Una notte di qualche anno fa stavo dormendo in una casa al largo Corpo di Napoli, vicino alla statua del dio Nilo: in quella casa ci pioveva dentro, sul soffitto della camera da letto c’era una macchia di muffa enorme, a forma di stella marina.
Quando mi affacciavo nel cortile, salutavo le Madonnine tristi e azzurre che sembravano lavate con l’acqua di mare, e poi gridavo perché tra le scale correvano dei topi che mi parevano grossi come tigri.
Quella notte stavo dormendo e al mio fianco c’era P., l’uomo che amavo, l’uomo per il quale avrei fatto di tutto, se solo me l’avesse chiesto. L’uomo per il quale avrei camminato scalza per il centro storico, l’uomo per il quale avrei raccolto il mare del golfo di Napoli con dei cucchiaini da thè solo per portarglielo in casa, l’uomo che mi ha fatto capire che il mio amore non serve a niente e soprattutto che non serve a guarire nessuno.
Quella notte di qualche anno fa, non ho trovato più P. al mio fianco nel letto. Lui pensava io dormissi, invece io ero sveglia e in quel momento riuscivo a sentire soltanto un suono ovattato provenire dal bagno: era la voce bassa di P. che ripeteva sempre lo stesso verso, con un tono diverso, che di giorno non gli avevo mai sentito. Sembrava il verso di un uccellino, di una beccaccia, di un martin pescatore.
Ho cominciato a intuire cosa avesse P. quando un gruppo di ragazzi che lui conosceva, e a cui auguro tutto il male possibile e non me ne vergogno, lo hanno preso in giro per strada, vicino piazza San Domenico, mentre io e P. stavamo mangiando un gelato. Cominciarono a sfotterlo ripetendo parole e versi, facendo gesti ritmici e ripetuti con le mani e pronunciando l’espressione “’o tic, ‘o tic” con delle voci viscide e fetenti. P. mi guardava con degli occhi da bambino piccolo, da pulcino, chiedendomi perdono, e io mi sentivo sanguinare da qualche parte, avevo voglia di prendere a pugni in testa quei personaggi schifosi, di tirargli i capelli, e ancora oggi se li intravedo per sbaglio tra le persone che potrei conoscere su Instagram, mi avveleno lo stomaco per due giorni, come se mi si crepasse un organo interno.
Ora P. non è più con me da tanti anni e non ci sentiamo più, non so dove sia e non so cosa faccia, è sparito nel fumo celeste degli angeli e dei giocattoli. Ogni tanto qualcuno mi dice che di P. è rimasta solo una crisalide, una buccia di vetro, un torsolo di mela, che ogni tanto si trascina ancora per Napoli con quel poco che rimane di lui, con il suo passo zigzagante da pennuto ferito.
Io non prego, io non ho mai pregato, io bestemmio soltanto, ma per P. ho pregato qualche volta, mi sono inginocchiata e ho ripetuto l’Ave Maria, poi ho riso di me stessa, la donna più patetica del vicolo. Le preghiere non le so, al catechismo non le ho imparate perché a quell’età già mi chiudevo in bagno a fumare di nascosto, ma per P. sono andata a cercarle su Internet. “Parole dell’Ave Maria”, “Testo dell’Atto di Dolore”, “come si usa il rosario per pregare”, “quante preghiere bisogna dire per guarire una persona”, ma io non lo sapevo bene cosa aveva P. e da cosa doveva guarire.
P. è nella mia tosse, nella mia febbre, nel sangue che mi esce dal naso i giorni d’agosto, nel catarro che sputo quando fumo troppo. La fine di una storia d’amore, così come un lutto, è l’interruzione di una conversazione che prima esisteva e che poi sparisce, come se non fosse mai esistita: è il ritorno a un’estraneità primigenia, a una nudità di sconosciuti.
