amata.
Secondo la lettura classica, Orfeo non riesce a trattenere il suo desiderio, l’ansia di rivederla e, fatalmente, si volta, vedendo svanire per sempre il suo amore.

È a quest’altezza che si innesta la riscrittura pavesiana. Alla lettura classica che vede Orfeo tradito da un destino crudele, da un impeto incontrollabile, Pavese oppone la scelta consapevole del suo personaggio, denunciandola con solennità già dalle parole di apertura: «È andata così». Orfeo si rivolge a Bacca, menade legata al culto e ai riti orgiastici in onore del dio Dioniso:

«Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso ancora quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò che è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai».

Il cantore afferma sin dall’inizio l’intenzionalità della sua scelta e alle rimostranze di Bacca, che non contempla l’idea di un rifiuto consapevole, giustificando l’accaduto come uno scherzo, un imprevisto, un errore del destino, Orfeo risponde con risolutezza: «Il mio destino non tradisce».

Pavese

È questo il mantra che attraversa il dialogo e che il tracio esibisce come un vessillo: la discesa nell’Ade ha consentito a Orfeo di “capirsi”, di misurare l’estensione del proprio dolore e di intendere la portata di un amore che pensava assoluto.
Quello che scopre nella catabasi — una discesa che si svela sempre più interiore che spaziale — è che ciò che è perduto lo è per sempre, ciò che è morto non può rivivere.
Orfeo ri-cerca la vita, la gioia, la passionalità del canto dell’innamorato che era stato e che, con la morte della sposa, ha irrimediabilmente perduto: «L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto».

“Destino”, come “stagione” è un’altra delle parole reiterate ed essenziali del dialogo. Euridice è un momento: è il momento più bello e felice della vita del poeta, quello che gli ha ispirato il canto di un amore pieno, condiviso, vissuto con l’assolutezza che pertiene agli innamorati. Eppure, non è l’amore della sua sposa che Orfeo spera di ritrovare, ma la possibilità di rivivere quello stato estatico che aveva provato in vita accanto a lei. La sua quête è tutta personale e introflessa.
Bacca è incredula, non riesce a concepire come l’uomo che lei e le sue compagne di culto avevano visto stravolto dal dolore della perdita, potendo colmare questa perdita, abbia deliberatamente rinunciato a rivivere un passato felice. Orfeo ribadisce l’insanabilità di questo lutto: ciò che è morto morirà ancora, continuerà a portare quella prima morte come un’ombra incollata addosso:

«Non si ama chi è morto. […] Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. […] Euridice morendo divenne altra cosa. Il mio pianto di allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso».

Il poeta ha raggiunto la “maturità” (altra parola pavesiana), e lo ha fatto a costo di un’amara consapevolezza: l’impermanenza dell’amore, della sua fase più gioiosa e incantata, eppure essenziale al proprio processo di scoperta: «è necessario che ciascuno scenda una volta nel suo inferno».

L’anabasi, il riaffioramento in superficie, porta con sé l’accettazione di uno scarto e la tensione di una scoperta esistenziale. È questa la meta ultima del viaggio: la ricerca di ciò che si è, di quella sostanza che ci riempie il sangue e le ossa e che, per dirla con Pavese, neanche un dio può toccare.

Ma perché questo dialogo ci scuote in tal modo? Perché, se la letteratura ha un senso — per Pavese era «una difesa contro le offese della vita» — quel senso è risuonare nel cantuccio più intimo della nostra anima. Le parole di Orfeo echeggiano nei nostri mondi interiori, abitati da rapporti insostanziali, complicati da relazioni agonizzanti, in cui, come il cantore, cerchiamo di rianimare corpi morti.
Le sue parole testimoniano l’intransigenza di una scelta che non ammette attenuanti: lasciar andare, non rimanere impantanati nelle paludi limacciose dei ricordi di una “stagione” della vita. Passata la puntura della nostalgia, essa ci rivela a noi stessi, ciò che siamo stati e ciò che siamo diventati: «Ho cercato me stesso. Non si cerca che questo».



In copertina: Orfeo ed Euridice dagli Inferi, di Jean-Baptiste Camille Corot (1861)

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