La fine di un amore è la fine di una conversazione, così come la lettura di un libro è l’inizio di un’altra. Quando ho cominciato a leggere Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, edito da Einaudi, non potevo immaginare che io quella conversazione l’avrei ripresa, che leggere questo libro sarebbe stato come respirare sott’acqua, come trovarmi al cospetto di un libro ventriloquo che faceva parlare il cadavere del mio vecchio amore, che finalmente mi invitava a sedermi accanto a lui e mi mostrava quello che mi aveva sempre taciuto, quello che mi aveva nascosto. Ogni esperienza di lettura personale è a sé, è egoista e universale, ogni esperienza di lettura è oscena, e io ho cominciato a leggere questo libro con la mente di chi stava partecipando a una seduta spiritica, perché volevo toccare le spoglie di P. che se n’era andato, di P. e del suo martirio a cui non avevo avuto accesso, di P. e di tutto quello che mi aveva nascosto, perché avevo la pretesa di piantare uno spillo nella pancia di quel dolore. In questo libro, Pierantozzi è stato per me un rabdomante, un pifferaio, un affabulatore demoniaco che mi ha fatta entrare nell’inferno di cartapesta della realtà che si smaglia, del male che frastaglia i contorni. Sarebbe riduttivo dichiarare di aver amato questo libro solo perché vi cercavo le impronte digitali del mio ectoplasma, io l’ho amato perché questo libro è una preghiera spudorata, un oggetto incandescente e tagliente che si trasforma prima in pantera e poi nel petalo di una rosa.

Lo Sbilico è un libro che si ama nell’unico modo possibile, cioè in modo impudico e esagerato, è un libro che non somiglia a nessun altro libro e di cui è stato già scritto tanto, ma Lo Sbilico è un libro belva, un libro animale, con le sue zanne e le sue unghie, e rifiuta ogni definizione. Ogni definizione è contemporaneamente adatta e inappropriata per questo libro, perché è un romanzo che suda invasamento, brutalità e onestà, non è nato per compiacere nessuno, non nasce per ricevere approvazione, è un’opera che si ritrae di fronte a ogni classificazione.
Pierantozzi non si limita solo a narrare: tutta la narrazione è una possessione verbale, spirituale e tragica. L’autore sembra trasformarsi in un veggente del suo stesso male: Pierantozzi non scrive, ma prepara misture di incenso e olio, mescola inchiostro e liquido velenoso, si succhia il sangue da solo e poi lo sputa sull’altare del sacrificio estremo, quello della scrittura, che è il suo strumento finale di invasamento. Si trasfigura in menade, vuole fare a pezzi la sua mente come se fosse un quarto di bue, la incide con pietre scheggiate e ne tira fuori un alfabeto nuovo, il succo freddo e metallico della mente. L’autore è cannibalizzato dalla sua stessa mente, che è un dio tirannico, un sovrano contro cui non si può vincere mai. L’autore è un baccante invasato che procede con una piuma in mano, che vorrebbe attuare lo sparagmòs (σπαραγμός) una volta per tutte, fare a pezzi i suoi pensieri, sbranarli, ridurli in bocconi di carne, gettarli in un fiume, sciacquarli e pulirli; la mente qui non è più ragione, non è più ratio ordinatrice, ma è una bocca sempre aperta, un meccanismo fagocitante, un monstrum spaventoso e prodigioso insieme, che è chimera e incrocio tra capra, leone, serpente, drago.
Questo libro si può leggere solo in un modo: come un corpo a corpo con l’autore che, a sua volta, cerca un corpo a corpo con la mente. Si parla spesso di corpi in letteratura, ma qui non abbiamo il corpo patinato, il corpo trend, il corpo che poi alla fine si riduce a essere simulacro di tendenze: il corpo del protagonista qui è umido, sgocciola sudore, è un corpo che si allena, che entra in sauna, un corpo che cerca il tocco di sua madre per mettere fine agli episodi maniacali; è un corpo che vorrebbe ancora godere, un corpo che cerca sesso, un corpo che incarna, in qualche modo, un certo tipo di santità. Ma la santità del corpo letterario di Pierantozzi è una santità pasoliniana, quindi laica: il corpo è un luogo di esperienza, il teatro del vedersi impazzire, il corpo è lo sfondo dell’allucinazione e della dissociazione, ma è anche il corpo che si cola addosso e che tenta di autoregolarsi come può. La prosa di Pierantozzi è magistrale e iridescente, è mobile e cangiante, come certe conchiglie e insetti: cattura tutte le gradazioni degli oggetti che cambiano, le percezioni che sfalsano, che si convertono e degradano in altro.
«Sudo, e mi accorgo con orrore che tutte le vivande esposte dietro la vetrinetta del bancone cambiano connotati. La mozzarella nel piatto a sinistra è piena di sangue, e le foglioline di basilico attorno sono centinaia di piccole ugole umane intinte d’aceto. La vedo consumarsi sotto morsi invisibili, vedo le fasi di lacerazione da parte di una dentatura trasparente, vedo la suzione e la triturazione, vedo il sangue fiottare dalla mozzarella sotto la pressione di un’arcata completa di trentadue denti, con un altissimo coefficiente masticatorio. Osservo le trofie al sugo, o forse sono strozzapreti, in un altro piatto. Sono piccoli peni di neonati.»
Davvero notevole è il modo in cui Pierantozzi riesce a distillare, con inventio e versatilità, tutto il meglio dall’arte della scrittura, approntando una lingua che nasce da Umberto Saba, Clemente Rebora, Ennio Flaiano, Vittorio Sereni, Giuseppe Berto, dall’Infinite Jest di David Foster Wallace nella traduzione di Edoardo Nesi. La sua scrittura riesce a fissare lo scarto drammatico tra la voce narrante (col suo armamentario di percezioni e sensazioni) e il raziocinio delirante e coatto dei “sani”: in una delle scene iniziali, l’auctor e agens va a scrivere sulla spiaggia, nel lido affacciato sul pezzetto di Adriatico che frequenta con la famiglia da trent’anni. La musica che proviene dal lido però è troppo alta, i bassi fastidiosi gli fanno fischiare le orecchie e girare la testa, il sapore delle medicine gli risale in gola, ogni piccola nota può rovinare tutto il programma di lavoro di una giornata. Non serve a nulla spiegare al gestore del lido che tutto ciò potrebbe essere un problema, parlargli di autismo, sindrome di Asperger: il gestore del lido indica qualche ombrellone più in là, qualche ombrellone oltre, verso il lido dei disabili. La prosa di Pierantozzi, come un granchio trasparente, afferra tutta l’indicibilità dell’umiliazione, tutta la vergogna sprigionata dal giudizio altrui, ma non è il giudizio altrui a pesare, quanto il suo trasformarsi in sentenza inoppugnabile e argomento a favore della propria stessa mente: «Parole a ventosa che tireranno fuori ogni edema psicotico dalla mia testa per scioglierlo in sanguinaccio».

Il mare, in questo libro, sembra quasi un luogo iniziatico di orrori: il sale, il vento e gli odori dell’Adriatico tirano fuori dagli abissi del protagonista il mostro marino dell’eruzione verbale.
Tutto è il contrario di tutto, la mania smodata si manifesta in tutta la sua potenza distruttiva, non guarda in faccia a nessuno, è una forza mentale, fredda e primitiva che trova forza nelle ingiurie e nelle insincerità. La prosa di Pierantozzi è impressionante perché fa entrare chi legge in quell’aura meccanica di possessione, che trova in sé stessa la propria unica forza centripeta, quella manovella mentale automatica che si aziona per uno sguardo, una parola pronunciata male o una fetta di anguria. Quel dolore che viene inflitto solo perché, in quel momento, non potrebbe essere altrimenti: «Poi il bipolarismo, che il medico chiama di tipo 1 e che mio padre chiama cattiveria, deflagra. Davanti a tutti. Esplode contro la sola persona al mondo per cui morirei adesso, erompe per una fetta d’anguria».
La prosa di Pierantozzi è precisa e fanatica, spudorata e allucinata, ma soprattutto visionaria in quanto creatrice e artefice di visioni: l’orifizio di un corpo che diventa la narice di un cavallo, il fruscio delle ali sporche di escrementi di una farfalla, gli ombrelloni che diventano polipi bluastri, le parole veli di cipolla. Davvero eccellente è il capitolo “Il mio zoo di bambino”, in cui giganteggia la figura minutissima della nonna, in cui risplende una specie di età infantile mitica, tra le campagne abruzzesi, le galline che razzolano e l’odore di basilico. Ma soprattutto lei, la nonna: «L’ho amata così tanto che avrei voluto essere il pettine tutto sbeccato che le passavo sui capelli. Non sarei mai impazzito se fossi rimasto sulla sua testa, a grattare il cuoio afroso sotto la chioma grigia».
Questo è il capitolo della vita pungente di alloro e natura, delle sedie di paglia e delle pannocchie, ma è anche il capitolo della morte: la morte che tremola negli occhi lattiginosi degli animali, la luce della vita che scolora nelle loro pupille quando arrivano sullo scannatoio, i conigli che scalciano nel momento del trapasso. Il dramma del dolore antico, nel maiale ucciso e appeso ai ganci, i versi umani del maiale e i versi pronunciati dal protagonista, quel suo “vivivivivi” che lo accompagna sempre.
Ma il vero animale totem di questo romanzo di Pierantozzi è il corvo: «Il problema è che io aspettavo i corvi, e invece arrivavano i pensieri». I corvi qui non sono solo animali, ma sono fulmini, saette, correlativo oggettivo dello sbilico. Pensieri ossessivi, maledizioni piumate che vorticano nel cielo, pennuti che depositano sulla lingua un sapore chimico di medicine: i corvi ubriachi che sono vittime del loro stesso peso, che si afflosciano nell’aria, che guardano negli occhi il protagonista nell’istante prima di cadere avvelenati in campagna, e che gli regalano un dolore mieloso, che sa di penne e becchi sporchi. Il protagonista, guardando i corpi stramazzare al suolo, capisce che quei corvi morti, indistinguibili dai corvi del passato e da tanti corvi morti del futuro, non sarebbero più tornati. Lo sbilico non vede il confine tra i giorni, tra l’ieri e il domani, non capisce la differenza tra il dolore di ieri e quello di oggi, anche il dolore passato comincia a mancare: dov’è finito il dolore di ieri? Perché le cose non possono ripetersi uguale? Perché una giornata a casa della zia non può tornare più?

Il termine “bilico” in latino deriva da umbilicus, che vuol dire appunto ombelico; la lettera s, che in latino spesso ha valore privativo, qui regala un equilibrio ancora più precario e claudicante alla parola. Lo Sbilico è un libro ombelicale? Certo che sì, ma non è un libro ricattatorio. Leggendo Lo Sbilico ci si rende conto che il libro è stato scritto perché l’autore non poteva raccontare null’altro e che il corpo a corpo con questa storia era decisivo, era una questione di vita o di morte.
Questo libro ha il sapore del plotone di esecuzione, dell’ultima parola detta prima di una fucilata, e queste cose hanno più a che fare con la melma che scorre sotto la pelle di chi scrive, con quell’ingranaggio che lavora dentro e arriva fin dove non c’è luce. Molti hanno scritto che questo libro è un capolavoro, ma questo libro ordigno merita molto di più di una definizione che non ne restituisce appieno la complessità demoniaca e il valore atroce. Questo libro ha bisogno di essere sviscerato, altrimenti si rischia la semplificazione: rifugiarsi in definizioni abusate rischia di neutralizzare un’opera, di renderla innocua e trasformarla in una statua da ammirare e basta, e Lo Sbilico non è assolutamente un libro innocuo.
C’è da dire però che, al di là di questo, l’epoca in cui viviamo punta tutto sulla nettezza tranchant quando si parla di libri e letteratura in generale, incoraggiata anche dai social network, e questo riguarda tutti: un libro o è un capolavoro oppure è una delusione illeggibile, e in entrambi i casi la complessità di ogni opera non è approfondita, ma è livellata e schiacciata.
Tutto questo è sistemico e incoraggiato appunto dalle piattaforme, dove ogni cosa è polarizzata con una facilità imbarazzante: tutti sono impegnati a guerreggiare sulle bacheche proprie e altrui, a scannarsi e scrivere post lividi sull’argomento del giorno, a fare a gara a chi urla di più, come se chi scrive fosse programmato per esprimersi su qualsiasi questione possibile e immaginabile come un tuttologo, come un moderno Pico Della Mirandola, anche per paura di rimanere tagliato fuori, per paura che l’algoritmo possa ignorarlo e rispedirlo, con un bel calcio, nell’oblio. Questa paura si chiama FOMO (Fear Of Missing Out), ed è a tutti gli effetti un disagio e una crepa del sistema, in cui tutte e tutti siamo coinvolti, a livelli diversi. Chi scrive dovrebbe appunto scrivere, dovrebbe sforzarsi di esprimere una visione più articolata e non riassumibile in un carosello social.
La scrittrice Ottessa Moshfegh scriveva:
«Vorrei che i futuri romanzieri rifiutassero il compito di scrivere per migliorare la società. L’arte non è informazione. Un romanzo non è un’edizione straordinaria o carne da Twitter o materia con cui i giornalisti possano fare le loro brave generalizzazioni sulla cultura. Un romanzo non è BuzzFeed o la National Public Radio o Instagram e neppure Hollywood. Cerchiamo d’essere chiari su questo: un romanzo è un’opera d’arte letteraria il cui scopo è espandere la coscienza. Abbiamo bisogno di romanzi che abitino un universo amorale, che trascendano i programmi politici descritti dai social network. Abbiamo bisogno di personaggi di romanzi liberi d’essere oscuri e sbagliati: altrimenti, come faremo a capire noi stessi?»
Lo Sbilico è un libro oscuro e per questo è un libro splendido, e non può essere ridotto a un sillabario mirabile o a un mero esercizio di stile: la lingua di Pierantozzi è straordinaria non solo perché ben congegnata, ma perché è una stanza infestata, un condotto attraverso cui passano le voci, una dissolvenza che ha il sapore di una messa nera e di un’alba rosa. Non bisogna dimenticare che si tratta di un libro splendidamente amorale, un’opera che ha qualcosa di diabolico e rischioso, un’opera che si concede di essere brutale e urgente, perché la letteratura non deve essere una consolatio o una pacca sulla spalla verso chi la pensa già come noi, ma ha gli occhi vitrei dei corvi di Pierantozzi, le loro zampette disturbanti, l’ossessività che ci fa incarnare in personaggi storti, spiacevoli, assurdi, che ci fa chiedere che cosa abbiamo letto, quanto c’è di noi di quel matto che vuole morire e vuole campare cent’anni, ma anche quanto di noi c’è in chi quel matto l’ha escluso e disprezzato.
Lo Sbilico di Pierantozzi è un libro importante non solo per la sua prosa, ma perché ci fa guardare nel crepaccio e ci fa chiedere se qualche molecola dell’insetto dello sbilico potrebbe appartenerci. Avevo iniziato a leggere questo libro perché volevo resuscitare un uomo, ma la letteratura mi ha condotta da tutt’altra parte, mi ha portata a farmi domande irripetibili su me stessa e a fiutare in controluce, in me e in tutti, lo smack della pazzia. Lo Sbilico è un atto d’amore estremo verso la letteratura, verso la possibilità che la scrittura abbia ancora senso non quando consola, ma quando prende fuoco.